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Gli altoatesini avranno il passaporto austriaco?

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Il Bloc Notes di Michele Magno

Dopo il dietrofront dello scorso anno seguito alle proteste del governo Gentiloni, il cancelliere Sebastian Kurz intende riprovarci con il governo Conte. C’era da aspettarselo. La concessione della cittadinanza austriaca agli altoatesini di lingua tedesca e ladina era infatti un punto centrale del programma sottoscritto dal Partito popolare (Övp) e dal Partito liberale (Fpö). Anche questa volta finirà con un buco nell’acqua? Vedremo. Senza però dimenticare che “i cento anni del Sudtirolo in Italia”, come recita il sottotitolo di un pamphlet di Sebastiano Vassalli pubblicato poco prima della sua morte (Il confine, Bur, 2016), sono stati ciclicamente attraversati dal fiume carsico del risentimento e perfino dell’odio.

Gli italiani credono di sapere dell’Alto Adige quanto basta, ma in fondo -osserva l’autore di Terre selvagge- ne hanno saputo sempre poco e, forse, ne hanno sempre capito poco. Ci passano quando devono andare a Innsbruck o in Germania, ci vengono d’inverno per sciare o d’estate per una passeggiata in montagna, in un ambiente che sembra fatto apposta per il riposo del corpo e l’igiene della mente. Ne ammirano l’ordine, la pulizia, l’efficienza dei servizi sanitari e alberghieri; e a molti di loro sembra impossibile che paesaggi così tranquilli siano stati teatro di conflitti drammatici,i quali hanno svelato all’Europa l’esistenza di una questione altoatesina.

La sua data di nascita è il 10 settembre 1919, quando le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale firmano a Saint-Germaine-en-Laye il trattato che stabilisce la ripartizione del dissolto impero austro-ungarico. Con l’annessione di Trento e Bolzano, il confine settentrionale del nostro paese fu fissato al Brennero. Scelta in contrasto con i nobili ideali indicati nei “Quattordici punti” del presidente americano Thomas Woodrow Wilson (8 gennaio 1918), ma del tutto logica. Il confine più sicuro per l’Italia era quello geografico; e sarebbe stato difficile per gli sconfitti pretendere che fosse tracciato seguendo proprio quel principio di nazionalità eternamente avversato dalla monarchia asburgica. Nonostante ciò, appena tre anni dopo inizia il “ventennio della follia”, come lo definisce Vassalli. Il 2 ottobre 1922 arrivano a Bolzano alcuni camion di “camicie nere” che occupano il municipio, destituiscono l’anziano sindaco Perathoner e incominciano a insegnare l’idioma di Dante agli “alloglotti” -come venivano chiamati dai fascisti- con la didattica dei manganelli e dell’odio di ricino. È il primo capitolo di una italianizzazione coatta costellata di dolorose divisioni.

“Renderemo italiana quella regione, perché è italiana; italiana geograficamente, italiana storicamente”: questa la direttiva impartita da Mussolini nel discorso alla Camera dei deputati del 6 febbraio 1926. Della sua attuazione viene incaricato Ettore Tolomei (1865-1952), un roveretano profeta e ideologo del regime. Ancora sotto la dominazione austriaca aveva fondato un periodico, “Archivio per l’Alto Adige”, che sosteneva la tesi dell’italianità di quella regione. Farà una carriera strepitosa, fino a essere nominato conte da Vittorio Emanuele III per meriti patriottici. Le sue teorie pseudoscientifiche partivano da Druso, il figliastro di Augusto che nel 15 dopo Cristo aveva reso sicuri sotto il controllo di Roma i valichi alpini e aveva sottomesso le province a nord delle Alpi fino al Danubio. Per effetto di questa conquista l’Alto Adige era diventato una terra italica, che bisognava riportare nel solco della sua civiltà originaria.

Sulla scia di queste fandonie storiche, l’insegnamento e i giornali in lingua tedesca vengono soppressi, la toponomastica autoctona viene stravolta con nomi di fantasia, le associazioni e i partiti politici locali vengono messi al bando. Gli impiegati negli uffici pubblici, inoltre, vengono sostituiti da impiegati italiani che non conoscono il tedesco e spesso non conoscono bene nemmeno l’italiano, perché arrivano dai territori più poveri del paese e hanno accettato di trasferirsi soltanto per avere un lavoro e uno stipendio. Questi servitori dello Stato scadenti odiavano i nativi ed erano ricambiati con la stessa moneta da chi doveva sopportare la loro ignoranza e la loro prepotenza. È con la prima ondata migratoria, quella degli impieghi pubblici, che si alzano i primi steccati e maturano le prime fratture che diventeranno insanabili in brevissimo tempo.

