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Cultura e impresa, non e’ una dicotomia se ci sono le start up

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Chi lo ha detto? Anzi, molto spesso buone idee producono un ottimo business, ma quasi sempre tanti soldi non producono buone idee.

E il problema è anche del mondo della cultura che spesso guarda all’impresa come ad un marziano e non è un caso poi che in Italia di cultura ce ne sia anche troppa in termini di opere d’arte e beni culturali ma pochi di questi producono ricchezza davvero.

Da un lato le imprese che guardano ai mercati tradizionali e che “non pensano che si possa fare business con il capitale culturale”; dall’altro il mondo della cultura che reputa “una cosa oscena” che si faccia business con il proprio settore; in mezzo, un immenso patrimonio poco o nulla sfruttato.

La soluzione? Potenzialmente, le start up, intese come applicazione dell’idea giovanile che “non ha di questi preconcetti”. La lettura di questo possibile futuro del sistema culturale e’ di Marco De Guzzis, amministratore delegato e direttore generale di Editalia (del Gruppo Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato), che questa mattina, nel corso di una dibattito all’interno del Forum della Comunicazione, ha interpretato l’antica e reciproca diffidenza tra impresa e cultura alla luce del modo emergente di fare impresa, quello appunto delle start up.

“I ragazzi – ha spiegato – non hanno di questi preconcetti, ma bisogna offrirgli un contesto per esprimersi. Hanno bisogno di mantenere il radicamento con la propria realtà, devono trovare incubatori, e quindi stimoli, sul territorio, mentori e ovviamente soldi. E’ chiaro che senza di tutto questo non succede nulla. Ma se giustamente incanalate, le start up possono fare quello che serve al nostro tessuto culturale, ma anche artigianale, vale a dire raccontare le storie che ci sono dietro”.

Come protagonista attivo di questa contestualizzazione positiva, tuttavia, De Guzzis vede poco le Isituzioni, alle quale domanda “formazione” e poco altro. “Sicuramente – ha detto – le Istituzioni devono creare il contesto giusto per esempio a livello di istruzione, facilitando anche l’interpretazione della politica culturale nel senso di fare impresa e non come difesa del patrimonio; ma non gli chiedo altro: i finanziamenti pubblici, ad esempio – ha concluso – finiscono per drogare la realta’, tenendo in piedi chi non riuscirebbe senza”

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