Economia

Banca d’Italia, Di Maio e i veri effetti del Pil striminzito sui conti pubblici

di

M5S

Sostiene Luigi Di Maio che gli asini possono volare. Ma se questo fenomeno ancora non si è visto, la colpa è attribuibile ai politici – pardon l’ancien regime come dice Alessandro Di Battista – che prima avevano governato l’Italia. Corrotti che mangiavano brioche mentre i poveri morivano di fame. Gente inaffidabile, come lo è la Banca d’Italia, quando ipotizza che la crescita italiana non sarà pari all’1 per cento (ma solo qualche mese prima doveva essere dell’1,5 per cento) bensì di un più striminzito 0,6.

Vero e proprio dolo: negli anni precedenti quelle stesse previsioni – continua imperterrito – peccavano per eccesso. Oggi per difetto. E se invece la metodologia non fosse cambiata? Se anche questa volta l’errore fosse di carattere sistemico: per cui a fine anno dovessimo purtroppo constatare un tasso di sviluppo ancora minore? Le premesse, in qualche modo, ci sono tutte. In un precedente intervento avevamo riportato la sintesi di altri centri studi indipendenti come Prometeia e Cer. Tutte, seppur leggermente, al di sotto della profezia di Palazzo Coch.

Giuseppe Conte, di fronte all’evidenza statistica era stato più cauto: il rallentamento, accertato dall’Istat, aveva detto, era stato previsto. E lo stesso Ministro dell’economia aveva preconizzato non tanto una “recessione”, quanto una “stagnazione”. Toni diversi, ma identica sostanza. Il succo è che l’economia italiana va peggio del previsto. Nemmeno gli altri Paesi europei stanno molto bene. Ma questa circostanza invece di essere un mezzo gaudio è un aggravante, che rallenta l’unico motore che ancora gira, o meglio girava: le nostre esportazioni verso l’estero.

Altri esponenti della maggioranza parlamentare si consolano ricordando – excusatio non petita – il presunto carattere espansivo della “manovra del popolo”. Reddito di cittadinanza e “quota cento” in grado di svolgere un ruolo di supplenza rispetto ad una tassazione che cresce ed investimenti in calo. Effetti già calcolati nel quadro macroeconomico del Governo, la cui sommatoria portava ad una presunta crescita dell’1 per cento, che la Banca d’Italia ha dimezzato.

Sarebbe ora di svegliarsi e cominciare a calcolare le conseguenze non previste di questo nuovo incidente di percorso, per appontare, se possibile, le necessarie contromisure. La prima è tutta politica. Riguarda il difficile rapporto con la Commissione europea, cui l’Italia ha dovuto cedere, dietro la minaccia di una “procedura d’infrazione”, lo scettro di un controllo quasi asfissiante sui conti pubblici. Le verifiche saranno trimestrali.

Se il tasso di crescita ipotizzato da Banca d’Italia troverà conferma nelle elaborazioni dell’Istat, alla fine del mese, inizierà un lungo calvario. Una crescita così contenuta, con una differenza dello 0,4 per cento rispetto al quadro ipotizzato dal Governo, comporterà minori entrate tra i 3,5 ed i 4 miliardi. La Commissione europea fin dall’inizio aveva preteso un pegno: 2 miliardi di possibile spesa erano stati congelati nei conti pubblici. Per essere cancellati in caso di scostamento rispetto al deficit concordato. Pari, come si ricorderà al 2,04 per cento.

Possono essere eliminati, sebbene la cifra sia ancora insufficiente, con un tratto di penna? Sui 2 miliardi congelati, secondo gli stessi documenti del Mef, ben 1,5 miliardi sono catalogabili come aiuto allo sviluppo, sotto forma di contributi agli investimenti. Depennarli ha come conseguenza una misura fortemente deflativa, destinata ad operare in senso pro-ciclico. Quindi pioggia sul bagnato.

Ma che succederà nelle altre variabili che sorreggono il traballante scheletro dell’economia italiana? Paradossalmente “quota 100” darà una mano. Con un tasso di crescita così basso la disoccupazione, anche a prescindere da altri motivi, è destinata ad aumentare. Le facilitazioni pensionistiche consentiranno prepensionamenti maggiori. Lo strumento tradizionale con cui l’Italia ha quasi sempre affrontato il bad time congiunturale. Scordiamoci, tuttavia, ogni altra ipotesi di scambio: giovani contro vecchi. Sarà solo perdita di posti di lavoro, seppur vissuta in modo meno drammatico, grazie all’esistenza di quel nuovo ammortizzatore sociale, appena, varato.

E il reddito di cittadinanza? Non dovrebbe cambiare molto. Le risorse sono state appostate e possono essere spese, a meno che non ci sia un ripensamento sul piano legislativo. Restano naturalmente le sue profonde contraddizioni. Ma questo è un film diverso. C’è solo da dire che all’ulteriore mortificazione del lavoro corrisponderà un aumento relativo dell’area di assistenza. Quasi interamente concentrata nel Mezzogiorno dell’Italia. Il tutto mentre la Lega si appresta a negoziare, con durezza, l’autonomia del Nord, rispetto al Governo centrale.

Il men che si può dire è che questo non sia il miglior viatico per una serena convivenza tra i due partner giallo-verde.

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