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Banca Etruria, Marche, Carichieti, Cariferrara. Tutte le colpe di Bruxelles svelate dalla Corte Ue

Che cosa cela la decisione della Corte di Giustizia Ue sul dossier Fitd-Tercas che ebbe conseguenze anche sulla risoluzione successiva di Banca Marche, Banca Etruria, Carichieti e Cariferrara

 

La sentenza del Tribunale Ue va molto al di là della vicenda specifica di Tercas. Se la Commissione non avesse bloccato il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd), con ragioni prive di fondamento (come dice la sentenza di ieri), sarebbe stata diversa l’intera storia del settore bancario in Italia. Ora cambierà il futuro dei salvataggi. Il principale beneficiario sarà con ogni probabilità la Germania, che potrà utilizzare senza ostacoli il fondo delle Sparkassen per salvare NordLb. La tempistica della sentenza non appare una semplice coincidenza con l’attuale scenario delle banche tedesche. L’Italia ha invece subito un danno grave: le decisioni della commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager (candidata ora alla presidenza dell’esecutivo Ue), e dei commissari ai Servizi finanziari (prima Jonathan Hill, poi Valdis Dombrovskis) hanno aumentato in modo rilevante i costi per banche e risparmiatori italiani. Dopo la sentenza il governo ha tutte le carte in regola per chiedere i danni all’Ue.

Il divieto della Commissione ha creato un’illusione ottica: improvvisamente è sembrato che le banche iniziassero a fallire. In realtà ci sono stati decine di dissesti già prima del 2015. Ma sono passati nel silenzio generale, perché le conseguenze sui risparmiatori e sulla stabilità erano limitate grazie ad aggregazioni (oggi divenute meno convenienti) e al Fitd, alimentato con il denaro delle banche sane. Gli istituti preferivano, e preferiscono tuttora, gli interventi preventivi del Fondo perché meno costosi (rispetto alle risoluzioni Ue e rispetto al rimborso obbligatorio dei depositi degli istituti in crisi), oltre che più efficaci nell’evitare il contagio al resto del settore.

Questo meccanismo è stato bloccato nel 2013 da una comunicazione unilaterale della Commissione Ue che ha introdotto il burden sharing. Da allora, secondo le interpretazioni di Bruxelles, le misure dei fondi interbancari, fondamentali nelle crisi, sono diventate aiuti di Stato incompatibili con il mercato interno. In teoria Bruxelles ha agito per difendere la concorrenza: ma lo stop è stato deciso per Tercas, una cassa che pesava per meno dello 0,1% del settore europeo. È stato del tutto paradossale il caso del Fitd, finanziato senza un euro di denaro pubblico.

Lo stop al Fondo Interbancario ha avuto enormi effetti nelle crisi successive a quelle di Tercas, a cominciare da quelle delle quattro casse regionali (Marche, Etruria, Ferrara, Chieti). Con il Fitd le quattro banche non sarebbero finite in risoluzione: il settore bancario avrebbe speso circa 2,5 miliardi in meno. La procedura Ue ha imposto una svalutazione al 17% dei crediti deteriorati, come se dovessero essere ceduti sul mercato il giorno dopo, a prezzi da saldo.

Con il Fondo invece i non-performing loans sarebbero stati venduti al valore di libro, recuperabile grazie al maggiore tempo a disposizione. Così i mercati hanno iniziato a svalutare tutti i crediti deteriorati delle banche italiane (anche quelle sane) al 17%, un livello deciso arbitrariamente dall’Ue sulla base di un caso simile in Slovenia. Così è partita una forte turbolenza su tutto il settore, che ha accelerato le altre crisi, come quella di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Il comparto si è dovuto destreggiare inventando strumenti sempre nuovi: il Fondo Interbancario sarebbe potuto intervenire in pochi giorni invece che in diversi mesi (basti pensare al tempo necessario per avviare Atlante).

Inoltre, senza la risoluzione delle quattro banche, non ci sarebbero state perdite per i risparmiatori con titoli subordinati. Un evento che è stato uno shock. Le crisi non sarebbero arrivate ai piccoli clienti, come non accadeva in passato in Italia e non succede tuttora negli Usa. Forse non ci sarebbe stata nessuna commissione d’inchiesta: i partiti politici, invece di agire con maggiore forza nelle sedi europee, hanno preferito strumentalizzare le crisi con attacchi alla Banca d’Italia (un’abitudine che non si è persa). Via Nazionale in questi anni in innumerevoli interventi ha difeso lo strumento del Fitd e criticato le procedure Ue sui salvataggi, venendo accusata in Italia per le crisi e nel dibattito europeo per avere una posizione di parte.

La sentenza di due giorni fa del Tribunale Ue riconosce le ragioni di Bankitalia, così come quelle del Fitd e dell’Abi. Oggi la Germania, principale sostenitore di regole ultra-rigide nei salvataggi, si ritrova ad aver bisogno di interventi pubblici e di fondi interbancari per salvare istituti domestici, ben più grandi di Tercas.

Si poteva agire diversamente in Italia, usando il Fitd anche in presenza del divieto Ue? Su questo punto sia Bankitalia che il ministero dell’Economia hanno già risposto. Un’azione senza il via libera Ue non avrebbe avuto neppure quello della Bce; inoltre avrebbe aumentato per anni l’incertezza, con riflessi sui risparmiatori, e avrebbe comunque imposto alle banche, a causa delle norme contabili, accantonamenti pari all’esborso per un eventuale esito negativo della controversia (peraltro con probabile attivazione del bail-in e perdite estese a creditori senior e depositanti). Quanto al futuro, la sentenza lascia pensare che i fondi interbancari, come il Fitd o il fondo delle Sparkassen, possano essere di nuovo utilizzati senza cambiamenti normativi, dato che l’interpretazione della Commissione è stata bocciata. Senza dubbio una notizia positiva. Indietro però non si può tornare. Al governo italiano non resta che la richiesta di risarcimento dei danni.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

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