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A che punto è l’autonomia regionale differenziata?

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Nord

Il post di Alessandra Servidori

Al frastuono segue il silenzio. Sull’autonomia differenziata l’informazione politica è in stop and go. Ma non è colpa dei mezzi di informazione: è che il governo non sa mediare tra le richieste pervenute ed è di primaria importanza invece in politica saper fare sintesi.

Si sa pochissimo in che termini sia il progetto: di poteri e competenze rivendicate dalle 3 regioni più importanti e cioè il Veneto che ne ha chieste 23, la Lombardia 20, l’Emilia Romagna 16 e sappiamo che con la presidenza del Consiglio sono state raggiunte separatamente delle intese.

In buona sostanza si andrà comunque – non si sa ancora come ma si andrà – ad una sovranità regionale che implica una cessione molto forte di poteri da parte dello Stato centrale e dunque dei ministeri oggi competenti: istruzione, ambiente, alimentazione, infrastrutture, trasporto, credito.

È interessante visitare il sito del Ministero Affari regionali dove si evidenzia la spesa statale regionalizzata in materia di istruzione scolastica e universitaria, diritti sociali. In cima alla graduatoria delle regioni che hanno speso i contributi per i propri abitanti figurano Valle D’Aosta, Trento, Sardegna, Bolzano mentre Lombardia Veneto Emilia Romagna sono le ultime.

Dunque la questione più importante sarebbe dimostrare quali sono le regioni più virtuose ed efficienti sulle quali si rivendica l’attribuzione delle competenze e i relativi fondi, perché solo su dati scientifici si può credibilmente ragionare. E questi non sono a disposizione. La definizione di costi e benefici standard nelle bozze che abbiamo fugacemente letto è molto ambigua nonostante sia affidata ad un comitato composto dagli enti regionali e sappiamo bene per esempio che si stanno scaricando effetti di assorbimento da parte delle regioni dei disoccupati di alcuni enti soppressi, di quota 100 soprattutto per istruzione e sanità.

Siamo un Paese che porta le cicatrici di lunghe contrapposizioni di interessi territoriali, sono cambiati gli scenari europei e ultimamente abbiamo visto aumentare disillusioni e timori, egoismi e rancori, ma quando l’Italia è divenuta più unita, ricordiamocelo si è sviluppata maggiormente. E questo vale anche per l’Europa.

Ora ci si sta spartendo cinicamente i residui delle risorse pubbliche ma è in gioco con la regionalizzazione gran parte delle risorse pubbliche di scuole, servizio sanitario, beni culturali, infrastrutture, lavoro e l’autonomia differenziata rappresenta una radicale revisione di come funziona l’Italia e si accrescono enormemente i poteri di gestione delle risorse pubbliche delle classi dirigenti regionali.

Sono solo tre le regioni che si sono mosse sul piede di guerra perché le altre tacciono fra il desiderio di acquisire maggiori poteri di gestione e intermediazione per sé e le preoccupazioni per i loro cittadini,  principali potenziali vittime.

I partiti sono silenziosi oppure si spaccano all’interno delle regioni più coinvolte. Con le elezioni regionali in porto alcune regioni tradizionalmente di sinistra inseguono la Lega tralasciando proposte incardinate sui propri valori di riferimento e sul complessivo interesse nazionale. Il recentissimo rapporto Svimez ha sottolineato il problema centenario del meridione tra disoccupazione e povertà. Indica inoltre il dissolvimento di un futuro condiviso e di una ripresa dell’economia italiana trascinata in basso dalla cattiva politica e dalle fratture e in ogni caso di una incapacità di una trasformazione del funzionamento dell’Italia e di modifiche senz’altro necessarie che possano migliorare le politiche pubbliche avvicinandole ai cittadini.

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