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Dispersione e abbandono scolastico, cosa succede in Italia

di

abbandono scolastico

Il post di Alessandra Servidori

Nel 2019, la quota di coloro che abbandonano prematuramente l’istruzione e la formazione nell’Ue era del 10,2%. In altre parole, un individuo su dieci di età compresa tra i 18 e i 24 anni con al massimo un livello di istruzione secondaria inferiore secondo Isced (è la classificazione internazionale di riferimento per l’organizzazione dei programmi educativi e delle relative qualifiche per livelli e ambiti) non è stato impegnato in alcuna ulteriore istruzione e formazione nelle quattro settimane precedenti l’indagine.

L’obiettivo di Europa 2020 è quello di ridurre i tassi di abbandono scolastico nell’Ue al di sotto del 10% entro il 2020. Nel 2019, questa quota era già inferiore al 10% nella maggior parte delle regioni e secondo il metodo della nomenclatura delle unità territoriali per la statistica (Nuts) con alcune delle quote più basse concentrate nell’Europa orientale e nelle regioni della capitale. Tra le regioni dell’Ue, la percentuale più bassa di giovani che abbandonano prematuramente l’istruzione e la formazione (1,7%) è stata registrata nella regione costiera/insulare di Jadranska Hrvatska (Croazia). C’erano altre tre regioni in cui non più di 1 giovane su 50 ha abbandonato prematuramente: le regioni della capitale della Repubblica Ceca e della Lituania — Praga e Sostinės regionas (entrambe 1,9%) — e la regione greca di Kentriki Makedonia (2,0%).

Le quote regionali più elevate di giovani che abbandonano prematuramente l’istruzione e la formazione erano spesso concentrate nelle regioni insulari e/o periferiche dell’Ue, dove è probabile che una percentuale sproporzionatamente elevata di studenti debba lasciare la casa se desidera seguire un particolare corso di istruzione terziaria o programma, lasciando dietro di sé una maggiore concentrazione di abbandoni precoci.

Anche la quota di coloro che abbandonano prematuramente l’istruzione e la formazione è stata relativamente elevata nella maggior parte dell’Europa meridionale e nella maggior parte della Bulgaria e della Romania. La regione bulgara sudorientale di Yugoiztochen ha registrato la quota più elevata di abbandoni precoci, con il 27,2% nel 2019.

Sebbene la percentuale di coloro che abbandonano prematuramente l’istruzione e la formazione fosse relativamente bassa negli Stati membri dell’Ue occidentali, i loro ex centri industriali spesso registravano quote più elevate, ad esempio: Provincia di Liegi (Belgio) o Nord-Pas de Calais (Francia).

L’abbandono scolastico in Italia è uno dei temi più importanti da monitorare per il contrasto alla povertà educativa. È frequente che sia chi viene da una famiglia più povera a lasciare gli studi prima del tempo. Il paradosso è che per quanto si tratti di un tema così cruciale per la nostra società, è anche molto difficile darne una misurazione esatta.

Dispersione e abbandono scolastico sono fenomeni che comprendono situazioni molteplici, su cui non sempre esistono dati. Solo per fare alcuni esempi, rientrano nelle casistiche della dispersione tanto l’interruzione del percorso di studi quanto l’evasione dell’obbligo di frequenza. Ma comprende anche situazioni più sfuggenti alle statistiche, come l’aver ottenuto un titolo di studio che non corrisponde affatto alle reali competenze acquisite.

Ci sono diversi indicatori che provano ad offrire una misura del fenomeno nella sua complessità. La scelta metodologica adottata a livello europeo consiste nel misurare la percentuale di persone tra 18 e 24 anni senza diploma superiore, non inseriti in alcun percorso di studio o formazione. A fronte di una media italiana del 14% di giovani in uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione, 5 regioni – Sardegna, Sicilia, Puglia, Calabria e Campania – superano questa percentuale, mentre le altre si trovano al di sotto della media italiana. Il dato permette anche di misurare la distanza o l’avvicinamento all’obiettivo del 10% stabilito dall’Ue. Un indicatore utile, perché consente confronti tra gli stati europei, le regioni e le realtà locali. Le 3 regioni con più giovani tra 18 e 24 anni senza il diploma e fuori da percorsi di istruzione e formazione sono le stesse che presentano la maggiore dispersione tra il primo e l’ultimo anno delle superiori. Si tratta di Sardegna (21,2% di abbandoni, 33% di dispersioni tra primo e ultimo anno), Sicilia (20,9%, 28,3%) e Campania (19,1%, 29,2%).

