Donald Trump non ha bisogno di carri armati per mettere sotto pressione l’Europa. Gli bastano i dazi, o la minaccia di usarli. La crisi sulla Groenlandia, con l’ultimatum lanciato dal presidente americano e la prospettiva di tariffe punitive contro i paesi europei coinvolti, impone all’Unione europea la domanda se sia attrezzata per essere una forza autonoma rispetto a Washington.
È in questo contesto che in questi giorni emerge al centro del dibattito lo Strumento anti-coercizione, approvato dall’Ue nel 2023 e mai attivato o, come viene chiamato informalmente, il bazooka, ossia un’arma commerciale pensata per dissuadere paesi terzi dall’usare l’economia come strumento di pressione politica.
Trump, Macron e la frattura politica europea
Secondo il New York Times, l’Europa è davanti a un bivio: reagire alla coercizione economica americana oppure continuare a subirla per non compromettere il rapporto strategico con Washington, da cui resta dipendente per la Nato e per il sostegno all’Ucraina. “L’arma più forte dell’Europa sarebbe il bazooka commerciale, ma la dipendenza dagli Stati Uniti ne limita l’uso”, osserva il quotidiano americano.
Emmanuel Macron è il leader che più apertamente contesta questa logica. A Davos ha parlato di “intimidazioni” e di “ambizioni imperiali”, sostenendo che l’Europa – che Trump vorrebbe “vassalla” degli Usa – deve dimostrare di saper usare i propri strumenti quando viene minacciata. Un messaggio rivolto tanto a Washington quanto ai partner europei. Un diplomatico francese lo ha sintetizzato così: “Se continuiamo a dire che abbiamo un’arma e poi non la usiamo mai, quella non è deterrenza, è teatro”.
Il vertice svizzero sembra segnare quindi un momento in cui Europa e Stati Uniti si avvicinano “al punto di rottura”, come ha dichiarato il premier belga Bart De Wever. Un allarme che rivela quanto la bellicosità di Macron – che ha apertamente evocato il ricorso al “bazooka” – non abbia dietro di sé una posizione unitaria dell’Ue. Germania e Italia restano più caute. Per Armin Laschet, presidente della commissione Esteri del Bundestag tedesco, “bisogna evitare l’escalation di una guerra commerciale”, anche se – ammette – “non si può accettare tutto dagli Stati Uniti: se impongono nuovi dazi contro l’Europa, l’Ue deve reagire”. E cita il fatto, geopoliticamente rilevante, che l’Europarlamento questa settimana non esaminerà l’accordo con gli Usa sui dazi. Tuttavia, “se scoppia una guerra commerciale alla fine perdiamo tutti”, anche perché l’Ue “non ha una vera sovranità geopolitica”. Questa prudenza nonostante il fatto che la Germania è stato proprio uno dei paesi a inviare truppe di terra in Groenlandia, mossa che ha scatenato la furia di Trump e la minaccia di dazi al 200% per l’Ue. Ma secondo il tedesco Der Spiegel, Berlino sarebbe comunque disposta ad attivare lo Strumento anti-coercizione. Giorgia Meloni, da par suo, ha insistito sulla necessità di evitare l’escalation e di “tenere aperto il dialogo”.
I numeri che spiegano la prudenza (e la paura)
I dati aiutano a capire perché. Il rapporto economico Ue-Usa è di proporzioni molto consistenti: nel 2024 il valore degli scambi di beni è servizi si è attestato a 1.680 miliardi di euro tra beni e servizi. Sul fronte delle merci, l’Unione europea esporta verso gli Stati Uniti più di 530 miliardi di euro, importandone circa 330 miliardi, con un surplus superiore ai 190 miliardi.
Ma l’esposizione è profondamente asimmetrica. La Germania esporta negli Usa oltre 160 miliardi di dollari l’anno; l’Italia circa 78 miliardi; la Francia poco più di 60 miliardi. È per questo che, come osservano analisti citati dal Messaggero, una ritorsione americana sarebbe per Berlino e Roma un rischio macroeconomico, non una semplice schermaglia diplomatica.
A questi numeri si aggiunge la dimensione finanziaria. Come ricorda Adnkronos, gli investitori europei detengono negli Stati Uniti asset per oltre 12.600 miliardi di dollari. Una leva enorme sulla carta, ma difficilmente utilizzabile senza effetti boomerang: disinvestimenti forzati o tensioni strutturali colpirebbero prima di tutto l’Europa stessa. “La finanza, dunque, non è un’arma da usare apertamente, ma può funzionare come segnale politico”, scrive Giorgio Rutelli.
Davos, mercati e l’effetto incertezza
Davos ha chiarito che la crisi non è solo politica. I mercati hanno reagito con nervosismo: volatilità, rafforzamento del dollaro, pressione sui titoli più esposti all’export verso gli Usa. Come sottolinea il Messaggero, gli investitori temono meno l’entità immediata dei dazi e più il ritorno a un quadro imprevedibile, in cui le regole possono cambiare da un giorno all’altro.
