Economia

Paradossi e incognite nel divieto Bce alle banche sui dividendi

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La Bce ha esteso fino al 1° gennaio 2021 la raccomandazione di non pagare dividendi agli azionisti delle banche. È la scelta migliore? L’analisi di Silvio Cuneo e Andrea Resti tratta da Lavoce.info

VINCOLI AL DIVIDENDO? NULLA DI NUOVO

Il 28 luglio la Banca centrale europea ha esteso fino al primo gennaio 2021 la propria raccomandazione agli enti creditizi dell’Eurozona perché non paghino dividendi ai propri azionisti. Il presidente del Meccanismo di vigilanza unico (Mvu), Andrea Enria, ha spiegato la decisione con un “post” scritto in prima persona sul blog della Bce, ricordando che discende da un’analisi d’impatto sulle conseguenze del Covid-19 per la stabilità bancaria e che non è stata presa a cuor leggero.

Nondimeno, la notizia fa discutere perché accresce ulteriormente l’ingerenza della vigilanza nella gestione delle banche, che sono aziende private, ancorché di pubblico interesse per il servizio reso all’economia e i rischi posti alle finanze pubbliche. Poca cosa, si dirà, di fronte a un virus che ha indotto i governi a tenerci per settimane agli arresti domiciliari. Eppure, proprio in tempi di crisi qualcuno chiede se sia opportuno far sentire più povere le famiglie (e le fondazioni) che hanno investito in azioni bancarie.

Cominciamo col dire che per le aziende di credito è normale non potere disporre liberamente di dividendi e riserve, visto che devono mantenere un livello minimo di patrimonializzazione e gli unici proventi distribuibili sono quelli “in eccesso” rispetto ai coefficienti patrimoniali obbligatori (persino i modelli con cui si valutano le banche tengono conto solo del cosiddetto “excess capital”). Dal 2013, poi, una regola nota come “capital conservation buffer” impone anche agli istituti in regola con il patrimonio minimo, ma di stretta misura, di limitare o sospendere i dividendi e persino i bonus ai manager.

Tuttavia, proprio il fatto che già in tempi normali la banca sia un’azienda “a sovranità limitata” porta a chiedersi se sia necessario introdurre ulteriori vincoli, come quelli annunciati dalla Bce.

IL RAGIONAMENTO DELLA BCE

L’architettura concettuale che sta dietro alla decisione del Mvu è quella di un modello a due stadi: oggi c’è un elevata probabilità che domani il patrimonio delle banche conosca una riduzione severa ed è necessario assumere la decisione ottimale. Se si distribuiscono dividendi, si aumenta il rischio che il capitale in futuro possa risultare insufficiente ad assorbire le perdite garantendo stabilità al sistema. Se ciò accade, gli azionisti dovranno presentarsi sul mercato col cappello in mano, emettendo nuove azioni a condizioni penalizzanti e imbarcando tanti soci (con cui dividere gli utili futuri) in cambio di pochi soldi.

Raccontato così, il taglio dei dividendi può essere la scelta migliore per gli stessi azionisti che lo subiscono: rinunciare all’uovo oggi significa tenersi la banca domani. Ma allora perché imporre la decisione dall’alto anziché affidarsi alla razionalità degli investitori, che da sola dovrebbe indurli a operare la scelta migliore? Le ragioni sono parecchie. Per cominciare, spesso il mercato è miope: pochi, maledetti e subito. Vi è poi una dimensione macro-prudenziale che travalica le decisioni dei singoli istituti, perché quando una banca è a corto di capitale molte altre si trovano nella stessa situazione e a quel punto raccogliere nuovo capitale non è più solo costoso, ma impossibile.

ATTENTI A NON “SCOPPIARE” DI SALUTE

Attenzione, però, perché un vincolo ai dividendi percepito come permanente dal mercato può avere anch’esso effetti destabilizzanti. In equilibrio, il prezzo delle azioni bancarie cresce con il volume di utili annui attesi, ma anche con il pay-out ratio, cioè la quota di utile distribuita agli investitori. La Bce, nel comunicato del 28 luglio, fa sapere che il bando ai dividendi potrebbe proseguire anche nel 2021. Ma se la riduzione del pay-out imposta dal Mvu non fosse vista come eccezionale e transitoria, il risultato sarebbe un calo dei prezzi e della capitalizzazione di mercato degli enti creditizi. Oltre a danneggiare evidentemente gli azionisti (famiglie e fondazioni incluse), ciò potrebbe portare a conseguenze paradossali: come è stato recentemente argomentato in un report di Bank of America (dall’evocativo titolo “Zero dividends: a local mistake”), quotazioni depresse potrebbero indurre le banche a prestare di meno anche se il coefficiente patrimoniale sale di qualche punto decimale grazie al dividendo non distribuito. È di questo che abbiamo bisogno per combattere una recessione? Da qui al primo gennaio 2021 la Bce ha tempo di meditare.

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