Economia

Bankitalia, Rossi e le poco teutoniche interviste postume su Germania e bail-in

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L’intervista dell’ex direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, commentata e analizzata da Daniele Capezzone

(estratto di un articolo di Daniele Capezzone pubblicato dal quotidiano La Verità fondato e diretto da Maurizio Belpietro)

Interpellato da Repubblica come l’Oracolo di Delfi, Salvatore Rossi ha parlato. Fuori tempo massimo, però: avendo appena lasciato la direzione generale di Bankitalia, ed essendone stato per anni il secondo uomo più potente, dopo il governatore. Eppure, solo ora sembra essersi accorto di ciò che Via Nazionale, con il vecchio establishment italiano, aveva pervicacemente negato per anni: “Berlino ci ha ostacolato nel salvare le nostre banche”, dice adesso.

Una parte dell’intervista è prevedibile: quella in cui Rossi difende l’operato di Palazzo Koch. “La risposta che mi sono dato è che sì, Bankitalia ha vigilato al meglio delle sue possibilità”. E ci vuole coraggio a sostenerlo, visto che in 4-5 anni abbiamo assistito a una dozzina di crisi con azzeramento totale del capitale. Per tacere di tutto il resto: un bail in anticipato, la svendita degli npl, l’attacco concentrico alle Popolari, le commistioni tra vigilanza e risoluzione delle crisi (entrambe nelle mani di Bankitalia), l’accettazione di un’unione bancaria Ue impostata per tutelare il sistema franco-tedesco, scaricando rischi e oneri sui contribuenti dei paesi periferici.

Ma la sorpresa (a babbo morto) arriva quando Rossi parla delle regole europee: “Quando nel 2013-14 era in discussione la direttiva Brrd sulla risoluzione delle crisi bancarie, Banca d’Italia e il ministero dell’Economia ci provarono: presentammo assieme un documento tecnico in cui si sosteneva che il cosiddetto ‘bail in’ (…) non poteva essere retroattivo e che ci sarebbe voluto un periodo di transizione”. Ovviamente l’Italia fu umiliata, e Rossi ammette: “Non potevamo contrastare una tendenza che si affermava in tutta l’Europa a guida tedesca”. E ancora: “Si potrebbe attribuire alla Germania questo pensiero: ‘Noi abbiamo salvato le nostre banche, adesso non diamo il permesso agli altri di salvare le loro’”.

Peccato che il dottor Rossi di oggi sia lo stesso dottor Rossi (non un omonimo) che, intervistato da Lucia Annunziata su Rai3 il 13 dicembre 2015 anche a proposito delle quattro banche che subirono quel bail in anticipato, sembrava invece minimizzare e tranquillizzare: “La cosa peggiore che possiamo fare è prendere spunto da una situazione difficile che si è determinata, ma decisamente molto circoscritta anche se con risvolti drammatici, per trarne conseguenze sull’intero sistema del credito italiano. Queste quattro banche fanno meno dell’1% del totale dei depositi”.

Ma la domanda di fondo è: in che condizioni l’Italia accettò gli orientamenti tedeschi su bail in e unione bancaria? Pochi mesi fa Giovanni Tria ha usato la parola “ricatto”. Davanti alla vecchia Commissione d’inchiesta (il 21 dicembre 2017), l’ex ministro Fabrizio Saccomanni ammise un’autentica Caporetto negoziale nel 2013: non usò il termine “ricatto”, ma la sua ricostruzione fu ancora più umiliante: lasciando nero su bianco preoccupazioni per il debito e lo spread se nel 2013 l’Italia avesse detto no alla Germania, e descrivendo un quadro di paesi europei debitori della Commissione Ue (e perciò, pro quota, maggiori debitori della Germania), e quindi impossibilitati a resistere.

Restano dunque in campo tre quesiti imbarazzanti.

Perché nel dicembre del 2013 Saccomanni e l’allora premier Enrico Letta esultarono a seguito dell’Ecofin decisivo, parlando – il primo – di “risultato storico” e twittando – il secondo – “Siamo contenti, siamo soddisfatti”?

Perché un anno e mezzo dopo, nel pieno del recepimento della normativa Ue sul bail in, governo e maggioranza dissero no a tutte le proposte più ragionevoli: no a una moratoria del bail in; no a tempi più lunghi per introdurlo (anzi: accelerarono!); no perfino a una campagna di informazione Rai per i risparmiatori?

Contestualmente, non poche voci chiedevano che Bankitalia informasse tempestivamente sulle situazioni potenzialmente più critiche: e invece, in ogni sede, si ripetevano rassicurazioni sulla solidità delle nostre banche, negando problemi e fragilità. Perché agirono così?

Diverse figure, se volessero fare chiarezza, dovrebbero rispondere a questi quesiti, anziché dedicarsi a interviste postume, autoassolutorie e consolatorie.

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