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Vogliamo un’Europa fuori dalle banalità. Chiediamo troppo?

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Nel frattempo, là fuori la società continuerà a lavorare per cercare un modello di sviluppo capace di rispondere alla crisi e al cambiamento: perché non è così facile affrontare una crisi che è strutturale soltanto con lo spazio di una campagna elettorale.

Una campagna elettorale stanca e spaventata dove il maggior impegno è stato dedicato (almeno in Italia) a temi molto lontani dall’Europa, concentrati sulla crisi politica interna e di rappresentanza, con la paura di una deriva populista e l’assenza di una disegno capace di visione.

I temi dell’innovazione, del cambiamento, della trasformazione sociale, sono stati trattati molto poco, tradotti sbrigativamente in slogan e nella ricerca spasmodica di consolidare lo schieramento “di bandiera” senza considerare la necessità di approfondire e mettere a confronto contenuti e idee.

Slogan urlati e trasformati in un derby che poco a che fare con l’idea di creare un’Unione concreta, fatta di politiche e programmi, capace di dare forza agli ideali di un’Europa basata su coesione e innovazione.

Ecco quindi che, a sette giorni dall’apertura delle urne, vorremmo ancora sperare di leggere e sentire discutere i candidati di cosa intendono fare sui temi dell’energia, della lotta ai cambiamenti climatici, dell’innovazione sociale e dell’esigenza di riprogettare il modello di sviluppo del continente europeo.

Siamo fatti male, lo sappiamo: guardiamo prima a contenuti e al merito per poi ascoltare discorsi che tendono, troppo, a mettere in secondo piano priorità e programmi.

 

Servirebbe una check-list per spuntare quanto questi temi siano poco presenti, addirittura trascurati, in un dibattito che, ancora per pochi giorni, continuerà a essere troppo concentrato sul proprio ombelico piuttosto che aggredire il tema vero: quale Futuro per l’Europa.

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