Economia

Cari Casalino e Di Maio, perché non indicate voi a Tria le coperture per il reddito di cittadinanza?

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Rocco Casalino, il forcing contro il ministero dell’Economia, le coperture evanescenti sul reddito di cittadinanza e un paio di consigli non richiesti. L’articolo di Gianfranco Polillo

Rocco Casalino, portavoce del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, minaccia la decimazione. In una registrazione audio, messa in onda da Repubblica, dopo aver riconosciuto la serietà del ministro Tria, se la prende con la struttura amministrativa del ministero dell’Economia. “Se all’ultimo – minaccia – non dovessero uscire fuori i soldi per il reddito di cittadinanza tutto il 2019 sarà dedicato a far fuori una marea di gente nel Mef. Non ce ne fregherà veramente niente. Ci sarà veramente una cosa ai coltelli”. In precedenza, spaventato da tanto ardire, si era raccomandato di non fare nomi, ma di attribuire la sua dichiarazione ad una “fonte parlamentare”. Per poi ribadire che quei “10 miliardi del cazzo” devono essere trovati, altrimenti scatterà la “mega vendetta” per “far fuori questi pezzi di merda del Mef”. British, come si vede.

Ma, a parte i toni, dalle parole di Casalino traspare una strana concezione della gestione della spesa pubblica. Come se nel grande palazzo di Via XX Settembre, che in passato si pensava di vendere o di trasformare in un grande museo, ad imitazione del Louvre, in qualche sua stanza segreta, se non addirittura in qualche cassetto, la burocrazia avesse nascosto dei soldi. Affidati alla custodia di una burocrazia guardinga e dispettosa rispetto alle giuste esigenze dei 5 Stelle. Talmente dispettosa da rifiutare ogni partecipazione a quella sorta di caccia al tesoro la cui posta in gioco è, appunto, il reddito di cittadinanza.

La spesa pubblica italiana, nel suo complesso, è contabilizzata dalla Ragioneria generale dello Stato, ma gran parte della sua gestione è affidata ai singoli ministeri. Sono questi ultimi che decidono come e quando spendere sulla base di vincoli di natura legislativa e di una residuale discrezionalità amministrativa. Quell’area in cui, in tutti questi anni, è calata la scure dei tagli lineari decisi nelle varie leggi finanziarie. Sorge, pertanto, un primo problema. Se decimazione ha da essere, forse deve essere rivolta innanzitutto nei confronti di quei ministri – molti dei quali pentastellati – che ne gestiscono le relative risorse. A partire proprio da quello del Welfare che è titolare dell’intera partita e retto da Luigi Di Maio.

Compiuta questa prima verifica, si dovrebbe quindi procedere a secondo dei vincoli incontrati. Sull’area delle future spese discrezionali, si può operare modificando il tendenziale. A tal fine i singoli ministri, soprattutto se pervasi dal sacro furore del reddito di cittadinanza, possono chiedere ai loro uffici di costruire i relativi bilanci sia “a legislazione vigente” che “a politiche invariate”. Le cifre sono diverse. Nel primo caso si ha la semplice proiezione della legislazione vigente, nel secondo la loro correzione al rialzo per tener conto dei possibili futuri impegni, che scadranno in corso d’anno. Ad esempio i rinnovi contrattuali. Cifre, tuttavia, che ancora non si sono trasformate in un vincolo giuridico e che, quindi, possono essere modificate dalla decisione politica. Tanto per essere più chiari: le ultime previsioni del ministro Padoan erano “a politiche invariate”. Prevedevano, infatti, l’aumento dell’IVA, che il nuovo Governo vuole sterilizzare. Ma per realizzare un simile obiettivo deve trovare le necessarie coperture.

Comunque se il primo giro d’orizzonte non dovesse bastare, sarà necessario intervenire diversamente: ricorrere a specifici provvedimenti legislativi che modifichino le precedenti disposizioni. Ossia il titolo giuridico che obbliga alla registrazione della spesa nei capitoli di bilancio. Operazione, naturalmente, non semplice. Dietro ogni posta di bilancio esistono vincoli giuridici, riflesso di sottostanti rapporti ed interessi, tutelati dall’ordinamento. Cambiare un contratto sottoscritto non è cosa facile da realizzare se con l’altra parte non c’è accordo, come non lo è ridurre gli stipendi dei dipendenti pubblici o le pensioni. Si può tentare, ma poi c’è sempre la Corte Costituzionale cui spetterà l’ultima parola. Lo si vedrà anche a proposito di Autostrade, se la società dovesse decidere di opporsi ad ogni ipotesi di nazionalizzazione.

Ma al di là dei fatti tecnici, esiste un più serio problema politico. Nella passata legislatura i 5 Stelle hanno avuto ben cinque anni per affinare la loro proposta sul reddito di cittadinanza. A chi obiettava, circa l’enormità della spesa, rispondevano di aver già individuato le coperture finanziarie necessarie. Le tirino fuori, se veramente le hanno individuate. Per ottenere il risultato auspicato non serve nemmeno la collaborazione del Mef. Sarà sufficiente presentare, nel corso della discussione della legge di bilancio, i relativi emendamenti. Ad un’unica, condizione, tuttavia, che le coperture non siano fantasiose, ma in grado di determinare l’effettiva invarianza della spesa complessiva, puntando solo su una sua diversa articolazione.

Solo allora si potrà dire, come sostiene lo stesso Casalino, che 10 miliardi sono niente, rispetto alle manovre passate di 20 o 30 miliardi. Ed una spesa complessiva che è pari ad oltre il 40 per cento del Pil. Insomma: il problema è sempre quello. Non basta dire che “uno vale uno”: bisogna studiare. E dimostrare che i cinque anni trascorsi nelle aule parlamentari non sono passati invano. Perché gli esami, come diceva Eduardo De Filippo, non finiscono mai.

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