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La poetica di Bankitalia sulla recessione

di

L’articolo di Filippo Onoranti

La notizia che il Pil sia almeno il 40% inferiore alle aspettative di governo ha fatto il giro del paese (e presumibilmente anche degli investitori stranieri). La parte di guastafeste tocca stavolta a Bankitalia che scrive: “dopo che la crescita si era interrotta nel terzo trimestre, gli indicatori congiunturali disponibili suggeriscono che l’attività potrebbe essere ancora diminuita nel quarto”, ma l’opera d’arte arriva in conclusione, quando per battezzare il fenomeno – piuttosto noto per quanto pernicioso – viene aggiunto al termine “recessione” la qualifica di “tecnica”. Perché la recessione è ormai una banalità; una di quelle parole inflazionate dal clamore mediatico e che non fa più notizia. Chi grida alla recessione, all’emergenza democratica, alla fine del mondo, fa parte di uno schieramento; chi invece crede che le cose miglioreranno a patto di mandare tutti a casa, di uno opposto. I fatti sono solo uno sfondo per le narrazioni che portano ciascuno di noi a tifare per l’una o l’altra parte (e quando si parla di “tutti” ci si riferisce “a tutti gli altri”, tutti quelli che la pensano diversamente da me).

La recessione tecnica è una creazione artistica, in particolare di arte retorica al servizio delle attività politiche. Diventa infatti una recessione rassicurante, perché definendola in un modo preciso la si circoscrive, la si depotenzia, quasi la si addomestica. Si presta a banalità del tipo: “qualche volta bisogna prendere la rincorsa per fare un salto in avanti” (un funambolismo che ancora non ho sentito da nessuno, ma temo manchi poco). Seguendo l’analisi a sostegno di questa narrazione, le ragioni della definizione sono rintracciabili negli auspici di un rapido ritorno della realtà entro i rassicuranti confini delle previsioni, e nel piccolo divario tra l’aspettativa i una crescita all’1% rispetto alla valutazione reale che la attesta allo 0.6%. Numerini in assoluto, che se invece si guardano con la più accurata lente della statistica indicano un errore sulle stime del 40%, e che – tecnicamente – è una cantonata madornale…

Qualcosa di simile è accaduta anche un centinaio di anni fa, l’occasione era quel tipo di guerra che non si combatte a colpi di dazi ma di fucile: all’inizio della seconda guerra mondiale è questa volta una cantonata tedesca (dunque più gustosa da prendere ad esempio) che propone di chiamarla “guerra lampo”. Gli esiti li conosciamo tutti.

Mi viene in aiuto un divertente saggio “Parole al potere” di Gianni Bessi e Paolo Pingani che nell’introduzione ricordano “le parole sono importanti”.

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