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Prezzo del petrolio, perchè non sale?

di

petrolio e gas in Algeria

Il prezzo del petrolio sta causando problemi all’economia mondiale, ma perché il prezzo del greggio non riesce a risalire?

Il prezzo del petrolio è arrivato ai minimi storici dal 2009. Sembrano lontani i bei tempi con il barile a 116,7 dollari. Poi è stata la volta dei 60 dollari al barile, fino ad arrivare a 34 dollari. Da giugno 2014 il prezzo del petrolio è crollato. Ma più di qualche Paese rischia di farsi veramente male.

Ma perchè il crollo del prezzo del petrolio? E, soprattutto, perchè il costo del barile non aumenta? Perchè nemmeno le tensioni tra Arabia Saudita e Iran, che animano questi primi giorni di gennaio, riescono a far schizzare il valore dell’oro nero?

L’Arabia Saudita ha avuto un ruolo importante in questo senso. D’altronde è stata proprio quest’ultima che in seno all’Opec si è adoperata per non tagliare la produzione e quindi causare la diminuzione continua dei prezzi, con lo scopo di colpire i produttori statunitensi di petrolio, che nel frattempo hanno portato avanti una vera e propria rivoluzione in campo energetico, grazie alle nuove tecniche estrattive non convenzionali, sia per estrarre petrolio che gas (shale oil e shale gas).

piattaforma offshore

piattaforma offshore

C’è chi sostiene che l’obiettivo dei ribassi era anche l’economia di Theran, tornata al centro dopo la fine delle sanzioni. Il prezzo basso del petrolio potrebbe danneggiare, infatti, soprattutto i Paesi che si fondano sugli idrocarburi come l’Iran, la Nigeria, l’Iraq, il Venezuela, la Russia, il Messico e il Congo. Ed ora anche l’Arabia Saudita che fonda il 90% del suo pil su petrolio e gas corre seri pericoli con il barile a 30-35 dollari.

Ma diciamocelo, alla base del crollo del prezzo del petrolio c’è l’interazione fra domanda e offerta. E l’offerta è cresciuta più della domanda. L’Opec non ha imposto una riduzione della produzione, sul cui sviluppo hanno inciso fortemente anche le nuove tecniche per l’estrazione.

Proviamo a spiegarci meglio. Nel corso del 2013 si è verificato, nel mercato petrolifero, un cambiamento radicale e strutturale. A Giugno di quell’anno gli Stati Uniti avevano esportato 7,3 milioni di barili al giorno, ovvero 1,2 milioni in più rispetto allo stesso mese del 2012. L’aumento era pari all’intera offerta di un paese come l’Algeria ed era superiore all’offerta di Equador e Qatar. Gli esperti del settore si attendevano una reazione dell’OPEC, mai arrivata.

L’Arabia Saudita, forte di avere le riserve di petrolio più grandi del mondo e i costi medi della produzione più bassi di tutti, ha deciso di affidare il listino del greggio al libero mercato. Prima o poi, avranno pensato i sauditi, i consumi aumenteranno e la domanda crescerà. A pagare saranno i produttori più costosi, mentre gli arabi avrebbero riguadagnato le quote di mercato perdute. Ma la domanda, attualmente, non sembra aumentare e l’offerta non sembra diminuire, anzi nel 2015 si sono prodotti 95 milioni di barili giorno, contro i 93 del 2014.

La ripresa del mercato del petrolio sembra lontana. L’incertezza economica mondiale non aiuta, così come il valore del dollaro. Non ci dimentichiamo, infatti, che la diminuzione dei costi è stata speculare all’impennata della valuta americana. Il petrolio è quotato in questa valuta e i Paesi di altre aree monetarie, per acquistarlo, devono prima comprare dollari che, rincarando, aumentano il prezzo del greggio in termini di euro, yen o rubli. Aumentando il prezzo, la domanda cala e i produttori, pur di vendere, devono tagliare il prezzo.

 

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