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Che cosa cambierà davvero con l’accordo tra Amazon e sindacati

Amazon Sindacati

Ecco perché non deve essere solo Amazon, ma anche i sindacati, a cambiare. L’approfondimento di Mario Sassi tratto dal suo blog

Un buon accordo sindacale dovrebbe essere salutato per quello che è. Senza inutili esagerazioni e senza assegnare all’intesa raggiunta  altro che non sia ciò che è stato concordato. Il percorso accidentato che ne ha accompagnato  i tempi di maturazione, le posizioni di partenza, le differenti culture che si sono scontrate dovrebbero cedere rapidamente  il passo alla reciproca volontà espressa nel testo aprendo una  nuova fase.

A rendere inevitabile l’intesa tra Amazon e le organizzazioni sindacali, anche attraverso la mediazione del Ministero del Lavoro, hanno concorso,  diversi fattori. Innanzitutto il peso economico e occupazionale che la multinazionale sta  avendo nel nostro Paese. L’importanza delle relazioni con il contesto sociale e politico per il suo business concreto in una realtà come la nostra non poteva certo essere sottovalutato dai vertici aziendali. E questo, indipendentemente dal carico simbolico che Amazon evoca, dalle dinamiche sindacali reali pressoché inesistenti dentro il suo perimetro  o dai toni esagitati utilizzati sui piazzali.

Stabilire normali relazioni industriali con i tre sindacati confederali con l’obiettivo di cercare di evitare strumentalizzazioni sul business, sull’organizzazione del lavoro e sulla gestione del personale è un dato comunque positivo. Non è un caso che l’azienda, con il crescere della dimensione, e in previsione di questo percorso si sia data una struttura manageriale anche nelle risorse umane in grado di accompagnarne la crescita e l’interlocuzione sociale.

Amazon sa benissimo che deve scontare un’avversione pregiudiziale causata dalla sua provenienza, dalla dimensione e pervasività in numerosi settori, dal suo agire su terreni tradizionali in modo nuovo dove, come cantava Jovanotti,  “le regole non esistono esistono solo le eccezioni” e che la loro normazione in un singolo Paese sono molto  complesse. Il futuro però non si attende ma si fa con l’andare. Fermarlo è impossibile.  E chi insegue sul terreno del business spesso, anziché individuare e affrontare i propri limiti, si limita a chiedere l’intervento di un fantomatico “arbitro” da cui pretendere una imparzialità facile a dirsi ma difficile da realizzare.

Tutto questo condito dal disorientamento e dalla diffidenza che tecnologia e futuro provocano su quella parte della cultura politica e sociale più tecnofobica del Paese che mette insieme gig economy, logistica, algoritmo, disoccupazione, precarietà evocando  i rischi di un ipotetico grande fratello che organizza le nostre vite sia lavorative che da consumatori.

Ecco, per essere chiari,  l’accordo sindacale firmato da Amazon parla di tutt’altro. Vola basso. Come deve essere. Affronta i temi del possibile confronto tra le parti, ne fissa e limita il perimetro a ciò che già sostanzialmente prevede il CCNL della logistica.

L’importanza sta nel considerarlo un buon punto di equilibrio che, pur non stravolgendo nulla, riconosce il ruolo della rappresentanza sindacale, apre al confronto sulle tematiche relative all’occupazione e alla crescita, alla  sicurezza e all sviluppo professionale degli addetti. Fortunatamente le accuse strumentali sulla gestione del personale e fantasie come “contrattare l’algoritmo” sono rimaste lontane dal tavolo negoziale.

Utile è stato il contributo di Conftrasporto, associazione alla quale Amazon aderisce come lo era già stato in Friuli dove un accordo pilota tra l’azienda  e le rappresentanze locali era già stato raggiunto parecchio tempo fa, senza particolari enfasi.

Se per l’azienda questa intesa apre una fase nuova lo dovrebbe essere anche per il sindacalismo confederale. Per questo i toni con cui il sindacato confederale ha salutato la firma dell’accordo con Amazon sottoscritto davanti al Ministro del lavoro Orlando farcendolo di contenuti improbabili mi sono sembrati francamente esagerati. È un accordo importante con il quale l’azienda dimostra  la propria volontà a costruire un canale di comunicazione e di confronto con le organizzazioni sindacali confederali. Questa è la vera novità.

Come tutti gli accordi sindacali sarà l’interpretazione e la gestione accorta di ciò che è scritto a segnarne la sua possibile  messa a terra.  Sinceramente mi aspettavo più la volontà di voltare pagina anche da parte del sindacato.  Amazon è un’azienda multinazionale che assume e che vorrebbe continuare a farlo. È uno dei principali datori di lavoro del nostro Paese. Non delocalizza e non ha tensioni particolari con i propri collaboratori.

Nel comparto della logistica ben altri problemi affliggono la qualità dei rapporti di lavoro. Su questo non una parola. E questo mi preoccupa. C’è la solita tiritera contro le multinazionali che lasciano il nostro Paese che non c’entra nulla con il complesso negoziato che si è concluso sia per la volontà del sindacato ma anche per la disponibilità di Amazon. 

Non una parola su chi non rispetta leggi e contratti nel settore della logistica. Non una parola sulle strumentalizzazioni dei Cobas e si quali punti si manifesterà  il rilancio dell’iniziativa sindacale nel comparto sulle tematiche più importanti. Non, ad esempio, che la logistica, per quello che rappresenterà nei prossimi anni, meriterebbe un salto di qualità sia nell’approccio che nella contrattazione nazionale. Condivido però che la  firma di un’intesa con l’azienda leader non è certamente da ritenersi  un punto di arrivo.

Temo però che le dichiarazioni inutilmente bellicose che lo hanno accompagnato  più che aprire una nuova fase di maggiore coinvolgimento e di ruolo propositivo del sindacato rischi di aprire una stagione di ulteriori incomprensioni. Amazon assume, rispetta le leggi e applica i contratti. Può e dovrà fare di più a valle del suo perimetro e si è assunta l’impegno di informare e confrontarsi con i rappresentanti dei lavoratori sui problemi reali che possono presentarsi nei suoi magazzini.

L’errore è pensare che questo o altri passi in avanti, anche sul piano culturale, vista la situazione in altri Paesi, li debba però fare solo l’azienda. Non porterebbe da nessuna parte. Così come puntare  come ha sottolineato Marco Bonini della CGIL che “dopo tanto tempo torna il ruolo della politica che nel pieno dei suoi poteri agisce come soggetto di mediazione ed indirizzo nello scontro fra le Parti Sociali”. Non è così. Se il cambiamento non è reciproco questi accordi sono destinati a restare esercizi di stile. Per questo sarà interessante seguirne i prossimi passi.

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