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Assumere i rider? Dibattito in Europa in vista della direttiva

Food Delivery Caporalato

La Commissione europea si prepara alla direttiva sui “platform workers”, che secondo indiscrezioni prevede l’assunzione. Ma nell’unico Stato Ue in cui è stata adottata una misura di questo tipo ha scontentato sia operatori che rider. E come rivela uno studio, l’assunzione mette a rischio il lavoro per 250 mila rider in Europa

 

Dovrebbe essere presentata l’8 dicembre la proposta di direttiva europea sui cosiddetti “platform workers”, i lavoratori delle piattaforme digitali, soprattutto rider ma non solo, ai quali le istituzioni, da anni, vogliono riconoscere maggiori tutele, ovvero i diritti dei lavoratori subordinati. Questa volta ci pensa la Commissione europea con una proposta in parte anticipata dal Financial Times che introdurrà la “presunzione di subordinazione” per i lavori tramite piattaforma, una misura nuova a livello europeo, ma che ha un precedente controverso in Spagna.

GLI EFFETTI DELLA LEGGE SPAGNOLA SUI RIDER

All’approvazione della “Ley Riders” di cui Start Magazine si è già occupata,  sono seguite proteste, 8000 rider hanno perso il lavoro, una piattaforma ha lasciato il mercato, una ha iniziato a lavorare tramite agenzie di intermediazione, una ha adottato forme di flessibilità ancora più spinte di quelle che aveva precedentemente. Molti addetti ai lavori si chiedono se anche a livello comunitario le conseguenze potrebbero essere diverse da quello che le istituzioni si aspettano, proprio come è accaduto in Spagna.

L’obbligo di assunzione potrebbe mettere a rischio l’occupazione di 250.000 rider, secondo alcune stime. Un effetto indiretto della mancanza di flessibilità che verrebbe riservata ai futuri dipendenti, secondo quanto rivela un nuovo studio pubblicato da Copenhagen Economics, per conto di Delivery Platforms Europe.

COSA DICONO I RIDER

Secondo questo studio, che ha visto coinvolti più di 16.000 rider che collaborano con Bolt, Deliveroo, Delivery Hero, Uber e Wolt nei paesi dell’Ue (tranne Bulgaria, Danimarca, Germania, Lussemburgo) e Norvegia, ben il 67% di chi sceglie di lavorare con le piattaforme lo fa, principalmente, per la flessibilità che queste offrono di lavorare quando e dove vogliono.

I rider, infatti, ammettono, in gran parte (72%), che il lavoro tramite piattaforma è un’attività complementare, con il 34% che consegna mentre studia e un altro terzo (34%) che ha usato il lavoro su piattaforma per integrare i guadagni provenienti da altri lavori a tempo pieno o parziale. In media, dunque, solo la metà (54%) dei loro guadagni viene generata dal lavoro su piattaforma, con la maggioranza che lavora in media 23 ore a settimana. Questa flessibilità permette ai rider di scegliere liberamente il tempo e la quantità di ore che lavorano, con una conseguente varianza media delle ore settimanali del 42%.

I NUMERI DELLO STUDIO

Molto alta, secondo lo studio, anche la percentuale dei rider (69%) che in nome delle abitudini sopra preferirebbe la flessibilità rispetto ad un orario prestabilito, anche se fossero in grado di guadagnare un 15% di reddito in più attraverso di esso.

Nel caso, infatti, in cui le ore fossero predeterminate dalle piattaforme, circa 100-150.000 rider sarebbero costretti a rinunciare al loro lavoro di consegna. Un numero che salirebbe a 250.000 se un contratto richiederebbe loro di lavorare più delle ore che possono.

Lo studio, infine, rileva che fino a 75.000 rider in Europa potrebbero essere costretti ad abbandonare completamente il posto di lavoro: a rischio ci sono fino a 800 milioni di euro di reddito per questi lavoratori.

I DATI ECONOMICI EUROPEI

Non solo stipendi e lavoro. A rischio c’è l’economia dei paesi europei. Nel 2020, i consumatori hanno effettuato 19,4 milioni di ordini a settimana, generando circa 20 miliardi di fatturato per i rider, le piattaforme e i ristoranti, secondo lo studio. Un introito, però, che potrebbe scendere ove 250.000 rider dovessero decidere, per mancata flessibilità, di non fare più consegne.

IL MODELLO SPAGNOLO E L’UE

Le prime avvisaglie di una netta contrarietà dei rider (come anche delle piattaforme di Food Delivery) all’obbligo di assunzione si sono avute in Spagna, dove la “Ley riders” è stata fortemente contestata, portando alla fuoriuscita dal paese di alcuni dei principali operatori europei del settore ed alla sostanziale diminuzione dei riders. Eppure, sembra che proprio la “Ley riders” spagnola sia il caso al quale l’UE stia guardando per il proprio documento di indirizzo sui platform workers.

GLI EFFETTI INDIRETTI DELLA RIFORMA SPAGNOLA

Il rischio – secondo molti analisti del settore – è che l’Ue si ispiri ad un modello che non funziona. In Spagna la Ley riders è stata contestata da tutti, e per motivi diversi. I sindacati, di fatto tagliati fuori dalla discussione, hanno considerato le tutele previste dalla norma “insufficienti”, i rider hanno visto assumere solo una parte di quanti prima collaboravano con le piattaforme di food delivery, e con introiti minori. Queste ultime rischiano di dover lasciare il mercato spagnolo, come già fatto da un big player come Deliveroo.

IL NODO DELL’OBBLIGO DI ASSUNZIONE

Inoltre l’obbligo di assunzione ha portato ad alcune “storture” come il ricorso a “terze parti”, ovvero cooperative di lavoratori che si frappongono nel rapporto tra riders e società di food delivery, modalità che in Italia ha già portato a gravi conseguente per un colosso come Uber, ed alla condanna per caporalato di società che intermediavano le prestazioni di lavoro offerte dalla piattaforma.

CHE COSA SUCCEDE IN ITALIA

Non è un caso che nel nostro Paese, primo paese dell’Ue nel quale è stato firmato un CCNL per i riders, il ricorso a terze parti o al lavoro interinale sia espressamente escluso dal protocollo sperimentale contro il caporalato nel food delivery che il Ministro del lavoro Andrea Orlando ha firmato lo scorso 25 marzo con con Assodelivery – l’associazione che riunisce alcune delle più importanti piattaforme presenti in Italia – Cgil, Cisl e Uil, e Ugl.

LE PROSSIME TAPPE DELLA COMMISSIONE UE

La strada che l’Europa ha di fronte a sé per arrivare ad un documento di indirizzo sui “platform workers” è ancora lunga, a febbraio sono iniziate le audizioni con le parti sociali, a dicembre la Commissione presenterà la proposta di direttiva europea. Poi la palla passerà al Parlamento Europeo che impiegherà almeno un anno per l’esame e l’approvazione. Alla fine il testo arriverà agli Stati Membri dell’Unione che avranno qualche anno di tempo per trasporre la direttiva nelle leggi nazionali. Sempre che non parta una nuova stagione di Contrattazione Collettiva a livello nazionale o europeo, che farebbe venire meno la necessità di una normativa comunitaria, dove le parti sociali e i datori di lavoro potrebbero concordare tutele, compensi minimi, regole e modalità per lo svolgimento delle prestazioni dei platform workers.

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