Economia

Brexit no deal? Ecco chi deve temere davvero di più

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Brexit no-deal. La Beffa inglese smonta il Bluff europeo? L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Gli scenari da paura si moltiplicano, ma forse qualcuno in Gran Bretagna ha calato l’asso che smonta i presupposti su cui era stato costruito l’Accordo e fa cadere tutto il castello propagandistico di questi anni.

Vediamo che cosa è successo, dopo l’approvazione del Referendum sulla Brexit.

Non c’è stato giorno che, sui media mainstream, non siano state pubblicate con grande evidenza previsioni catastrofiche sulle conseguenze di una Brexit senza accordo.

Project Fear, senza alcun limite alla fantasia.

Scaffali dei supermercati vuoti, prezzi di frutta e verdura alle stelle, farmacie prese d’assalto per carenza di medicinali, la Famiglia Reale costretta a lasciare Londra per via dei tumulti, colonne chilometriche di camion fermi alla dogana di Calais, possibilità di decretare lo stato di emergenza con l’utilizzo dell’esercito, voli per l’Europa bloccati, cittadini europei che vivono in Inghilterra da anni che corrono il rischio di espulsione.

Si è sfiorato il ridicolo: anche cani e gatti, animali da compagnia così cari a tante famiglie, non potranno più attraversare la Manica al seguito dei loro padroni per via della decadenza degli accordi in materia di controlli veterinari.

Non basta. Non è mancata neppure l’invasione delle cavallette, una delle bibliche Piaghe d’Egitto.

Si afferma infatti che la Gran Bretagna perderà anche il suo fiore all’occhiello, visto che la City si svuoterà a favore di Parigi e Francoforte, mentre le grandi industrie sposteranno la produzione altrove, a cominciare da quella automobilistica.

Il perché è presto detto: la finanza inglese perderà il privilegio del passaporto finanziario, cioè la possibilità di operare in tutta l’Unione europea senza avere una organizzazione stabile nei diversi Paesi ma solo in Gran Bretagna.

La realtà è ben diversa.

Basta pensare alle merci esposte da anni nei supermercati, in Gran Bretagna e nel resto dell’Europa: pompelmi di Jaffa, arance tunisine, uva sudafricana, riso vietnamita, ananas brasiliani, caffè etiopico, rhum delle Antille, bourbon americano, aglio cinese, fragole cilene. Arriva di tutto da tutto il mondo, ma il commercio con l’Europa sarebbe bloccato, non si capisce perché.

La minaccia di togliere il passaporto finanziario non fa affatto paura: da Londra hanno già fatto sapere che a decorrere dal 29 marzo saranno inoperative tutte le coperture dei rischi previste con i contratti derivati stipulati con controparti britanniche o aventi sede in Gran Bretagna. I contratti cesseranno di essere applicabili: è una prospettiva che fa accapponare la pelle, perché non c’è nessun altro soggetto in grado di subentrare. E già anche il Ministero del tesoro italiano ha fatto sapere che è pronta la decretazione d’urgenza che eviti qualsiasi soluzione di continuità, evitando problemi sui mercati finanziari.

La strategia era chiara: terrorizzare il popolo inglese, suscitare l’isteria collettiva, ricorrendo comunque a scenari diversi dalla caduta del mercato azionario e dalla paralisi dei mercati finanziari, che ormai fanno meno paura di una pistola ad acqua. Sono stati utilizzati senza successo all’epoca del voto referendario: il popolo disse sì alla Brexit e non accadde nulla di quanto temuto. Una minaccia andata a vuoto, che è meglio far dimenticare.

Occorre convincere l’opinione pubblica inglese a pressare il Parlamento, affinché approvi l’Accordo già stipulato dalla premier Theresa May con l’Unione europea. Il fatto è che Westminster ha già respinto l’approvazione dell’Accordo, e ne ha chiesto una rinegoziazione che la Commissione europea dichiara impossibile.

Arrivati allo stallo, bisogna puntare su una marcia indietro del Parlamento inglese, messo con le spalle al muro di fronte alle conseguenze catastrofiche del no-deal.

Il terrore vero, invece, è un altro: i Paesi europei temono la fine del Bengodi, l’avanzo strutturale del loro commercio col Regno Unito. Solo la Germania ha un saldo attivo di 50 miliardi di euro l’anno.

Ora, un asso calato all’improvviso, può smontare il bluff dell’Europa.

Da parte britannica, qualcuno ha già avanzato l’ipotesi di applicare le regole del WTO, portando a zero le tariffe doganali verso tutti i Paesi del mondo. In questo caso, non ci sarebbe più bisogno di una dogana e neppure di una frontiera tra l’Irlanda del Nord che fa parte del Regno Unito e la Repubblica d’Irlanda che permane nella Unione Europea.

L’Unione europea aveva costruito l’Accordo sfruttando un ostacolo politico insuperabile per costringere la Gran Bretagna a rimanere come membro della Unione doganale se non del Mercato interno. Uscendo dalla Unione doganale, infatti, sarebbe stato necessario erigere una barriera doganale.

Con un sistema di commercio internazionale a tariffe zero e senza quote, verso l’Europa e verso tutto il resto del mondo, tutta la costruzione dell’Accordo, che sfrutta il vincolo costituzionale tra le due parti della Irlanda a non erigere più alcuna frontiera, cade miseramente.

L’Europa trema: commercio libero con tutto il mondo, senza dazi né quote.

 

Estratto di un articolo pubblicato su teleborsa.it

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