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Come utilizzare gli asset russi sequestrati? Problemi e polemiche

La vicenda dell’utilizzo degli asset russi sequestrati somiglia ormai alla tela di Penelope. Ecco perché. Il commento di Giuseppe Liturri

La vicenda dell’utilizzo degli asset russi sequestrati per finanziare lo sforzo bellico di Kiev e la successiva ricostruzione del Paese somiglia ormai alla tela di Penelope. Ciò che viene fatto di giorno viene poi disfatto di notte. Con gli interessi.

La decisione del Consiglio Ue dei ministri appena una settimana fa aveva raggiunto un’intesa sull’utilizzo almeno dei proventi maturandi sui circa 190 miliardi di euro di attività finanziarie della banca centrale russa, sequestrati presso il depositario centrale belga Euroclear.

Qualche giorno dopo, in occasione del G7 dei ministri delle finanze a Stresa, è subentrata la proposta Usa, migliorativa rispetto alla base di partenza UE, sulla quale però l’accordo appare ancora in alto mare, tali e tante sono le perplessità e gli ostacoli legali, di cui vi abbiamo riferito qui nel dettaglio. La patata bollente finirà sul tavolo dei capi di governo tra qualche settimana durante il G7 dei leader in Puglia.

Ma nel fine settimana la sorpresa negativa è arrivata da Viktor Orban che ha messo in discussione il precedente accordo raggiunto in sede UE. Budapest non vuole che quei fondi finiscano in armi ed aveva posto proprio questa condizione per avallare il piano di 50 miliardi nell’ultimo Consiglio Europeo. La quota ungherese non sarebbe stata disponibile per acquisti di armi. Di conseguenza, l’Ungheria rifiuta qualsiasi automatismo nelle varie tranche di pagamenti che dovrebbero affluire a Kiev, la prima delle quali era prevista per l’inizio di luglio ed ogni pagamento dovrà essere soggetto alla specifica approvazione all’unanimità dei 27 Stati membri. Nessuna scorciatoia.
“Allo stato, (gli ungheresi) stanno bloccano tutto ciò che è connesso agli aiuti militari all’Ucraina” è la sconsolata ammissione di un diplomatico al Financial Times e “la situazione resterà tale almeno fino alle prossime elezioni”, quando sarà probabilmente il Consiglio Europeo a doversene occupare.

Lo sconcerto che serpeggia negli ambienti diplomatici è stato ben rappresentato dal solitamente ben informato Politico.Eu, le cui pagine hanno accolto lo sfogo di chi non ne può più dei continui veti ungheresi. L’obiettivo di Orban è quello di sbloccare alcuni fondi UE che l’Ungheria attende ma che sono bloccati per rilievi legati al rispetto dello Stato di diritto. Inoltre, pare che a Budapest siano insoddisfatti per presunte discriminazioni subite da aziende ungheresi da parte dell’Ucraina. In lista d’attesa ora ci sono pagamenti per complessivi € 9 miliardi, cifra raggiunta dopo che anche gli ultimi 6,6 miliardi che si sperava di sbloccare questa settimana, sono finiti sotto il veto dei diplomatici ungheresi.

Per non lasciare spazio a dubbi, Orban ha dichiarato che, oggi come oggi, l’Ungheria intende ridefinire i termini della sua partecipazione alla Nato per essere sicuro che il suo Paese non sia coinvolto in operazioni militari al di fuori dei territori dei Paesi dell’Alleanza.

E questo è solo il prologo, perché in pericolo sono anche gli extraprofitti sugli asset russi che dovrebbero essere canalizzati sempre attraverso lo stesso fondo (European Peace Facility, dove la parola pace compare solo nel titolo, purtroppo). Non osiamo immaginare cosa potrebbe accadere se, e quando, ai 27 sarà sottoposta la nuova versione, molto più ambiziosa, del piano ipotizzata a Stresa dal G7.

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