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Autostrade, ecco perché non si possono aspettare i tempi della giustizia

Sanzioni

L’opinione di Franco Bechis, direttore del Corriere dell’Umbria ed editorialista del quotidiano Libero, sui motivi per cui il governo sta accelerando il forcing nei confronti di Autostrade per l’Italia (gruppo Atlantia) dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova

Il disastro della diga del Vajont è datato 9 ottobre 1963, causò più di 1.900 morti e danni per quasi mille miliardi di lire dell’epoca. All’epoca furono coinvolti nella responsabilità di quanto è accaduto dirigenti e manager pubblici e privati: c’erano di mezzo lo Stato, l’Enel e una società acquistata da Montedison.

Il processo penale contro i responsabili si concluse sette anni e mezzo dopo, e alla fine uno solo fu messo in carcere, uscendone dopo un anno per buona condotta: gran parte dei responsabili furono assolti. Il processo civile per il risarcimento dei danni provocati si è concluso con un accordo extragiudiziale dei tre soggetti coinvolti nell’anno 2000, 37 anni dopo la tragedia.

Ad anni di distanza i familiari di gente morta sotto il crollo di ponti e ponticelli in varie strade di Italia sono ancora in attesa di capire quel che è accaduto e di chi fosse la responsabilità. Con grande efficacia l’altro giorno il vignettista Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera ha messo in fila i ponticelli crollati fra il 2014 ed oggi, piccole tragedie accompagnate dalla notizia «Crolla il ponte x- la procura apre un fascicolo». «Crolla il ponte y – la procura apre un fascicolo». E ha proseguito fino all’ultima vignetta che dice: «Crolla la procura- Per il peso dei fascicoli».

Con alle spalle questa storia, come si fa oggi trovare ancora il coraggio di dire sulla tragedia di Genova «aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso», e poi si prenderanno le decisioni conseguenti? L’unica certezza seguendo questa strada è che nessuno sarà colpevole e i familiari delle 45 vittime di Genova avranno un calvario che durerà lustri per non ottenere una briciola di giustizia.

Allora sarà un po’ rude la strada scelta dal governo di Giuseppe Conte, saranno pure sopra le righe le dichiarazioni fatte in questi giorni dai due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, sarà forse esagerata la minaccia di revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia, ma questo cambio di metodo era in qualche modo dovuto e io credo pure giustificato da una lunga storia.

Almeno inverte la prospettiva: le uniche vittime sicure possono avere giustizia e risarcimento in tempi civili e se alla fine sarà stato fatto un torto alla società Autostrade per l’Italia, potranno in 37 o 40 anni avere il riconoscimento che sarà dovuto dalla giustizia italiana.

A me risulta incomprensibile il motivo per cui gran parte dei media e buon a parte del mondo politico – dal Pd a Forza Italia (questa ultima ridicola quando invoca quella magistratura che fino a ieri avrebbe messo al rogo) – oggi abbia a cuore così tanto il possibile torto che potrebbe venire fatto alla famiglia Benetton e non quello certo subito da chi ha perso i suoi cari che pagando pure un pedaggio salato andavano in vacanza o al lavoro fidandosi delle infrastrutture di Autostrade per l’Italia.

In ogni caso questa inversione del metodo storico qualche risultato lo sta già ottenendo: la società dei Benetton che nelle ore chiave della tragedia non ha avuto una sola parola di cordoglio per le vittime e faceva pagare il pedaggio perfino alle ambulanze che andavano a soccorrere i feriti là sotto, si è svegliata dal torpore sia pure in modo assai tardivo annunciando che metterà a disposizione da lunedì 500 milioni per gli aiuti necessari.

La cifra non è casuale: è la stessa che aveva suggerito a Ferragosto Salvini dicendo a Genova: «Fossi in Autostrade visto che il governo ha messo sul piatto 5 milioni, ne metterei subito 500».

La prospettiva di perdere per sempre 20 miliardi e più di utili li ha convinti finalmente a fare quella mossa, dopo avere disertato le ore chiave della tragedia. Fosse anche solo per questo motivo l’inversione del metodo tradizionale è da applausi, non certo da fischi. E non è così folle: tutti gli indizi, dalla relazione del Politecnico di Milano allo stanziamento di 20 milioni di euro (tantissimi) per mettere in sicurezza proprio i tiranti che hanno ceduto, dicono che la società Autostrade conosceva la pericolosità estrema di quel ponte e la possibilità di un suo collasso, ma non ha pensato di bloccare il traffico fino a quando i lavori non fossero prima cantierati e poi conclusi.

Una responsabilità oggettiva del gestore è evidente, se poi non era l’unica e andrebbe condivisa con altri soggetti, si possono benissimo attendere i tempi biblici della magistratura, i ricorsi e controricorsi e quando non ci saremo più chiudere il contenzioso con un bell’accordo extragiudiziale.

(estratto di un articolo pubblicato su Italia Oggi; qui la versione integrale)

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