Economia

Debito-Pil peggiora, ma Bruxelles (per ora) fa finta di niente. L’analisi di Liturri

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Che cosa dice e non dice il parere della Commissione Ue sulla conformità del Documento Programmatico di Bilancio (DPB) al Patto di Stabilità e alle raccomandazioni del Consiglio europeo. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Come ogni anno a fine novembre, la Commissione Ue ha emesso il proprio parere sulla conformità del Documento Programmatico di Bilancio (DPB) al Patto di Stabilità e Crescita ed alle raccomandazioni del Consiglio Europeo.

Il DPB, inviato dal governo entro il 15 ottobre, contiene già tutte le misure che sono state poi tradotte nelle norme contenute nel decreto legge e nel disegno di legge in questi giorni all’esame delle Camere.

C’è un solo problema: i saldi di bilancio (promessi alla UE con il DPB) non possono essere più cambiati e quindi tutti gli emendamenti di cui si discuterà per 2 mesi, devono avere un’adeguata copertura. Se si volessero aumenti di spesa o tagli di imposte, si dovrebbe indicare quale altra spesa tagliare o altra imposta aumentare. Non si scappa.

Quindi il parere della Commissione riveste una particolare importanza. Se quel parere fosse negativo si imboccherebbe un sentiero che porterebbe fino all’avvio della procedura d’infrazione da parte del Consiglio della UE (Ecofin).

Quest’anno ricordiamo ancora le giornate infuocate tra ottobre e novembre 2018, quando già il 5 ottobre la NADEF scatenava la reazione dei Commissari (fatto senza precedenti) che successivamente chiesero la revisione del DPB, riproposto senza sostanziali variazioni da Tria e per il quale la Commissione ravvisò “l’esistenza di una non conformità particolarmente grave”. Seguirono settimane di serrato confronto al termine delle quali, il 19 dicembre, si arrivò alla famosa mediazione del 2,04% tagliando di circa €10 miliardi il saldo del 2,4%.

E non finì là. Perché in primavera la Commissione, non paga, azionò l’equivalente dell’opzione nucleare: la procedura per debito (attenzione, non deficit) eccessivo.

La Commissione non ci censurava più per l’eccessiva quantità d’acqua (cioè il deficit) che versavamo nella bacinella (cioè il debito), ma per il livello dell’acqua nella bacinella. Dal 2012, in base al ‘Fiscal Compact’, l’eccedenza del livello di debito/PIL rispetto al 60%, deve ridursi in misura di un ventesimo all’anno. Poiché siamo intorno al 136%, il rapporto debito/PIL dovrebbe scendere del 3,8% medio all’anno misurato sugli ultimi 3 anni, equivalente a lanciare una bomba atomica sul Paese.

Finora avevamo sempre evitato ogni anno questa tagliola, da ultimo il 23 maggio 2018, soprattutto perché eravamo nel cosiddetto braccio preventivo del Patto di Stabilità e Crescita, quello in cui ci sono i Paesi con deficit/PIL sotto il 3% tendente verso l’obiettivo di medio termine del 0,5%, e ciò, insieme ad altri “fattori rilevanti”, consentiva alla Commissione di esercitare la sua discrezionalità in materia.

Nel 2019 fummo condotti sotto il patibolo ma all’ultimo momento, a luglio, il boia ci ripensò. Ma non dimentichiamo il bombardamento mediatico e la stantia retorica sulla inviolabilità delle regole. Che invece venivano interpretate, al limite del sospetto dell’arbitrio.

Ma quest’anno siamo improvvisamente diventati virtuosi? È vero che le parole della Commissione sono diverse e particolarmente edulcorate poiché si passa da ‘esistenza di una non conformità particolarmente grave (2018)’ a ‘rischio di non conformità (2019)’ con evidenza di un ‘significativo scostamento’ sia rispetto all’obiettivo di medio termine di riduzione del deficit che all’obiettivo di riduzione del debito. Ma la realtà dei numeri è impietosa. Infatti le raccomandazioni della UE e le norme del Patto di Stabilità e Crescita non sono comunque rispettate:

1) La spesa pubblica al netto degli interessi non diminuisce, anzi aumenta. La medesima tendenza dell’anno scorso.
2) Il deficit di bilancio strutturale peggiora e non tende verso lo 0,5%. Allo stesso modo dell’anno scorso, seppure in misura minore.
3) Il rapporto debito/PIL addirittura aumenta, violando così il Fiscal Compact. Ed è questo il punto più grave su cui l’anno scorso, come detto, rischiammo l’avvio della procedura d’infrazione.

Secondo la Commissione, il debito/PIL è previsto salire dal 136,2% del 2019 al 136,8% del 2020. Al contrario, il Governo prevede che scenda dal 135,7% al 135,2%.

Quindi la Commissione, sul punto di nostra maggiore vulnerabilità, non solo non condivide le previsioni del Governo per il 2020, ma le ribalta clamorosamente, perché:

a) Ritiene che il deficit/PIL sarà lievemente superiore: 2,3% anziché 2,2%, con probabilità di peggioramento.

b) Boccia in toto le nostre previsioni di inflazione (1,3% del Governo viene corretto a 0,9%, un’enormità) e quindi il PIL nominale, che è quello che conta per il rapporto debito/PIL, è nettamente più basso. In generale, la Commissione valuta come ottimistiche tutte le ipotesi macroeconomiche del Governo.

Come aggravante, quest’anno il debito/PIL è pure aumentato dal 131% al 136% in una sola notte di settembre, ma non c’è traccia delle préfiche strepitanti che l’anno scorso affollavano i media, dando già per certa la procedura d’infrazione.

Se questi sono i numeri, ne consegue che se siamo stati a rischio di procedura d’infrazione per debito eccessivo nel 2019, dovremmo esserlo anche, e ancor di più, nel 2020, altrimenti aumenterebbe il sospetto di uso discrezionale delle regole da parte della Commissione.

E così si spiegherebbe anche perché sta per essere affidato al MES il delicatissimo compito di decidere se prestare denaro ad un Paese in difficoltà. Cosa c’è di meglio di affidarsi a parametri di valutazione prestabiliti, anziché alle valutazioni politiche e discrezionali della Commissione che non punisce a dovere i Paesi reprobi?

(versione integrata e aggiornata di un articolo pubblicato ieri dal quotidiano La Verità)

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