Economia

Cara Commissione Ue, così devi liberare gli spiriti animali dell’Italia

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La Commissione europea ha deciso di aprire un pubblico dibattito sulle modifiche da apportare alla Governance economica dell’Eurozona. Ecco i suggerimenti di Gianfranco Polillo, editorialista ed ex sottosegretario al ministero dell’Economia

La Commissione europea ha deciso di aprire un pubblico dibattito sulle modifiche da apportare alla Governance economica dell’Eurozona. Vale a dire sia sul Fiscal compact che su meccanismo di alert per gli squilibri macro economici. Ha presentato in proposito una relazione di base (Brussels, 5.2.2020 COM(2020) 55 final), chiedendo un commento. Queste le prime osservazioni da parte nostra:

“Per l’Italia (ultimo posto, dati MIB – Macroeconomic Imbalance Procedure) il problema essenziale è la crescita. In queste condizioni, come si vedrà in seguito, ridurre il rapporto debito/Pil diventa impossibile. Tutte le possibili manovre di contenimento producono un inevitabile effetto pro-ciclico e si traducono in un aumento di quel rapporto o, nel migliore dei casi, in una sua stabilizzazione. Come mostrano i dati relativi al periodo 2007 –2019.

Ma l’Italia presenta anche un surplus consistente (tasso medio 2,6% del Pil) delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Che nell’Eurozona, in valore assoluto, è inferiore solo a quello della Germania e dell’Olanda, e, rapportato al Pil, al sesto posto, insieme alla Spagna. Paesi, entrambi, sofferenti per un elevato livello di disoccupazione, inferiore solo alla Grecia, pari, secondo il MIB, rispettivamente all’11,2 % (valore medio nel triennio) ed al 17,4%.

Il fenomeno, com’è noto, dà origine ad un eccesso di risparmio, che non trovando contropartita in un corrispondente flusso di investimenti, determina il trasferimento di risorse a favore dell’estero. Pur non volendo limitare la libera circolazione dei capitali, che costituisce una delle quattro libertà fondamentali del mercato unico, si deve cercare di evitare, come recita il report della Commissione, che “ampi e prolungati surplus correnti (…) possano incidere sul fluido funzionamento dell’Eurozona. Regolarli potrebbe dare una spinta alla crescita reale del Pil del singolo Paese ed un contagio positivo con il resto dell’Eurozona”. Nel caso italiano, in particolare, un maggior tasso di crescita, che ne risulterebbe, darebbe un forte contributo all’abbattimento del debito.

Benché in generale “fondamenti economici” del fenomeno, come recita il Report, “non possano essere pienamente spiegati”, in un Paese come l’Italia, afflitto fin dagli inizi degli anni ‘50 dal fenomeno del dualismo territoriale, le risultanze risultano relativamente evidenti. Il surplus corrente della bilancia dei pagamenti italiana altro non è che la conseguenza della forte compressione della domanda interna a vantaggio di quella estera. A seguito di una specializzazione produttiva sempre più concentrata in una parte limitata del territorio: un triangolo racchiuso tra Milano, Treviso e Bologna. Mentre il resto del Paese tende a regredire.

In passato il possibile allargamento delle basi produttive del Paese era stato affidato ai flussi migratori interni: dal Sud verso il Nord. E poi ritorno al Paese d’origine. Fenomeno che ancora oggi si ripete, seppure in formato ridotto. E comunque con un’intensità tale da non poter invertire la forza di un processo cumulativo di segno contrario. L’unica soluzione realistica è, quindi, quella di contribuire, con opportune riforme, a far crescere in anticipo la domanda interna dei territori più svantaggiati per creare nuovi fattori di localizzazione dello sviluppo, grazie alle risorse (soprattutto l’occupazione) ancora sottoutilizzate.

L’ostacolo principale è dato dalla mancanza di risorse pubbliche disponibili, in una situazione di finanza pubblica caratterizzata da un debito eccessivo. Che, a sua volta, deve essere ridotto. Operazione quasi impossibile nelle condizioni date. In Italia il totale delle spese pubbliche, al netto degli interessi, è, in media, leggermente inferiore a quella dell’Eurozona (–0,2% nel 2019). È invece leggermente più alta la spesa per interessi e quella corrente. Del tutto insufficiente, al pari della Spagna, Cipro, Portogallo e Grecia, quella per investimenti. I tentativi di spending review, che si sono succeduti dal 2011 in poi, non hanno prodotto i risultati sperati.

La pressione fiscale, a sua volta, è inferiore solo a quella del Belgio, della Francia e dell’Austria, in compenso il livello di evasione è pari al doppio della media dell’Eurozona. Situazione derivante da un assetto fiscale del tutto obsoleto che riflette ancora il vecchio impianto fordista degli anni ‘70, oggi completamente disallineato rispetto ai moduli organizzativi e gestionali della realtà contemporanea. L’eccesso di fisco ed una spesa pubblica, indubbiamente da qualificare, ma molto simile, dal punto di vista quantitativo, a quella dell’Eurozona, rende difficile operare nell’ambito delle sole regole del PSC (Patto stabilità e crescita) per abbattere il debito.

Ed allora non rimane che coniugare diversamente i due indirizzi: PSC e MIB. Consentire ai Paesi con surplus corrente della bilancia dei pagamenti un extra deficit, fino a concorrenza dell’eccesso di risparmio, per realizzare esclusivamente un “Piano nazionale di riforme” preventivamente concordato. Una sorta di golden rule avente come direttive principali investimenti, meglio se in linea con il Green Deal, ed, almeno per l’Italia, un riforma fiscale complessiva che adegui le strutture del prelievo ai mutamenti intervenuti nell’organizzazione sociale. Per rimettere in moto l’economia, via crescita della domanda interna, e ottenere un contenimento del debito”.

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