Economia

Auchan-Conad, come evitare guerre e tempesta perfetta

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Il rischio su Conad e Auchan è che si scateni, seppur involontariamente, una tempesta perfetta. L’analisi di Mario Sassi

La vertenza Conad/Auchan sta entrando nella sua fase più delicata. Almeno sul piano sindacale. Inutile nascondere che i rappresentanti dei lavoratori temono che gli esuberi, alla prova dei fatti, si potrebbero dimostrare ben superiori a quelli dichiarati fino ad oggi.

I partner commerciali che vogliono entrare in partita fanno trapelare notizie contraddittorie sul costo del lavoro nei PDV di loro interesse mentre dai territori alcuni imprenditori del mondo Conad cominciano a fare i conti sugli organici delle filiali in trasferimento, sulla reale possibilità di una integrazione indolore o sul possibile arrivo di concorrenti agguerriti nelle loro aree di competenza.

C’è molto nervosismo che non aiuta a comporre un quadro di riferimento certo. Contemporaneamente in BDC cresce il disorientamento dei manager, dei quadri e degli impiegati. Dalle prese di posizione e dal numero degli interventi in rete sta prendendo corpo una situazione di crescente tensione di cui non è difficile prevedere lo sbocco. Lo stesso passaggio delle 109 filiali già programmato è vissuto come un rischio di minore impegno di Conad sul resto dell’operazione.

Indipendentemente dalla composizione della compagine societaria e dalla sua possibile evoluzione dopo il passaggio delle 109 filiali, Conad sarà comunque quella che subirà il carico maggiore in termini di pressione e immagine. Difficile pretendere dall’altro socio una risposta su terreni di responsabilità sociale che esulano dalla natura più speculativa alla base della sua partecipazione a questa operazione (non necessariamente da intendersi in un’accezione negativa). Quindi capisco le difficoltà di comporre interessi e esigenze differenti.

Non agevolare pericolosi concorrenti sul territorio, evitare di caricare di problemi i soci di PDV alle prese con le sovrapposizioni, risolvere le problematiche con l’antitrust e, attraverso queste cessioni alleggerire e comporre il problema occupazionale. E non invidio certo il ruolo di chi deve assumersi la responsabilità delle decisioni. Un puzzle complesso.

Dal mio punto di vista però insisto che oltre le aziende della galassia Auchan anche le realtà interessate a subentrare possono contribuire alla soluzione complessiva del problema.

Personalmente credo che ci sia una leva che può creare valore aggiunto sul tema occupazionale complessivo. Quanto vale una filiale in cessione? Qual’è il suo costo? Quale percentuale sul fatturato di quale anno ne determina il valore di mercato? Ha senso stabilire un rapporto tra le soluzioni occupazionali offerte e il prezzo? Tra pochi giorni al MISE le carte dovranno essere messe sul tavolo.

L’AD di Conad, da parte sua, non ha mai mostrato alcun dubbio sulla volontà di arrivare fino in fondo sulla partita occupazionale pur non nascondendo che una parte importante e incolpevole degli ex Auchan (soprattutto nelle sedi) non potrà entrare in Conad. Adesso questa disponibilità deve essere concretizzata. Non è un passaggio facile. Le esigenze sul tavolo sono differenti. La questione occupazionale resta però centrale per concludere positivamente almeno la prima parte di questa vicenda. Quella dell’accordo sindacale.

Al MISE va impostato e condiviso un percorso che sappia delineare numeri, tempi, modalità, contraddizioni ed eventuali correzioni necessarie. BDC da sola non può farcela. È evidente. E Conad non può essere percepita, ancora per troppo tempo, come lontana e indifferente. Anche e soprattutto da chi potrebbe restare fuori. A mio parere questo è il momento di fare un passo in avanti.

L’istantanea nello studio televisivo di Lucia Annunziata può essere letta in diversi modi. È vero che la vicenda Arcelor Mittal sta oscurando le mille vertenze in atto. Ed è pur vero che avere un interlocutore del livello di Conad nella crisi dell’ex Auchan può far considerare in via di soluzione, agli osservatori distratti, la situazione occupazionale. Ma tutti sappiamo che non è così. Gli incastri da trovare sono ancora molti e complessi.

Innanzitutto i 109 PDV in trasferimento. È evidente che, salvo i casi di possibile pensionamento o ulteriore uscita volontaria, per le altre persone coinvolte non possono esserci dubbi sul loro futuro. Sarebbe un autogol sottovalutarlo. Anzi. L’apertura di necessarie procedure territoriali potrebbe favorire uscite dall’universo Conad per analoghe motivazioni e aprire ad ulteriori spazi. Non certo per liberarsi di parte dei nuovi arrivi. Occorre evitare la sensazione che sta crescendo in alcuni osservatori.

Il dubbio che, mentre c’è chi cerca di portare in porto una partita complessa altri, nella stessa squadra, si concentrano sul loro particolare senza avere uno sguardo d’insieme indispensabile in casi di questa portata. Lo stesso discorso vale per i 116 PDV oggi ancora al vento. Così come per quelli oggetto del piano industriale. Non sarà facile chiudere il cerchio.

Ci sono interlocutori del settore interessati ma i dati economici che sembra emergano non sono certo rassicuranti per l’insieme dell’occupazione collegata. Anche su questo tema occorre fare scelte precise.

BDC deve evitare di dare l’impressione di comportarsi come quei concessionari di automobili che cercano di guadagnare sia sulla vendita dell’auto nuova che nella valutazione di quella data in permuta. Il business è legittimo ma le conseguenze che si creano non possono essere semplicemente scaricati sulla collettività.

Il rischio è che si scateni, seppur involontariamente, una tempesta perfetta. Quindi siamo al dunque. I riflettori si stanno accendendo e i protagonisti stanno prendendo il posto che compete loro. Da adesso in poi le parole e gli atti peseranno come le pietre.

Estratto di un articolo pubblicato su Il blog-notes sul lavoro, la grande distribuzione e i corpi intermedi

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