Cambiano almeno in parte i confini della responsabilità del provider circa i contenuti caricati dagli utenti sulle grandi piattaforme digitali. Con una decisione che forse farà scuola, sicuramente non mancherà di far discutere (anche perché arriva senza nemmeno volerlo contestualmente ad altri motivi di frizione tra Mountain View e Bruxelles) la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che Google può essere chiamata a rispondere dei video pubblicati su Youtube da un creator con cui abbia concluso una partnership commerciale, quando il gestore della piattaforma non si limita a un ruolo tecnico ma acquisisce una conoscenza concreta dei contenuti. Si tratta peraltro del riconoscimento in sede comunitaria (l’organo adito ha proprio lo scopo di armonizzare l’interpretazione del diritto tra i Ventisette) di quanto già teorizzato qua in Italia dall’Agcom. Ma andiamo con ordine.
LA CAUSA ITALIANA FINITA IN SEDE COMUNITARIA
Con la sentenza relativa alla causa C-421/24, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha riconosciuto validi i motivi dietro la multa da 750mila euro che l’autorità italiana Agcom aveva inflitto ormai quattro anni fa a Google Ireland per 630 video che promuovevano su YouTube giochi e scommesse online, in violazione del cd. decreto Dignità (D.L. 87/2018, convertito nella Legge n. 96/2018).
Tali video erano stati pubblicati online da un content creator vincolato a Google tramite un accordo di partnership commerciale che prevede, in particolare, una ripartizione dei ricavi provenienti dalla pubblicità trasmessa prima di ogni video.
LA PARTNERSHIP CHE FUNGE DA DISCRIMINE
La partnership era stata preceduta da un controllo vertente sul contenuto dei video, sul tema del canale, sui video più visti o più recenti, nonché sui relativi metadati. Insomma, secondo la nostrana Autorità per le garanzie nelle comunicazioni in questo caso specifico la piattaforma non poteva far spallucce dicendo di non essere in grado di controllare tutto ciò che viene veicolato sulla sua piattaforma, perché il soggetto in questione era invece noto alla Big Tech statunitense, dato che ci faceva affari assieme.
ESULTA CAPITANIO
Esulta sui suoi canali social Massimiliano Capitanio, membro dell’Agcom: “Chi esamina un canale YouTube per concludere una partnership, e dunque un accordo di condivisione dei ricavi, acquisisce una conoscenza concreta di ciò che diffonde e non può rifugiarsi dietro le deroghe di responsabilità pensate, invece, per chi svolge un ruolo meramente tecnico. Il principio – riassume – è semplice e per certi versi decisivo: chi conosce, seleziona e monetizza non è un intermediario neutro e non può invocarne le tutele”.
COSA DICE GOOGLE
Di tutt’altro avviso Mountain View che promette di voler esperire tutte le opzioni giudiziali ancora disponibili nel nostro Paese: “Siamo delusi dalla decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea, su cui avremo bisogno di ulteriore chiarezza. Sosterremo le nostre argomentazioni davanti al Consiglio di Stato”, l’amaro commento di un portavoce. L’ultimo grado della giustizia amministrativa dovrà decidere tenendo ben presenti i nuovi vincoli appena fissati in ambito comunitario.