Si registrano invece valori difformi per alcune regioni del nord, come la Lombardia, dove a una quota di abbandoni non eccessiva rispetto al resto del paese (12%) corrisponde un tasso di dispersione di oltre un punto sopra la media (25,8%). O dell’Italia centro-settentrionale, come Toscana e Emilia Romagna, dove i due dati segnalano tendenze in apparenza opposte.

Le ragioni di questi scostamenti dipendono da come sono costruiti gli indicatori. Quello sull’abbandono include la possibilità che i ragazzi usciti da scuola abbiano comunque ottenuto una qualifica professionale (della durata di almeno due anni). Oppure che abbiano proseguito gli studi in scuole non statali. Aspetti che purtroppo non è possibile monitorare con i dati a disposizione sulla dispersione, per mancanza di dati. Il dato sulla dispersione ha però il merito di segnalare quanto possono incidere interruzioni e cambi sul percorso di studi inizialmente scelto. A livello Ue si sono  individuate tre possibili azioni.

La prevenzione dell’abbandono scolastico include quelle iniziative che riguardano il miglioramento dell’insegnamento e della cura già nella prima infanzia e successivamente l’orientamento scolastico e professionale. Le politiche di molti Paesi europei infatti prevedono investimenti consistenti nei sistemi di orientamento scolastico e professionale, per rivedere e ampliare i servizi al fine di consentire agli studenti una maggiore comprensione delle proprie attitudini, così da poter effettuare scelte consapevoli rispetto alle prospettive di formazione o di impiego.

Nelle misure preventive rientrano anche le iniziative rivolte alla prima infanzia, come ad esempio la frequenza obbligatoria a partire dai tre anni, come in Ungheria, o i piani di istruzione prescolastica come in Finlandia.

Altre politiche di prevenzione si basano sull’aumento della flessibilità – nelle tempistiche della didattica e nei piani didattici – e sulla permeabilità dei percorsi educativi, sull’introduzione di misure di discriminazione positiva – cioè la disparità di trattamento in favore di chi appartiene a una minoranza o a una categoria debole – per determinati gruppi e sull’offerta di attività extracurriculari.

Le misure di intervento per contrastare l’abbandono scolastico si focalizzano perlopiù sul sostegno individuale agli studenti più svantaggiati. È stato dimostrato per esempio che l’offerta di sostegno linguistico agli studenti di origine straniera diminuisce il rischio di abbandono tra gli ultimi arrivati. Si è rivelato molto utile anche il coinvolgimento diretto dei genitori.

In molti Paesi sono state introdotte delle misure per monitorare l’assenteismo dei ragazzi e nelle scuole sono state inserite figure professionali specializzate nel sostenere gli studenti negli aspetti relativi alla salute e al benessere psicologico. Le misure di compensazione per ridurre l’abbandono scolastico mirano a riportare all’interno di percorsi di istruzione e formazione coloro che li hanno abbandonati precocemente, con l’obiettivo di far acquisire loro competenze fondamentali e completare l’istruzione di base.Vi sono Paesi che offrono percorsi alternativi, attraverso l’istruzione della seconda opportunità.

In Romania, per esempio, questi percorsi vengono promossi soprattutto nelle zone rurali e in aree con ampia presenza di popolazione rom, proponendo formazione professionale, attività extracurriculari e sostegno psicopedagogico.

I problemi della pandemia sicuramente stanno aggravando questa situazione, ma le indicazioni della Ue sono di investire le risorse sulle strategie per contrastare questo fenomeno sapendo che i 6,1 miliardi per scuola, università, diritto studio nell’ultima manovra, sono un’offesa al buonsenso.

Si finanzia con 1,2 miliardi di euro a regime l’assunzione di 25.000 insegnanti di sostegno e sono stanziati 1,5 miliardi di euro per l’edilizia scolastica; è previsto un contributo molto basso di 500 milioni di euro l’anno per il diritto allo studio, 500 milioni di euro l’anno per il settore universitario. Così è difficile contrastare seriamente la povertà educativa, si potevano risparmiare le risorse usate per i banchi a rotelle e utilizzare i banchi che già esistevano invece di mandarli al macero come abbiamo dovuto vedere in immagini che gridavano vendetta allo spreco.

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