Economia

Cari sindacati, vi spiego perché sbagliate sulle pensioni. L’intervento di Negro

di

quota 100 pensioni

L’intervento di Claudio Negro della Fondazione Anna Kuliscioff e collaboratore del centro studi Itinerari previdenziali presieduto da Alberto Brambilla, sulle richieste dei sindacati in materia di pensioni

Da un po’ di tempo, diciamo dall’inizio della campagna di mobilitazione del sindacato confederale per la “Vertenza Pensionati”, sento la necessità di fare qualche puntualizzazione.

Il Report Istat appena uscito su “Le condizioni di vita dei pensionati” mi fornisce l’occasione sia per la ricchezza della documentazione sia per l’uso maldestro che ne stanno facendo i sindacati.

Dice il sindacato che “aumentare le pensioni non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche di efficienza economica”. Certo: e anche aumentare tutte le retribuzioni, e diminuire le imposte, e diminuire i tassi di interesse, e diminuire le tariffe, ecc. Purtroppo, non basta la volontà politica, ma occorrono le risorse e il versetto rituale della lotta all’evasione fiscale non basta; e comunque occorrerebbe prima recuperare l’evasione e solo poi usare le risorse: se no si lavora a debito, come infatti si è sempre fatto!

È opportuno ribadire un principio: la pensione non è pubblica assistenza, o un risarcimento per avere lavorato: è un’assicurazione sulla vecchiaia che ciascuno si finanzia nella propria vita lavorativa, e sulla quale lo Stato esercita una garanzia. Se uno non paga i contributi, o ne paga pochi, non avrà pensione, o ne avrà poca.

In casi del genere interviene lo Stato tramite l’assistenza, con strumenti quali la pensione sociale. Non va dimenticato che la spesa assistenziale previdenziale è a carico della fiscalità generale: quindi la paga chi, dopo aver versato i contributi per una vita, paga ancora le tasse sulla propria pensione per dare la pensione sociale a chi i contributi non li ha pagati. Più del 9% della spesa pensionistica (che equivale al 16,6% del Pil) non è coperta dai contributi dei lavoratori ma dalle tasse pagate dai lavoratori stessi e dai pensionati.

Allora: a chi facciamo pagare questi aumenti delle pensioni? Dai contributi di chi lavora? Dalle tasse che paga chi lavora e chi si è guadagnato la pensione?

Aggiunge il sindacato che i pensionati italiani pagano troppe tasse: non è vero. Pagano come tutti i percettori di reddito in Italia. Dice: in Germania si paga meno. Vero, ma in Germania la pensione pubblica è molto inferiore alla nostra (media poco superiore ai 800€ al mese) e tutti se ne fanno una o più integrative a spese loro. Inoltre in Germania i contributi previdenziali sono tassati, mentre da noi sono esenti.

Poi c’è la geremiade sulla svalutazione delle pensioni: peccato che dal 2000 al 2018 le rendite pensionistiche siano aumentate in termini nominali del 70% (perché negli ultimi 18 anni i lavoratori andati in pensione avevano migliori contribuzioni versate) e le retribuzioni soltanto del 40%. Il che dovrebbe preoccupare un poco i sindacati “del Lavoro”.

Temo sfugga, al proposito, un altro elemento che non andrebbe dimenticato: la rivendicazione di agganciare le pensioni al costo della vita che, oltre a produrre risultati risibili ma ineccepibili come l’aumento previsto dalla Finanziaria di quest’anno, è sbagliata in sé. Poiché nel regime previdenziale a ripartizione le pensioni si pagano coi contributi di chi lavora, l’aggancio dovrebbe essere con l’andamento delle retribuzioni, oppure si rischia uno sbilancio verso l’entrate o verso le uscite, a seconda dell’andamento dell’economia.

Ma resta la questione della povertà delle rendite pensionistiche. Anche in questo caso l’Istat fa giustizia del “si dice”: la media delle pensioni IVS (Invalidità, Vecchiaia, Superstiti) è di 15.000€ annui, 17.634 se consideriamo solo le pensioni di vecchiaia (o anticipate); siccome però il 33% dei pensionati ha più di una sola pensione (tipico il caso delle donne che hanno la propria pensione e la pensione superstiti) la media sale a oltre 20.000 € con una punta di 21.603 € nel caso di pensione di vecchiaia e oltre 18.000 per le pensioni superstiti.