La seconda fase dell’italianizzazione forzata del Sudtirolo coincide con la creazione, tra il 1935 e il 1938, di una realtà industriale trainata dai forti incentivi fiscali erogati ai grandi gruppi piemontesi e lombardi: dalla Lancia alle acciaierie Falck, dalla Montedison alle carrozzerie Viberti, dalla Feltrinelli alla Società per il magnesio. In una regione che aveva le sue maggiori -se non uniche- risorse nell’agricoltura e nel turismo, scatta in tal modo una nuova e più massiccia immigrazione di operai e di tecnici, a cui si lega anche l’urbanizzazione accelerata dei principali comuni.

Segue una terza fase, quella delle “opzioni”. Dopo l’Anschluss dell’Austria (1938), Hitler ha un disperato bisogno di uomini in armi per il suo esercito. Il 22 giugno 1939 viene allora siglato a Berlino un accordo che consente ai sudtirolesi di optare per la cittadinanza germanica con l’obbligo dell’espatrio, oppure per il mantenimento della cittadinanza italiana, con la rinuncia però a qualsiasi tutela di carattere etnico. Degli aventi diritto all’opzione, solo una ristretta minoranza decide di mantenere la cittadinanza italiana, pagando il prezzo salato dell’ostilità e dell’intolleranza. È Heinrich Himmler in persona a curare l’espatrio di settantacinquemila sudtirolesi nel Reich. Nell’autunno del 1943 il Sudtirolo diventa una sua provincia. Le teorie di Tolomei non servivano più, così come non servivano più le sue campagne per snazionalizzare gli “alloglotti”. Arrestato dalle SS, fu internato nel campo di sterminio di Dachau.

Il “cuore di tenebra” della questione sudtirolese è tutto qui, tra le opzioni, la guerra e i venti mesi in cui più di ottomila bolzanini, che erano corsi ad ingrossare le file delle armate hitleriane, caddero sul fronte russo e nei Balcani. Nel maggio 1945 gli Alleati entrano nel Sudtirolo/Alto Adige, ma il cuore di tenebra non cessa di battere. I villaggi a sud del Brennero diventano la residenza provvisoria e la via di fuga di centinaia di gerarchi e criminali nazisti. Un fenomeno reso possibile da una catena di solidarietà e complicità che poteva contare sull’appoggio di amministratori locali, uomini di chiesa e di gran parte della popolazione. In questo clima entra in scena la Südtiroler Volkspartei (Svp). Il suo profeta è il commerciante Erich Ammon. Il neopartito rivendica il diritto all’autodeterminazione dei tirolesi e si schiera con l’Austria nella richiesta di un referendum popolare per poterlo esercitare.

Sotto la spinta di questi avvenimenti, a margine della Conferenza di pace di Parigi (luglio-ottobre 1946) il presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi e il ministro degli Esteri austriaco Karl Gruber sottoscrivono un trattato che garantiva l’autonomia del Sudtirolo/Alto Adige, poi ratificato dall’Assemblea costituente. L’idea di De Gasperi (già suddito austro-ungarico), non era sbagliata in linea di principio: Trento e Bolzano si sarebbero date ciascuna le proprie regole, continuando a convivere come avevano fatto per secoli. Ma ciò che sarebbe stato possibile nel 1919, nel 1948 non lo era più. Erano accadute troppe cose. Ormai c’erano gli italiani, in Sudtirolo/Alto Adige; e c’era quel personaggio invisibile, l’odio, capace di riempire le valli e di scalare le Dolomiti.

Gli anni Cinquanta furono quelli dell’offensiva autonomista della Svp di Silvius Magnago, culminata nella grande manifestazione di Castel Firmiano (17 novembre 1957) con il lancio dello slogan “Los von Trient” (Via da Trento). Furono gli anni degli ultimi tentativi, da parte italiana, di favorire con le opere pubbliche e gli alloggi a buon mercato nuovi flussi migratori. Tentativi resi vani dalla “stagione delle bombe”, inaugurata nell’ottobre 1956 da una carica esplosiva posta presso la sede del congresso provinciale della Dc, e proseguita nella “notte dei fuochi” (11-12 giugno 1961), quando gli attentati dinamitardi dei terroristi sudtirolesi danneggiarono, oltre ai tralicci della corrente elettrica, anche ponti, binari e gli stabilimenti della zona industriale di Bolzano. Alla stagione delle bombe subentrò, verso la metà degli anni Sessanta, la “stagione dei mitra”, in cui persero la vita guardie di finanza, carabinieri, militari di leva.

