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Servizi segreti, la riforma del governo e gli esempi sbagliati da evitare

Come riformare i Servizi segreti? L'intervento dell'analista Francis Walsingham

Caro direttore,

ho letto in rete un articolo davvero bizzarro sulla riforma dell’assetto dei Servizi segreti che avrebbe in cantiere l’esecutivo Meloni. So bene che il giornale che dirigi non è specializzato nel comparto – a differenza di talune altre testate che però sono, diciamo, istituzionalmente prone. Quindi ti mando alcuni pensieri su questioni che, diciamo, seguo anche per professione.

Come ti accennavo, un dibattito mantenuto sotto tono in questi giorni è quello relativo all’accorpamento delle agenzie di intelligence attualmente normate dalla Legge 124 del 2007. Il basso profilo della discussione è giustificato dalla profonda ignoranza in materia di intelligence che regna in Italia, con poche voci autorevoli in campo capaci di coniugare un’esperienza nel settore con una capacità intellettuale di pensiero e di espressione.

Il decentramento delle operazioni di intelligence è un processo normale per le moderne democrazie liberali che vogliono evitare che un’agenzia acquisisca troppo potere. Le operazioni clandestine condotte nel passato e venute alla luce a causa della stupidità umana ne hanno giustificato il perseguimento.

Tuttavia, il modo in cui una singola agenzia potrebbe evolvere fino a dominare un intero Paese è ben lontano dal delimitare le missioni di intelligence su troppi organismi diversi. Il fatto che negli Stati Uniti siano necessari 17 organismi autonomi per fornire intelligence non è un pregio, come pure qualche americanologo di recente conio vorrebbe sostenere, ma un fallimento e ciò è desumibile solo da un’accurata analisi del lungo sviluppo storico della storia americana.

Ogni organizzazione di intelligence, proprio come una catena di produzione, segue una procedura I/O (Input/Output). Per farla breve, la raccolta informativa fornisce dati di intelligence grezzi (input) che, mediante analisi e valutazione, vengono contestualizzati e inseriti in scenari, nuovi o preesistenti.

In quasi tutte le organizzazioni di intelligence, i processi di I/O sono gli stessi. La numerosità delle agenzie (“mezzi di produzione”) in un sistema intelligence è direttamente proporzionale all’assenza di cooperazione nei processi della catena dell’intelligence.

La ridondanza che caratterizza la presenza di numerose entità organizzative su uno stesso problema crea anche un costo per il contribuente che indurrebbe ad un miglioramento tramite razionalizzazione dei processi.

Il fatto che ognuna delle 17 organizzazioni di intelligence americane sia impegnata nelle stesse azioni e negli stessi compiti è parte del suddetto fallimento. Riducendo il numero di agenzie, il governo degli Stati Uniti potrebbe ridurre il budget destinato al lavoro dell’intelligence senza compromettere la propria sicurezza.

La mancata previsione di alcuni eventi e l’errata interpretazione dell’importanza dei processi politici, geopolitici, sociali e religiosi dell’ultimo decennio sono ulteriori fattori alla base del fallimento.

Dopo aver identificato le minacce globali da contrastare, è possibile definire gli obiettivi dell’intelligence nazionale e i risultati attesi. Concentrandosi su minacce e aspettative, qualunque paese è in grado di ridurre il numero di organismi di intelligence ad un terzo. Ciò giustifica il ragionamento in Italia a favore del servizio unico.

I compiti di elaborazione dell’intelligence dovrebbero essere svolti in modo ortogonale. Affrontare molteplici questioni di intelligence da molte e diverse prospettive, e non più in modo unidimensionale o bidimensionale. Voler catalogare un attacco hacker come minaccia estera o interna è una stupidità enorme. Rende evidente come non si conosca, né sia stato mai analizzato un DDoS, ad esempio.

In un contesto di assenza di coordinazione e collaborazione, solo una struttura unica è in grado di eliminare le ridondanze, le inefficienze e giustificare i ritardi. L’accumulo di potere sarà immenso e diventerà nel tempo incontrollabile.

Per ovviare a questo problema dovrebbe essere eliminato il ruolo unico e avviata una elevatissima rotazione – a tutti i livelli, soprattutto dirigenziali – che preveda periodi di permanenza non superiori ai cinque anni, offrendo le proprie capacità allo Stato (a fronte, comunque, di stipendi consoni), ma tornando presto al proprio ruolo originario per non disperdere le proprie caratteristiche professionali. Un concetto già ripetutamente avanzato nel corso del dibattito pluriennale di riforma della 801/1977 e presente in molteplici resoconti parlamentari.

La politicizzazione dell’intelligence, vera metastasi del settore, verrebbe, in tal modo ad essere colpita e con essa l’incapacità della parte obsoleta della dirigenza di fornire adeguate direttive di lavoro quotidiano alle elevate professionalità colte dal mondo universitario e dei centri di ricerca, queste ultime utilizzate più come vetrina di efficienza che come strumento di competitività.

E parlando di competitività non può essere posto in secondo piano il ritmo incalzante con cui sta avanzando l’intelligence a livello europeo. Il Parlamento Europeo, infatti, sta studiando l’attribuzione di una rete di raccolta informativa autonoma ad INTCEN andando a colmare il gap con le agenzie nazionali.

“God is always with the strongest battalions”. La competizione tra paesi ed agenzie farebbe il resto.

Cordiali saluti.

Francis Walsingham

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