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Crollo del prezzo del petrolio: ecco cosa sta succedendo

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La media ponderata dei prezzi si attesta per la benzina a 1,691 euro/litro con una riduzione di -0,8 centesimi, diesel a 1,614 euro/litro con una riduzione di -0,7 centesimi. Il Gpl Eni resta fermo a 0,686 euro/litro mentre il metano è in lieve calo(-0,1 cent) attestandosi a 0,99 euro/kg.

Il prezzo medio praticato “servito” della benzina va oggi dall’1,670 euro/litro di Eni all’1,693 di Tamoil (no-logo a 1,527); per il diesel si passa dall’1,596 euro/litro di Eni all’1,626 di Tamoil (no-logo a 1,443). Il Gpl, infine, è tra 0,660 euro/litro di Shell e 0,671 di TotalErg (no-logo a 0,635).

Il prezzo del petrolio è al suo minimo degli ultimi 5 anni, il greggio ha perso negli ultimi 5 mesi il 35% del proprio valore passando dai 115 dollari a 67,82 dollari a barile. Sicuramente una buona notizia per i consumatori che godono dopo tanto tempo di calo dei prezzi.

Vista la molteplicità degli interessi in gioco sarebbe bene comprenderne i fattori che hanno portato al  crollo del greggio:

Primo tra tutti un eccesso di offerta mondiale stimata a circa 2 milioni di barili al giorno, al quale si somma un aumento della produzione determinato da un ciclo decennale (realizzato su scala mondiale) di maxi investimenti per rendere maggiormente efficiente il processo estrattivo e di ricerca.
 

All’aumento dell’offerta si è sommata una contrazione della domanda di energia a causa della non florida situazione economica da parte dei paesi europei e della Cina.

In questo quadro si è aggiunta la svolta impressa dalla politica statunitense che vuole raggiungere l’autosufficienza energetica. Questa svolta ha ribaltato una costante storica che voleva gli Stati Uniti i maggiori importatori di crudo. Lo sviluppo delle nuove tecniche ha permesso di tirar fuori dalla roccia di scisto circa 3 milioni di barili giornalieri. 

 

All’eccesso di offerta il cartello dei paesi OPEC ha deciso di non reagire evitando quindi ogni riduzione della produzione. Attualmente la produzione OPEC si attesta a 30 milioni di barili al giorno. Il cartello si è di fatti allineato alle posizioni  del superministro saudita del petrolio Ali al-Naimi.

L’Arabia Saudita vale da sola 12 milioni di barili al giorno, ma la sua attuale produzione si attesta a 8 milioni di barili. I sauditi stanno utilizzando la politica petrolifera per indebolire da un lato paesi concorrenti come Iran e Russia –sulle cui economie grava già il peso delle sanzioni internazionali – i cui bilanci dipendono fortemente dal mercato energetico, e dall’altro paesi occidentali come USA e Canada, tecnologicamente superiori, i cui costi d’estrazione risultano superiori per via di condizioni geologiche sfavorevoli rispetto alle sabbie saudite (in Arabia Saudita estrarre un barile non costa più di 12 dollari).   
 

 

Cosa si rischia?

In molti paesi i proventi del petrolio vengono utilizzati per rimpinguare i bilanci, sostenere i debiti pubblici e realizzare le politiche di welfare. Il crollo dei prezzi potrebbe causare per paesi produttori che hanno un’economia scarsamente differenziata un collasso dei propri bilanci, con elevatissimi costi sociali al quale si aggiungerebbero disordini sociali derivati dalla mancata distribuzione della manna petrolifera. Il crollo dei prezzi potrebbe portare in altre economie, come quelle europee, a un rilancio dei consumi e a uno spostamento degli investimenti in altri settori, dal tech all’industria delle rinnovabili.

Chi rischia il default?

L’Iran per sostenere il proprio debito necessita di vendere il proprio greggio a 140 dollari a barile, un ulteriore crollo o lo stazionarsi del prezzo sui 60 dollari potrebbe rappresentare una minaccia per la propria stabilità.

L’export Russo è costituito per il 70% da petrolio e gas e gran parte delle entrate fiscali dipende dalle compagnie del settore. Il crollo del prezzo significa indebolire anche la leadership al potere. D’altro canto il rublo non se la passa bene. Negli ultimi tempi Mosca, per favorire le esportazioni e fronteggiare una situazione internazionale sfavorevole, ha dovuto  procedere con delle azioni di svalutazione della moneta.

Il Venezuela è già al di sotto della soglia, la condizione ottimale per mantenere in equilibrio l’economia nazionale è pari a 120 dollari a barile. Lo stato latinoamericano colma questo gap attingendo dalle riserve valutarie. Il Venezuela è tradizionalmente un paese “caldo” alla quale si aggiunge la ricerca di un equilibrio stabile per il post-Chavez. La stabilità sociale è fortemente a rischio.

Chi pensa che l’età del petrolio sia finita sbaglia, di crudo ce n’è ancora in abbondanza e a quanto pare anche troppo.   

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