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Sarà Barack Obama a fermare Internet?

Obama

Gli Stati Uniti hanno realizzato un’efficiente cornice normativa digitale che ha potuto funzionare grazie alla loro incredibile crescita economica e agli investimenti in Internet. L’Internet economy ha rappresentato uno dei pochi motivi di speranza degli Stati Uniti anche durante la recessione economica che, per quanto riguarda noi europei, ci continua a preoccupare.

 

Purtroppo per gli States, lo scenario sta cambiando. Lunedì scorso il presidente Barack Obama ha infatti chiesto alla Federal Communications Commission (Fcc) di creare un sistema normativo oneroso e inutile per regolamentare Internet. Il piano presidenziale è una completa inversione di tendenza rispetto a quella che negli ultimi 20 anni è stata la politica statunitense in materia. Era stata proprio quest’ultima a determinare il successo del modello a stelle e strisce. Facciamo però un passo indietro.

Negli anni Novanta Washington adottò infatti un approccio assai moderato in materia di regolamentazione di Internet: capendo che non avrebbe mai potuto indovinare la direzione in cui si sarebbe mosso il mercato, a quel tempo la Fcc varò delle norme estremamente permissive. Fu proprio questa filosofia a dare il là agli enormi investimenti presto affluiti nel settore.

A Bruxelles abbiamo avuto il privilegio di apprendere questa lezione da Bill Kennard, fino allo scorso anno ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Europea.

Sapevamo che aveva ragione: quando volgiamo lo sguardo agli Stati Uniti, vediamo l’Internet economy come un modello. È libera e aperta. Ha generato opportunità e modelli di business infiniti. Offre milioni di posti di lavoro e il suo successo ha cambiato i destini degli individui di tutto il mondo.

Eppure, il presidente Obama sembra aver deciso che il miglior modo per garantirne la crescita e attrarre nuovi investimenti sia quello d’imporre un nuovo sistema normativo a un ecosistema in rapidissima evoluzione – di fatto, un regolamento scritto negli anni Trenta per i telefoni rotativi.

Da un punto di vista liberale, è impossibile capacitarsi di come tutto ciò potrà aiutare il settore tecnologico, Internet e in particolar modo i consumatori. Gli Internet provider sono stati molto chiari quando hanno parlato dell’importanza di un ecosistema aperto in grado di garantire la libertà d’espressione, l’innovazione e la competizione. A questo proposito, si sono impegnati a fare del divieto di imporre servizi a pagamento una delle loro priorità.

Sarà poi interessante ricordare come a quel tempo gli Stati Uniti chiesero a noi liberali di supportare il modello fondato su di un ecosistema aperto per via dei timori legati all’eventualità che in caso contrario governi di paesi non-democratici ne avrebbero assunto il controllo, imponendo regolamenti opprimenti. Cosa dovremmo pensare oggi che gli Stati Uniti intendono fare la stessa cosa, ovvero inondare Internet di norme e regolamenti? Esiste forse un qualche double standard per il sistema statunitense e per quello internazionale che non conosciamo?

Infine, proprio come ci ha dimostrato il caso europeo, ricorrere a vecchi regolamenti non porta a un’espansione degli investimenti. Lo stesso presidente Juncker ha ammesso senza mezzi termini che questa sarà una delle sue cinque maggiori priorità. Piuttosto che volgere lo sguardo agli Stati Uniti, dovremmo forse guardare a paesi come Colombia e Messico, dove le riforme di qualche anno fa stanno iniziando a dare i primi frutti? Mi auguro che i vertici della Fcc sapranno dimostrarsi più saggi di quanto non fatto dal presidente Obama e dal suo piano, così che noi tutti potremo continuare a guardare agli Stati Uniti come a un modello di successo dai benefici globali.

(Andrea Giuricin – Research Fellow dell’Istituto Bruno Leoni)

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