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Il gran ballo delle banche sul cambiamento climatico

Cambiamento Climatico Crisi Finanziaria

Gestione del rischio climatico: alcune banche britanniche, olandesi e svizzere si distinguono in positivo. Le banche nordiche, francesi, spagnole e giapponesi sono leggermente indietro, mentre quelle irlandesi, tedesche, italiane e cinesi sono in ritardo. L’analisi di Paul Smillie, analista del credito senior, e Rosalie Pinkney, analista del credito senior e Natalia Luna, analista senior investimenti tematici di Columbia Threadneedle Investments

 

Per gli investitori che valutano le istituzioni finanziarie, la crisi climatica diventerà presto una considerazione chiave. La nostra ricerca dimostra che sussiste già un’ampia dispersione tra i leader e i ritardatari del settore.

Nel suo storico discorso del 2015, Mark Carney, allora governatore della Bank of England, invocò lo spettro di un “momento Minsky”, un crollo dei prezzi degli attivi causato dalla crisi climatica. All’epoca le sue parole parvero distopiche e sembrarono evocare una prospettiva distante. Oggi, tuttavia, appaiono più preveggenti.

Una folta schiera di banche centrali teme che il cambiamento climatico possa scatenare la prossima crisi finanziaria. Per questo motivo, le autorità di vigilanza in Europa e nel Regno Unito stanno già iniziando a esaminare la resilienza delle banche al cambiamento climatico, valutando sia le probabili tensioni derivanti dalla transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio nei prossimi decenni, sia l’impatto di condizioni meteorologiche estreme.

Per il momento, tuttavia, l’ansia delle autorità monetarie non si riflette nei mercati azionari o obbligazionari, che sembrano relativamente poco influenzati dal rischio climatico. Eppure nei prossimi anni il cambiamento climatico potrebbe diventare un motore chiave della performance finanziaria e un fattore importante per gli investitori che valutano le banche.

I rischi per gli utili non mancano neppure nel breve termine, mentre nel medio periodo è probabile che gli istituti con maggiori esposizioni legate al clima dovranno far fronte a requisiti patrimoniali più elevati, per non parlare dei rischi reputazionali. Ma non è solo una questione di rischio. Guardando avanti di qualche anno, potrebbero anche esserci opportunità per le banche che guidano il finanziamento della transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio. In effetti, si stima che gli investimenti e i finanziamenti verdi potrebbero raccogliere fino a 50 miliardi di dollari di ricavi nei prossimi 5-10 anni.

MOTORI DEL CAMBIAMENTO

Dato che il cambiamento climatico è destinato a diventare un argomento determinante, crediamo che presto non sarà più sufficiente per le banche assumere impegni di carattere generale sul clima. Sottoposti a un crescente scrutinio, gli istituti bancari dovranno migliorare le informative sul rischio climatico, dimostrare che le considerazioni sul clima si inseriscono negli standard di sottoscrizione e ridurre le loro impronte di carbonio.

Sebbene l’esposizione delle banche ai combustibili fossili sia relativamente modesta – i settori ad alta intensità di carbonio rappresentano ad oggi meno del 10% dell’esposizione creditizia degli istituti europei – secondo i calcoli della Banca centrale europea (BCE) una crisi climatica potrebbe incrementare le perdite del sistema bancario fino al 60%, con ricadute significative sugli utili, dato che i combustibili fossili rappresentano il 10%-15% dei ricavi generati a livello globale dall’attività bancaria all’ingrosso. Il rischio reputazionale è già in aumento.

Consideriamo le critiche rivolte a JP Morgan Chase nel 2020 per i suoi prestiti al settore energetico. In un rapporto compilato da una collaborazione di organizzazioni non governative (ONG), tra cui Rainforest Action Network e BankTrack, si è scoperto che la banca statunitense è il maggior finanziatore di combustibili fossili a livello globale. Vista la crescente sensibilità del pubblico al problema del cambiamento climatico, il possibile danno alla reputazione non dovrebbe essere ignorato.

Le autorità di vigilanza bancaria stanno cominciando a imporre una serie di cambiamenti, specialmente nell’UE e nel Regno Unito. Le banche centrali francese e olandese hanno eseguito stress test climatici nel 2020, la Bank of England l’ha fatto nel 2021 e la BCE prevede di farlo nel 2022.

Guardando al 2025, l’Autorità bancaria europea (ABE) intende introdurre una revisione dei requisiti patrimoniali ESG, che differenzierà il trattamento patrimoniale degli attivi in base ai fattori ambientali e sociali. Nel Regno Unito, le banche dovranno rispettare gli standard della Task-Force for Climate-Related Financial Disclosures entro il 2025, fornendo informazioni standardizzate sui loro rischi climatici.

Anche negli Stati Uniti, chiaramente, un inasprimento della regolamentazione è dietro l’angolo. Nel novembre 2020 la Federal Reserve ha identificato per la prima volta nel cambiamento climatico un rischio per la stabilità finanziaria. Inoltre, il presidente Biden ha dichiarato di considerare il cambiamento climatico una priorità e prevede di richiedere alle società quotate di divulgare informazioni sui rischi finanziari legati al clima.

LEADER E RITARDATARI

Finora, tuttavia, vi sono poche indicazioni che le banche stiano riducendo i prestiti legati ai combustibili fossili, con l’importante eccezione del carbone. Gli investitori potrebbero però iniziare presto a distinguere tra leader e ritardatari, grazie ai migliori dati estratti dalle informative obbligatorie. Inoltre, l’engagement degli azionisti e l’attivismo delle ONG potrebbero ripercuotersi in tempi brevi sulle valutazioni delle azioni bancarie.

Abbiamo condotto un esercizio di engagement con più di 50 banche a livello globale, ponendo domande sulla strategia climatica e sulla gestione del rischio climatico e facendo seguito con una serie di incontri. Abbiamo riscontrato così l’emergere di alcune chiare tendenze.

A livello generale, alcune banche britanniche, olandesi e svizzere si distinguono in positivo. Le banche nordiche, francesi, spagnole e giapponesi sono leggermente indietro, mentre quelle irlandesi, tedesche, italiane e cinesi sono in ritardo.

Abbiamo iniziato a tenere conto dell’esposizione delle banche ai rischi climatici nella nostra ricerca. Il cambiamento climatico non incide ancora sugli utili o sui requisiti patrimoniali delle banche, ma potrebbe farlo già tra due o cinque anni.

Dato che nella nostra valutazione delle aziende adottiamo un orizzonte prospettico di due anni, incorporiamo questa dimensione nella nostra ricerca obbligazionaria e assegniamo i relativi rating alle banche. Queste valutazioni cominciano a influenzare la costruzione del portafoglio. A nostro avviso, non passerà molto tempo prima che gli investitori inizino a operare una distinzione tra leader e ritardatari. Ciò creerà un’opportunità per gli investitori attivi, premiando al contempo le banche che hanno agito tempestivamente per affrontare il cambiamento climatico con un costo competitivo del capitale.

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