Una carneficina insensata, soprattutto se si pensa che già nel settembre 1961 era stata istituita una commissione di diciannove membri (undici italiani, sette sudtirolesi e un ladino) con il compito di elaborare un “pacchetto di proposte” per l’autonomia della regione. Dopo molti sforzi durati un decennio, il 20 gennaio 1972 entra in vigore il nuovo Statuto di autonomia. Tutto risolto? Nemmeno per sogno. Mancavano le norme di attuazione, e per redigerle occorreranno altre commissioni e altri anni. Nel 1976 vengono finalmente emanate su due temi cruciali: la proporzionale etnica nel pubblico impiego e il bilinguismo. Vedono così la luce quelle che Alexander Langer chiamerà le “gabbie etniche” e, con esse, l’altra faccia del problema: quella della minoranza italiana. Adesso è con lei che bisogna fare i conti.

Gli italiani in Sudtirolo, ormai si è capito, non ce li ha portati Druso. Ci sono venuti come immigrati a partire dagli anni Venti e poi ci sono nati: sono già alla terza generazione. Purtroppo, soprattutto i primi arrivati avevano fatto del loro meglio per farsi detestare. Chi li mandava a fare i poliziotti o i maestri, i postini o i ferrovieri, li aveva convinti che fossero gli “altri” gli ospiti indesiderati. Un’incomprensione totale. Non così era andata con gli operai e i tecnici portati dall’industria. Ma ormai la frittata era fatta, e il personaggio invisibile della questione sudtirolese era cresciuto come la gramigna in un campo di grano.

Quando furono applicate in modo rigoroso le due norme-chiave dello Statuto di autonomia, gli italiani si sentirono franare il terreno sotto i piedi. I sudtirolesi avevano il commercio, l’agricoltura e il turismo. Gli italiani avevano il pubblico impiego prima che la proporzionale etnica glielo togliesse, e il lavoro nelle fabbriche prima che le fabbriche cominciassero a chiudere a causa della crisi economica. Credevano che quei posti di lavoro non fossero un privilegio, ma fossero dovuti. Né si erano mai chiesti perché i sudtirolesi parlassero l’italiano mentre nessuno di loro, o quasi, parlava il tedesco. Lo consideravano un fatto naturale, un dono della Provvidenza. Le ragioni del loro disagio erano sbagliate alle origini, ma il disagio e la sofferenza erano reali.

Nel 1991 e poi ancora nel 2001 e nel 2011 in Sudtirolo/Alto Adige si sono fatti nuovi censimenti etnici, ma non ci sono più state contestazioni clamorose. Nel 1992 si era chiuso il trentennale contenzioso diplomatico con l’Austria, che Bruno Kreysky aveva addirittura portato sui banchi dell’Onu. Con una “dichiarazione liberatoria”, il governo di Vienna accettava le misure approvate dal dicastero Andreotti per la tutela delle genti altoatesine. Uno dopo l’altro, escono di scena gli esponenti della vecchia classe politica e gli “stati d’animo” migliorano sensibilmente.

Dopo aver conquistato l’autonomia, la provincia di Bolzano ha avuto tre presidenti. Il primo, Silvius Magnago (1914-2010), ne è stato il padre. La sua storia personale coincide con la storia del Sudtirolo. Come tanti altri giovani della sua generazione, nel 1939 scelse la Germania di Hitler. Ferito sul fronte russo, perse una gamba. Nel dopoguerra fu un tenace assertore del distacco da Trento. Era letteralmente ossessionato dall’idea che cinquantasei milioni di italiani potessero assimilare e assorbire cinquecentomila altoatesini. Il secondo presidente, Luis Durnwalder (nato nel 1941), apparteneva alla generazione successiva a quella delle “opzioni”, quella più aperta alle ragioni del dialogo. Il terzo, Arno Kompatscher (nato nel 1971), si è insediato nel gennaio del 2014. Ha annunciato che non intende essere presidente a vita come Magnago e Durnwalder. Il doppio passaporto, si è affrettato a precisare, non implica progetti di secessione, ma è solo l’espressione simbolica di una “rapporto sentimentale” con quella che una volta era la madrepatria. Sarà vero? Il futuro, dicevano gli antichi, è nel grembo di Giove. Solo lui può conoscerlo.

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