Circular economy

Perché va imboccata in Italia la strada dell’economia circolare

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L’articolo di Gianni Bessi, consigliere nella regione Emilia-Romagna, autore del saggio “Gas naturale – l’energia di domani”

Parlare di economia circolare è diventato di moda: la si evoca in ogni occasione, come una medicina miracolosa, ma spesso resta confinata a livello di enunciato, di slogan da utilizzare nei dibattiti politici quando si vuole fare credere di essere in grado di ‘volare alti’. Al solito si cade nell’antico vizio nazionale, enunciare l’efficacia di una soluzione senza però adottarla, in attesa che sia la provvidenza a metterci le mani.

Invece l’economia circolare è già una realtà e a fronte di moltissime esperienze di successo quella che manca è una politica nazionale di sistema. Anzi manca una ‘visione’ di uno sviluppo industriale integrato e sinergico di un modello di sistema economico. Su questo punto, da ravennate, non posso che ricordare le parole profetiche di Raul Gardini: «Lo sviluppo economico sarà globale o non sarà. E funzionerà solo a condizione che anche la soluzione dei problemi crei ricchezza. Altrimenti la società diventerà asfittica, perdendo il futuro. Perciò bisogna innescare uno sviluppo economico che affronti positivamente problemi globali, come la fame nel mondo e l’inquinamento dell’ambiente».

Ma Gardini non è il solo imprenditore che ha intuito qual è la strada virtuosa dell’economia.

L’amministratore delegato di Unilever, Paul Polman, in un intervento sull’Harvard business review ha affermato che «avevamo bisogno di un nuovo modello economico e di un modello di business diverso. Non basato sull’essere “meno cattivi” o su occasionali atti di benevolenza, ma in cui il business avesse un impatto positivo sulla società in tutto ciò che fa. Non si tratta solo di sostenibilità. Si tratta dell’agenda per lo sviluppo sostenibile. Riguarda il modo in cui forniamo crescita e sviluppo in un modo più sostenibile ed equo per le generazioni a venire». Sulla stessa rivista gli hanno fatto eco, sostenendo lo stesso concetto, Andrew Liveris, amministratore delegato, della Dow Chemical Company, e Dominic Barton, global managing partner di McKinsey.

Le imprese si sono accorte da tempo che il futuro è sostenibile e anche la politica ci è arrivata, se è vero che il 4 marzo di quest’anno la Commissione europea ha adottato un rapporto che spiega cosa dovranno fare gli Stati membri per puntare su un’economia circolare ‘neutrale dal punto di vista climatico, dove la pressione sulle risorse naturali e di acqua dolce e sugli ecosistemi è ridotta al minimo’.

La mia idea, nata mentre stavo lavorando al libro ‘Gas naturale. L’energia di domani’ (edizioni Innovative Publishing) in cui mi occupo delle strategie energetiche dal punto di vista politico, è che una crescita sostenibile e solida si realizza solo se si mettono in sinergia gli attori delle filiere innovative con la consapevolezza che il loro sviluppo, sia per la produzione di manufatti sia di servizi, deve appoggiarsi su imprese che possiedono professionalità di primo piano, ma anche sui luoghi di integrazioni dei saperi, Università, centri di ricerca. Quello che vale per la strategia energetica è valido anche per l’adozione di un modello economico sostenibile: serve però una volontà politica di sistema che in questo momento non c’è. E ritengo sia necessario interrogarsi su quali siano gli intendimenti, le visioni, le strategie che le forze politiche hanno in mente per creare questo valore aggiunto.

Non esiste limite alle attività di ricerca e produzione del modello sostenibile di sviluppo: numerose imprese italiane si stanno già muovendo con intelligenza in questa direzione e nella prima puntata ho citato un intervento che mette in evidenza come proprio l’Italia sia il Paese più attrezzato ad abbracciare l’economia circolare. E qui mi si permetta di rifarmi alle numerose esperienze della mia regione, l’Emilia-Romagna, sia in campo agricolo sia nelle sinergie per l’attività di raccolta dei rifiuti urbani organici.

Una di queste sinergie riguarda, per fare un esempio, il biometano, un combustibile rinnovabile, che permette di contribuire al raggiungimento dei target Ue sulle fonti rinnovabili. Si potrebbe ad esempio immaginare un sistema di bonus per gli agricoltori, una sorta di incentivo per collegare l’attività di produzione agricola a quella di riciclaggio e di sfruttamento di impianti per produrre energia pulita, quest’ultima nell’ambito dello sviluppo rurale. Nella prossima puntata, tra le altre cose, metterò in fila alcune buone pratiche e alcuni esempi di economia circolare che possiamo vantare in Italia. E le prime voci dell’agenda di cosa fare per lasciare i discorsi e cominciare ad agire.

Mi pare si possa affermare che la strada verso l’economia circolare è a senso unico e va imboccata con decisione e velocità. Sapendo che non è sufficiente proporre un catalogo di buone intenzioni, perché servono azioni di sistema determinate, che coinvolgano tutti gli attori economici e, cosa importante, i cittadini. Quello verso lo sviluppo sostenibile è un passaggio non solo economico ma anche culturale, che coinvolge in prima battuta la formazione. Come sanno e dichiarano non solo i manager delle grandi imprese internazionali ma anche i moderni sociologi e filosofi più attenti ai cambiamenti della nostra epoca, è tempo di puntare su una cultura condivisa di utilità sociale. Il futuro passa da qui. Anzi, ‘solamente’ da qui.

(2. continua, qui per leggere la prima puntata)

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