Un altro dato da non trascurare è quello relativo ai redditi netti equivalenti delle famiglie, che tiene conto non soltanto delle entrate da pensione e da lavoro al netto delle imposte, ma anche altre provvidenze, esenzioni e agevolazioni di cui beneficiano principalmente i pensionati, nonché dalla possibilità di sommare rendita pensionistica e reddito da lavoro considerando anche l’effetto delle economie di scala e rendendo direttamente confrontabili i livelli di reddito di famiglie diversamente composte: il reddito medio netto equivalente delle famiglie ove siano presenti pensionati è pari a 20.646 € annui contro i 18.900 delle famiglie dove non siano presenti pensionati.

Si dirà che queste sono medie del pollo. Ovviamente tutte le medie hanno un po’ questa caratteristica, appunto perché sono medie. In questo caso però la caratteristica avicola non stravolge il senso del dato: se torniamo al parametro del reddito netto e trascuriamo l’equivalenza, quindi per esempio il numero dei componenti la famiglia, vediamo che la metà delle famiglie in cui vi sono pensionati ha un reddito superiore a 24.780 € annui. E infatti il “rischio povertà” per queste famiglie è inferiore al 16% contro il 24% delle famiglie senza entrate pensionistiche.

Dopodiché esistono, certamente, i pensionati poveri: il 20% dei percettori di redditi pensionistici (quindi anche sommando pensioni diverse) arriva solo a 7.400 € annui (9.000 al Nord). Il 20% superiore arriva a 13.200. Dunque in termini statistici potremmo dire che il 40% dei pensionati ha redditi pensionistici che li collocano sotto la soglia di povertà. Ma, per andare oltre il dato statistico, quanti di questi redditi pensionistici bassi vanno a sommarsi a redditi da lavoro, e quanti si integrano in un reddito familiare, come visto sopra? Una rilevazione precisa non l’abbiamo, ma si può azzardare un’ipotesi: soltanto il 27,4% dei pensionati vive da solo. Dunque, è molto probabile che una buona parte di questi pensionati “poveri” viva in un contesto familiare con altri redditi. Comunque si tratta di pensioni sociali, quindi non coperte da contributi, o di pensioni basse per insufficiente contribuzione. Al netto dei perché dell’insufficiente contribuzione (discontinuità lavorativa, ma anche lavoro in nero, evasione contributiva, ecc.) è logico sostenere che in queste situazioni debba intervenire l’assistenza, a carico della fiscalità generale. Non si tratta però di aumentare la pensione a queste persone, ma di attribuirgli un sussidio assistenziale (REI, RdC, ecc.). Ma coloro che rientrano nel successivo 60% dei renditi pensionistici, e che statisticamente vanno da 1.000 € al mese in su, e mediamente prendono 20.017 € annui, perché dovrebbero a ragion veduta rivendicare un aumento delle pensioni? Per le mancate rivalutazioni? Ha prodotto effetti molto marginali, perché l’inflazione in questi anni è stata bassissima e se ha prodotto effetti concreti lo ha fatto, assieme alle trattenute “di solidarietà”, per i rendimenti pensionistici più alti, che in effetti sarebbero gli unici a potersi legittimamente lamentare ma, come è chiaro, non sono al centro delle preoccupazioni del Sindacato.

In realtà la rivendicazione di aumento delle pensioni, al netto di quelli che potrebbero essere gli interventi assistenziali a favore dei più deboli, non è fondata su nessun titolo: gli attuali pensionati hanno rendite pensionistiche ancora in toto o in buona parte basata sul sistema retributivo, e quindi le loro rendite non sono commisurate ai contributi versati, e nei casi di maggiore anzianità addirittura li superano. 1539 € per 13 mensilità (media rendita pensionistiche vecchiaia) sono pochi? Certo, ma non troppo distanti dai 1991 dei lavoratori in attività. Poiché, come detto, l’ammontare delle pensioni (non delle prestazioni assistenziali, concetto che il Sindacato richiama continuamente) non si determina per legge ma in funzione dei contributi in entrata, l’unico modo reale e non demagogico di aumentare le prestazioni pensionistiche è quello di aumentare le retribuzioni dei lavoratori in attività, e quindi i contributi versati. Il resto è propaganda!

C’è un’affermazione, abbastanza veritiera, che va in giro: le pensioni dei nonni rappresentano il welfare per i nipoti. E se invece di chiedere di più per i nonni chiedessimo di spendere di più per i giovani?

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