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Quando la scienza va al voto

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Dopo le preoccupazioni espresse sia dalla comunità scientifica nostrana che dagli osservatori internazionali per l’assenza della scienza dai programmi elettorali – vedi l’articolo apparso sulle pagine di Nature, proviamo, a pochi giorni dal voto, a comprendere se e come il dibattito sul futuro della ricerca scientifica italiana e gli spazi all’interno dei quali si è svolto abbiano influenzato la campagna elettorale appena conclusa.

In principio fu il toto candidati

La storia recente del nostro paese dimostra come la politica abbia spesso fatto appello alle competenze della società civile, mondo scientifico incluso, con l’intento di convogliare conoscenze e capacità nell’amministrazione della cosa pubblica. Un simile schema sembrava destinato a ripetersi anche alla vigilia dell’ultima campagna elettorale: molte indiscrezioni al termine del 2017 vedevano ricercatori e illustri accademici già in lizza per una candidatura o per un ruolo di primo piano nel nuovo governo. Tra i nomi ricordiamo quelli del virologo Roberto Burioni, corteggiato da Matteo Renzi, del fisico Francesco Sylos Labini e di Giovanni Dosi, direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Sant’Anna di Pisa, entrambi associati dalla stampa al Movimento Cinque Stelle.

Scienza, la grande esclusa

Se le premesse avevano fatto sperare in una maggiore presenza delle tematiche legate a alla scienza nel confronto elettorale, con il passare dei giorni era risultato chiaro che le aspettative sarebbero rimaste disattese, e non certo a causa della rinuncia da parte degli scienziati a raccogliere le candidature. Si, perché, al netto delle singole – e non sempre rassicuranti – posizioni sulla questione vaccini, la scienza è rimasta la grande esclusa dal dibattito politico in vista del voto. Questa scarsa attenzione nei confronti di un settore riconosciuto come fattore imprescindibile per la crescita economica risulta di difficile comprensione, soprattutto alla luce di un quadro interno che ci vede in grave ritardo rispetto ad altre nazioni e delle raccomandazioni che giungono da Bruxelles. l’Italia, infatti, investe annualmente in ricerca e sviluppo solo 1,2-1,3% del proprio prodotto interno lordo, molto meno della media dei paesi Ue, che si attesta al 2%, e rimane lontana dall’obiettivo del 3% consigliato dalla Commissione europea.

Gli appelli degli scienziati

All’assordante silenzio delle forze politiche sono quindi seguiti gli appelli della comunità scientifica italiana. Il 7 febbraio il Corriere della Sera pubblica un’editoriale firmato da Nicola Bellomo e Maria Pia Abbracchio, rispettivamente presidente e vice presidente del ‘Gruppo 2003 per la ricerca scientifica’, associazione composta da scienziati che mira alla promozione della ricerca italiana. L’articolo contiene un monito a rendere più incisivi e prioritari gli impegni elettorali nei confronti di ricerca, istruzione, università, sviluppo e trasferimento tecnologico, richiamando l’attenzione sull’importanza strategica della scienza per il nostro paese, e termina invitando le forze politiche in campo a optare per interventi strutturali considerate indispensabili, come l’incremento dei finanziamenti verso università e centri di ricerca e la “creazione di un Agenzia nazionale che valuti in maniera indipendente la qualità dei progetti”.

Le iniziative

In un simile contesto risulta chiaro comprendere le ragioni che hanno spinto molti cittadini interessati al futuro della scienza italiana a mobilitarsi per ottenere risposte chiare da parte dei politici. Le esperienze dettate da questa esigenza sono maturate all’interno di ambienti eterogenei. La più rappresentativa e consolidata è certamente quella che riguarda “Dibattito Scienza”. Nato come gruppo Facebook in occasione delle elezioni del 2012, “Dibattito Scienza” raccoglie ricercatori, giornalisti, insegnanti, docenti universitari e semplici utenti. Il progetto si è poi trasformato nel tempo in una piattaforma web permanente che mira a ‘far entrare nel dibattito politico l’approccio razionale alla risoluzione di alcuni problemi, tipico della ricerca scientifica, attraverso domande mirate e specifiche ai candidati delle elezioni politiche ed eventualmente delle primarie, per quei partiti o movimenti che le adotteranno’. E’ con questi intenti che all’inizio della campagna elettorale 2018 i membri del gruppo si sono ritrovati su Facebbok per concordare i quesiti da rivolgere agli schieramenti politici in corsa per le politiche. Nonostante gli ottimi riscontri ottenuti in occasione delle precedenti votazioni, le liste a far pervenire le risposte a “Dibattito Scienza” entro la data fissata dagli amministratori della piattaforma, 16 febbraio, sono stati 4 su 19. Altri tre partiti hanno risposto oltre il tempo limite. Lasciando da parte la scarsa attenzione dimostrata dai partiti nei confronti degli argomenti di riferimento, la vicenda “Dibattito Scienza” dimostra come il web si sia attestato sempre di più come strumento e luogo privilegiato per il dialogo con gli stakeholders e per la partecipazione dal basso.

Se la montagna non va da Maometto

Ha ottenuto maggiore fortuna ‘La Scienza al Voto’ (http://www.lascienzaalvoto.it/). Formato da 19 scienziati coordinati dal fisico del CNR Antonello Pasini, questo comitato ha utilizzato un approccio diretto, dialogando esclusivamente con la politica e cercando di ottenere da subito impegni concreti a favore della ricerca scientifica. Il progetto è così riuscito a far sottoscrivere agli schieramenti politici un accordo preelettorale trasversale contenente punti programmatici volti alla prevenzione delle criticità naturali. L’autorevolezza degli esperti, insieme alla consapevolezza degli enormi danni economici derivanti da una cattiva gestione dell’ambiente, hanno in questo caso giocato un ruolo decisivo per le sorti della proposta. Un tale risultato non sembra comunque essere sufficiente. Se il nuovo governo non riuscirà infatti ad affiancare alle misure contenute all’interno della carta d’intenti di ‘La Scienza al Voto’ progettualità e un piano di lungo termine che preveda interventi organici su ricerca, scuola, università e innovazione, non riusciremo infatti nell’intento di rendere competitiva la scienza italiana.

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