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Perché Mattarella dovrebbe temere più le grillate anti Tap che i tweet storm

di

Cyber Security

I Graffi di Damato su tweet storm, iniziative della magistratura a difesa di Mattarella e grillate di Lezzi e Di Battista sul gasdotto Tap

Quell’elmetto messo in testa da Emilio Giannelli a un Sergio Mattarella in tuta militare che compulsa, nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, il suo computer per difendersi dagli attacchi digitali – o tweet storm, come li chiama Fiorenza Sarzanini nel suo articolo di cronaca giudiziaria sullo stesso giornale – mi fa sorridere ma anche preoccupare. E non per la sorte fisica del presidente della Repubblica, ben protetto dai suoi Corazzieri, e non solo, nel Quirinale e ovunque si sposti o riposi, ma per lo svarione che temo stiano commettendo gli inquirenti che a vario livello si occupano della notte digitale fra il 27 e il 28 maggio scorso.

Si crearono allora 400 “profili” per raccogliere e rilanciare un duro attacco politico del capo delle 5 stelle Luigi Di Maio al capo dello Stato. Che, avendo negato la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia, e costretto Giuseppe Conte a rinunciare all’incarico di formare il governo gialloverde negoziato con i leghisti, secondo Di Maio si meritava il procedimento parlamentare della messa in stato di accusa per tradimento davanti alla Corte Costituzionale.

CHE COSA SUCCESSE TRA DI MAIO E GRILLO

Nella mobilitazione digitale seguita all’annuncio o minaccia politica dell’attuale vice presidente grillino del Consiglio, spentasi nella stessa nottata perché il giorno dopo Di Maio aveva già cominciato a ripensarci anche per una sfuriata telefonica fattagli da Beppe Grillo in persona, la Procura della Repubblica di Roma ha visto gli estremi di un’offesa e di un attentato alla libertà del capo dello Stato, per indurlo alla nomina che aveva rifiutato.

E’ CONGRUA L’INIZIATIVA GIUDIZIARIA?

Con tutto il rispetto dovuto alla magistratura, per carità, pur al netto dei non pochi errori che commette e cui è in grado per fortuna di rimediare da sola, torno ancor più a dubitare della congruità di questa operazione giudiziaria. E di altre iniziative, comprese quelle dei servizi segreti su cui ha appena riferito il loro capo al comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.

IMBARAZZO AL COLLE?

Continuo a pensare che il primo a doversene sentire a dir poco imbarazzato debba essere il capo dello Stato per l’immagine che involontariamente rischia di uscirne, cioè di un presidente che rischia di perdere la sua autonomia e sicurezza per le critiche mossegli via internet da 400 “profili”. Dai quali è già stato rimosso peraltro il sospetto che quella notte fossero di una manina o manona russa, come si era pensato in un primo momento.

AL QUIRINALE CI SI PREOCCUPA DI UN TWEET STORM?

Ho personalmente troppo stima del capo dello Stato per ritenere ch’egli possa spaventarsi e rinunciare a tutte le prerogative conferitegli dalla Costituzionale davanti a un tweet storm, per ripetere le parole della giornalista giudiziaria del principale quotidiano italiano.

IL MIO GIUDIZIO SU PAOLO SAVONA

Se fosse vera la logica degli inquirenti, dovrei sentirmi un po’ in colpa anch’io perché non quella notte, ma già prima della sortita di Di Maio avevo espresso dubbi – nel mio piccolo, anzi piccolissimo – sulla congruità del rifiuto di Mattarella, avendo personalmente di Paolo Savona e delle sue idee sull’euro, connessi e annessi, un giudizio difforme da quello del capo dello Stato. Che d’altronde non a caso ritenne poi di poterlo nominare ministro degli Affari europei, quando al Ministero dell’Economia il recuperato presidente del Consiglio incaricato gli propose il nome di Giovanni Tria.

COSA PENSA DAVVERO MATTARELLA?

Per una volta – miracolo degli inquirenti e di quella notte fra il 27 e il 28 maggio scorso – mi riconosco nel ragionamento sviluppato da Marco Travaglio nell’editoriale del Fatto Quotidiano col titolo polemico di “Lesa Mattarellità”. Che nasce tuttavia dalla presunzione, spero sbagliata, che il presidente condivida il tipo di difesa che della sua figura stanno facendo alla Procura di Roma e dintorni. Da cui mi rendo anche conto che, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, egli non possa neppure prendere pubblicamente le distanze.

MOLTO PIU’ GRAVE IL CASO TAP

Continuo a pensare che più grave del tweet storm di maggio sia il vulnus procurato in questi giorni al presidente della Repubblica da tutti quei grillini, a cominciare dalla ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi per finire all’ex parlamentare Alessandro Di Battista felicemente in vacanza culturale nel Messico, che bombardano a modo loro il terminale pugliese del gasdotto Tap garantito il 18 luglio scorso da Mattarella nella sua visita ufficiale in Azerbaigian, il Paese di partenza del “corridoio sud” dell’importante approvvigionamento energetico.

Da questo bombardamento politico sembra avere preso le distanze nelle ultime ore il vice presidente grillino del Consiglio Di Maio, in attesa -spero- di una sortita più impegnativa del presidente del Consiglio e di conseguenti interventi sull’ancora ministra Lezzi.

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