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Riders: il contratto è la soluzione? Il caso Just Eat

Riders Just Eat

Perché i riders di Just Eat sono in rivolta, nonostante un contratto da dipendenti? Cosa succede in Italia, Francia e Regno Unito

 

Dall’Italia alla Francia, passando dal Regno Unito: i dipendenti di Just Eat sono in rivolta. Unico comune motivo è il contratto: se in Italia i riders hanno pagato le maggiori tutele con una riduzione drastica dei ricavi, in Francia è tempi di licenziamenti per diminuire i costi, mentre nel Regno Unito, dopo aver riconosciuto ai suoi rider lo status di lavoratori dipendenti, Just Eat ha iniziato ad appaltare esternamente la loro assunzione. Andiamo per gradi.

COSA ACCADE IN ITALIA

Partiamo dall’Italia. Sabato 22 gennaio, a Genova, i dipendenti di Just Eat hanno scioperato per chiedere la modifica (o il ritiro) dell’accordo preso da Cgil, Cisl, Uil e la stessa Just Eat, con cui si inquadra il lavoro dei riders come subordinato, garantendo il contratto.

Contratto, però, che lascia molto malcontento tra i dipendenti. “Indubbiamente ci sono stati dei passi avanti rispetto al far west del lavoro a cottimo sotto algoritmo degli scorsi anni, eppure la contrattazione dei sindacati confederali lascia enormi margini di scontento e condizioni di lavoro inaccettabili per i lavoratori”, scrive la sigla sindacale di base Si Cobas, che ha organizzato lo sciopero.

Le maggiori tutele derivanti da un contratto, infatti, si sono trasformate in ricavi decisamente più bassi per i dipendenti, che da autonomi riuscivano a guadagnare in media 2.000 euro al mese, mentre ora sostengono di guadagnare la metà lavorando il doppio. E gli stessi vorrebbero, ora, l’applicazione integrale del contratto nazionale di lavoro per la logistica.

Ma non solo. I dipendenti chiedono anche semplici riconoscimenti elementari che dovrebbero essere dovuti a lavoratori subordinati: mezzi di trasporto forniti o rimborsati dall’azienda, ripristino della scelta di zone della città da coprire, migliore organizzazione degli orari di lavoro.

I LICENZIAMENTI FRANCESI

Anche oltralpe si contestano le scelte di Just Eat. Anche in Francia i dipendenti della piattaforma di food delivery hanno incrociato le braccia per denunciare le loro condizioni di lavoro e i licenziamenti ingiusti, riporta Le Figarò.

I dipendenti, in particolare, denunciano la scelta di Just Eat di accorpare le aree di consegna, costringendo i dipendenti, pagati con salario minimo, a percorrere anche 100 km al giorno, e la mancanza di benefit: i riders pagano il noleggio delle bici per muoversi, il telefono per chiamare i clienti e il proprio abbonamento.

Per ridurre ulteriormente i costi, poi, la società ha anche avviato una serie di licenziamenti, senza giusta casa, secondo i sindacati.

IL CASO DEL REGNO UNITO

Nel Regno Unito, invece, Just Eat si è affidata alle agenzie interinali per fare dei riders dei dipendenti. Dipendenti, dunque, non della piattaforma direttamente, ma, in questo caso, dell’olandese Randstad.

E anche questo è motivo di contestazione. Secondo quanto riporta Wired, infatti, quando un dipendente sporge un reclamo per un problema sul lavoro, viene rimpallato tra le due aziende.

“Nel caso in cui non riceva la retribuzione corretta o non mi vengano assegnate le ore, Just Eat mi rimanda a Randstad, e Randstad a Just Eat”, ha spiegato Jake Thomas, un riders.

E sempre Thomas racconta che dopo i primi sei mesi di lavoro, Randstad  ha iniziato ad introdurre delle politiche che solitamente caratterizzano il rapporto tra una piattaforma di gig economy e il lavoratore autonomo. Thomas non ha “potuto richiedere l’indennità di malattia, che Randstad garantisce solo se il rider è assente dal lavoro per più di sette giorni consecutivi. A ottobre, anche la flessibilità che gli era stata promessa è scomparsa, quando gli è stato imposto di lavorare per almeno il cinquanta per cento delle sue ore nei giorni di punta – venerdì, sabato e domenica sera. Poi, intorno a Natale, l’app ha iniziato a chiedere a Thomas di coprire lunghe distanze e ritirare ordini da ristoranti anche a quindici chilometri di distanza, limitando così il numero di consegne che era in grado di completare all’ora e facendogli perdere di conseguenza il bonus che avrebbe ottenuto per ogni ritiro”, riporta Wired.

Anche altri dipendenti hanno criticato la decisione di Just Eat di affidarsi a  Randstad, dal momento che non paga i cosiddetti “rider da remoto”, ovvero quelli che hanno la possibilità di iniziare il lavoro da casa invece che da un hub di Just Eat, nel caso in cui la loro bicicletta abbia degli inconvenienti in orario lavorativo.

I contratti ci sono, il malcontento resta.

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