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Vi racconto Mario Tedeschi del Borghese. Il post di Romano

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Il post di Pietro Romano

Mi autodenuncio! Nella spectre che aveva quale punta di diamante Mario Tedeschi c’ero anch’io. Pur avendolo conosciuto solo nel 1982, in quanto non poteva ricordare, ovviamente, che da adolescente avevo fatto parte del servizio d’ordine del Msi-Dn a un suo comizio di dieci anni prima a Bergamo e lui si era complimentato per il nostro impegno. Insomma avevo conosciuto effettivamente Tedeschi suppergiù un paio di anni dopo i terribili fatti che al Senatore – come amava essere chiamato dopo la sua duplice esperienza parlamentare negli anni settanta – vengono addebitati: aver collaborato alla strage di Bologna del 1980. Un’accusa che mi lascia basito.

Dal 1981 a pochi giorni prima che morisse, nel novembre 1993, ho avuto con il Senatore una frequentazione continua. In quel lasso di tempo ho collaborato regolarmente al Borghese, il settimanale che aveva ereditato dal fondatore Leo Longanesi portandolo a gareggiare per copie vendute e autorevolezza con l’Espresso. Al Borghese in quegli anni ho firmato talvolta con il mio nome e cognome, perlopiù con due pseudonimi (Tuccio Risi e Felice Vincenzi) ai quali ero costretto perché nel frattempo – tra Class Editori, Rcs e Informazione – lavoravo in giornali per i quali avevo l’esclusiva, allora ben retribuita. E, a proposito di retribuzione, Tedeschi è stato uno dei pagatori più puntuali che abbia conosciuto: era lui stesso a sollecitarmi il ritiro dell’assegno in redazione, un assegno non leggero in tempi pre-euro, 200mila lire nette, con il collega Franco Jappelli i meglio pagati tra i collaboratori.

Non è certo solo per il valsente che il ricordo del Senatore è sempre vivo in me e mi angoscia l’accusa che potesse essere coinvolto nella strage di Bologna. Numerosi sono stati i suoi insegnamenti giornalistici e ancor di più quelli di vita. Uno fra tutti: “Non s’innamori delle cause, Roma’, perché a Roma il più pulito c’ha la rogna!”. Un motto che mi è stato spesso d’aiuto negli anni successivi per evitare di cadere nei tranelli dei nemici e, soprattutto, dei presunti amici.

È vero che era stato iscritto alla P2: non l’ha mai negato. Ma non ricordo mai una censura su miei articoli critici (e ne scrivevo) su qualche “confratello”.  Ed è vero che aveva stretti rapporti con Federico Umberto D’Amato. Ma la prima volta che mi ci mandò a colloquio, in tempi nei quali D’Amato collaborava all’Espresso sia pure scrivendo di cucina, mi sottolineò quasi paterno: “Stia attento, è sbirro e discendente di sbirri, anche se amico mio. Pesi bene le sue parole e valuti attentamente i suoi documenti, anche quando sembrano puliti”. Mi fece intervistare, mio malgrado, Mauro Mellini sulla Legge Rognoni-La Torre. L’intervista la tagliai a modo mio, il Senatore non intervenne ma, con il senno di poi, avevano ragione lui e l’avvocato radicale a valutare la legge come il facilitamento a un cambio generazionale e alla finanziarizzazione della mafia. Oggi diremmo delle mafie. Quello che le ha rese onnipotenti, o quasi.

Arrivai al Borghese tramite il critico letterario del settimanale, Francesco Grisi, un mite scrittore che nonostante la conventio ad excludendum verso i romanzieri (ancor più che i giornalisti) di destra arrivò in finale al Premio Strega, conosciuto a un convegno su Giuseppe Prezzolini tenuto a Vietri sul Mare, porta della costiera amalfitana. E tra i collaboratori trovai, tra gli altri, Jappelli appunto, che già avevo conosciuto in precedenti esperienze giornalistiche, e Francesco D. Caridi, due colleghi che associare alla spectre terroristica mi pare quanto meno azzardato, meglio ancora risibile.

Per inquadrare meglio il Senatore un’esperienza vissuta in prima persona e un sentito dire. Avevo sparlato con lui di tutti e di più da giovane arrabbiato quale ero. Una sola volta mi riprese. Avevo criticato Eugenio Scalfari. Mi domandò, burbero, se lo conoscessi. Gli risposi di no. “E allora perché lo critica se non lo conosce? Per quello che scrive? Ma non si valutano le persone solo per quello che scrivono”. Non sapevo che fossero stati e per certi versi erano rimasti, sia pure a modo loro, amici. Tanto che una volta, si vagheggiava, proprio Scalfari gli aveva fatto pervenire la foto di un politico nemico di entrambi in una posizione che gli avrebbe pesantemente nuociuto, lo avrebbe cassato dalla vita pubblica,  ma nessuno dei due la utilizzò. Era diventato nemico, ma era stato amico. Quando Dimitri Buffa, un fiutaccio che veniva dal mondo radicale e con Jappelli gli avevamo segnalato e per quanto fossero opposti aveva imbarcato sul Borghese, mi telefonò in quella uggiosa mattinata autunnale, confesso che ebbi un groppo alla gola. Che mi è tornato in questi giorni. Riposi in pace, Senatore.

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