È su questo punto che si inserisce la lettura della presidente della Bce, Christine Lagarde. A Davos ha spiegato che l’impatto diretto dei dazi sull’inflazione europea potrebbe essere limitato nel breve periodo, ma ha aggiunto che “il vero veleno per l’economia è l’incertezza” e i “continui voltafaccia di Trump”. L’invito di Lagarde all’Europa, in ogni caso, è quello “all’unità e alla determinazione”. Quanto al “bazooka” proposto da Macron, per la presidente della Bce “dobbiamo indicare quali strumenti abbiamo a disposizione, dare prova di determinazione collettiva, essere uniti e risoluti: questo fa parte della necessaria posizione europea. Poi, una volta che i partner si siederanno al tavolo, una volta che il presidente Trump avrà ridefinito la sua posizione a Davos, ciò permetterà agli europei di decidere insieme cosa fare”.
Domani Bruxelles: tutte le opzioni sul tavolo
Dopo le minacce di Trump nel fine settimana, il Parlamento europeo ha sospeso la ratifica dell’accordo Ue-Usa sui dazi raggiunto la scorsa estate, che prevedeva una stabilizzazione tariffaria con soglie intorno al 15%. È stato il primo segnale concreto di reazione.
Ora, domani, i leader europei si riuniscono a Bruxelles per un Consiglio europeo straordinario. Sul tavolo c’è una vera e propria scala di misure: confermare lo stop all’accordo sui dazi reciproci, attivare controdazi su circa 93 miliardi di euro di importazioni americane, oppure compiere il passo più estremo, l’uso dello Strumento anti-coercizione.
Cos’è davvero il bazooka europeo
Lo Strumento anti-coercizione è stato approvato nel novembre 2023 ed è entrato in vigore a dicembre dello stesso anno. Da allora non è mai stato utilizzato. Nasce dopo il caso Cina-Lituania del 2021, quando Bruxelles si rese conto di non avere strumenti adeguati per reagire a pressioni economiche mirate usate per influenzare decisioni politiche.
Il regolamento definisce coercizione economica qualsiasi misura o minaccia che incida su scambi o investimenti con l’obiettivo di forzare una decisione sovrana dell’Ue o di uno Stato membro. Non è un automatismo, ma uno strumento politico e graduale, che coinvolge Commissione e Consiglio.
Come funziona il bazooka in dieci punti
- Segnalazione della possibile coercizione
- Analisi preliminare della Commissione
- Valutazione dell’impatto economico e politico
- Proposta formale della Commissione
- Decisione del Consiglio a maggioranza qualificata
- Avvio di una fase di dialogo con il paese terzo
- Constatazione del fallimento del dialogo
- Scelta delle contromisure (dazi, servizi, investimenti, appalti, proprietà intellettuale)
- Applicazione proporzionata e temporanea
- Revisione e sospensione delle misure se la coercizione cessa
È per l’ampiezza di questo arsenale che a Bruxelles si parla di bazooka. Ma è anche per questa complessità che molti temono di non riuscire a gestirlo politicamente.
Commissione e cautela istituzionale
La presidente della Commissione Ursula von der Leyen, intanto, cerca di mantenere aperta la linea del dialogo, ricordando, da Davos, che “i dazi sono una tassa che colpisce consumatori e imprese” e che l’obiettivo dell’Ue non è punire, ma “difendere la capacità dell’Europa di prendere decisioni sovrane senza pressioni esterne”. Tuttavia, la presidente ha ribadito che l’Unione “ha strumenti per rispondere alla coercizione economica, se necessario”, e che la “nostra risposta sarà ferma, unita e proporzionata”.
Critiche e timori: dal bazooka al petardo
Come rilevato dalla Stampa, il rischio è che il bazooka si trasformi in un “petardo”. Mentre Stefano Feltri, in un commento ripreso da Startmag, è ancora più esplicito: “Imbracciare il bazooka e poi scoprire che non ci sono le condizioni per sparare, o che il colpo è a salve, sarebbe un disastro per l’Europa”.
Anche l’Istituto Bruno Leoni ha espresso scetticismo sull’uso dello strumento, sostenendo che una risposta basata su nuove barriere rischia di aggravare la frammentazione commerciale e di colpire consumatori e imprese europee più degli Stati Uniti.
Marco Buti, ex alto funzionario europeo, ha offerto una lettura più equilibrata: il bazooka è “uno strumento necessario ma pericoloso”. La deterrenza, sostiene, funziona solo se è sostenuta da una strategia industriale e geopolitica più ampia. Senza questa, l’Ue rischia di dimostrare di avere strumenti che non è in grado di usare.
Deterrenza senza strategia
Il paradosso finale è tutto qui. L’Europa ha costruito il bazooka perché si sentiva vulnerabile. Ma proprio quella vulnerabilità rende difficile usarlo. Trump ha già dimostrato di saper leggere le esitazioni europee: minacciare, trattare, rinviare. Finché Bruxelles arretra, la coercizione funziona. Tuttavia, usando il bazooka il contraccolpo (sull’Ue) potrebbe far più male dello sparo.




