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Russia e Cina, come gas e petrolio cambiano i confini dell’Eurasia

Il mondo sta cambiando ed insieme ad alcune certezze, come l’influenza degli Usa, oggi assistiamo a rimescolamenti della cartina geopolitica, sulla quale si affacciano, come in uno scacchiere, vecchie e nuove potenze emergenti.

È il caso della Russia e della Cina. Due paesi che nell’ultimo decennio sono cresciuti economicamente a ritmi inverosimili, leader dei paesi denominati BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).

 

Mosca si avvicina a Pechino

Nel corso della visita di Vladimir Putin a Pechino, il 20 e 21 maggio scorso, Russia e Cina hanno firmato un accordo storico per la fornitura da parte di Gazprom di 38 miliardi di metri cubi di gas (annui) alla Cina, a iniziare dal 2018. La Russia ha dato un segnale importante all’Europa e agli Usa. Viste le difficoltà che Mosca incontra in politica estera e che il South Stream, la pipeline che deve trasportare gas dal Mar Nero al Centro Sud Europa, sta incontrando, la Russia ha voluto dimostrare al Vecchio Continente la capacità di saper guardare ad altri, ben promettenti, mercati. Come nel caso del mercato cinese. La Russia ha una posizione bicontinentale, che, se sfruttata bene, può proiettarla, ancora una volta, come potenza globale. Ma non è tutto così semplice.

L’energia, la disponibilità di gas e di petrolio di cui dispone la Russia ne fanno uno dei protagonisti di questo inizio Millennio. E il mercato cinese può diventare parte di questa realizzazione. Il paese del Dragone è ‘affamato’ di gas e petrolio (i consumi di gas in 12 anni sono aumentati di 5 volte e quelli di petrolio sono raddoppiati), la Cina ha costruito il suo successo economico sullo sfruttamento del carbone, di cui è il maggiore produttore mondiale. Un maggiore consumo di gas può consentire a Pechino di avviare uno sviluppo più sostenibile per un paese che ha nella questione ambientale uno dei principali problemi da risolvere. In questo quadro, la Russia è riuscita ad aprire una strada importante verso Est, pur rimanendo uno dei maggiori fornitori di gas dell’Europa.

La Russia è da sempre una potenza di mezzo tra l’Europa e l’Asia. In molti si domandano se ora non abbia iniziato il suo cammino verso Est? Quanto però questa strategia è nelle corde di Mosca, la cui elite si è sempre sentita europea? Cerchiamo di capire qualcosa in più analizzando non solo i rapporti tra Russia e Cina, ma anche un’area geografica, quale quella dell’Asia Centrale, a ridosso del Mar Caspio.

 

Il Mar Caspio, un’area regionale intrisa di interessi “globali”

La collaborazione commerciale tra Russia e Cina prevede una costante cooperazione non solo in campo energetico ma anche in campo farmaceutico, spaziale, dell’energia atomica e delle tecnologie informatiche. Ma i buoni rapporti tra i due giganti asiatici nascondono ambizioni diverse e, a volte, contrastanti.

La Cina guarda con molto interesse all’area del Caspio e dell’Asia Centrale, laddove la Russia sta proiettando, da anni, una parte delle sue ambizioni. Si tratta delle 5 Repubbliche ex sovietiche ricche di giacimenti di idrocarburi: Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan. Una regione alla quale guardano non solo Russia e Cina ma anche Stati Uniti e Iran, per ragioni diverse. La Russia ha promosso una serie di iniziative in Asia Centrale, prima tra tutte l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza collettiva (OTSC) della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), di cui fanno parte oltre a Mosca (con Armenia e Bielorussia) Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan. Il sogno euroasiatico di Putin sta prendendo forma inoltre nella Comunità Economica Euroasiatica che raggruppa Russia, Bielorussia e le 4 Repubbliche ex sovietiche (manca anche in questo caso il Turkmenistan, che ha un ruolo importante tanto verso Mosca quanto verso Pechino).

L’interesse della Cina per l’area del Caspio ha trovato un campo comune con quello della Russia nell’accordo denominato Shanghai Cooperation Organisation (SCO) di cui fanno parte Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan. Lo SCO rappresenta un accordo di tipo militare, fondato sulla cooperazione dell’intelligence, per contrastare gruppi clandestini estremisti che si annidano nella regione e tra un paese e l’altro. Pechino vorrebbe da quest’accordo una chiave più economico-commerciale, mentre Mosca si accontenta di una collaborazione più militare. Ed è proprio l’equilibrio tra la Russia e la Cina uno dei punti più sensibili dello SCO. La Cina ha una capacità di penetrazione commerciale impressionante nell’Asia Centrale, tramite merci, spesso di bassa qualità. I paesi dell’area invece forniscono materie prime, una delle cause che stanno impoverendo sempre più queste economie.

 

Pechino vuole il gas e il petrolio delle ex repubbliche Sovietiche. Terrà l’asse con Mosca?

Gli interessi cinesi, a livello energetico, nell’area asiatico-centrale sono di non poca entità: a partire dal 2006, per esempio, dal Kazakistan, località Atasu, parte un oleodotto lungo oltre 2500 km che arriva in Cina, ad Alasan’kou, con una portata massima di 20 milioni di tonnellate annue di greggio.

Inoltre, è importante segnalare il lavoro congiunto che il Turkmenistan e la Cina stanno portando avanti per l’esplorazione congiunta di giacimenti di gas; una cooperazione iniziata nel 2007 e culminata nella costruzione di un gasdotto lungo circa 7000 km, con un volume di circa 15/20 miliardi di metri cubi annui di gas. Un gasdotto che attraversa il Kazakistan e l’Uzbekistan.

La collaborazione tra il Turkmenistan e la Cina non si limita ad un fatto puramente commerciale: la Cina è entrata nella Repubblica ex sovietica tramite una serie di investimenti di CNPC, China National Petroleum Corporation, per sviluppare l’area industriale di Bagtyyarlyk, dove è presente un giacimento di gas dal quale partono due pipeline verso Pechino. Mentre nel giacimento di Galkynysh, considerato tra i più grandi al mondo per riserve di gas, stanno partendo progetti operativi congiunti con Pechino per trasportare gas per circa 30 miliardi di metri cubi all’anno, in base ad un accordo firmato nel 2013 tra i due paesi.

 

La Cina e lo scenario dello shale gas. Binomio possibile?

Per queste ragioni l’attenzione di Mosca nei confronti dell’area asiatico-centrale sta aumentando sempre di più. Ma c’è un altro elemento che in futuro potrà cambiare i rapporti tra Russia e Cina. È il gas di scisto. Il Governo cinese ha annunciato un piano ambizioso per i prossimi anni al fine di recuperare ingenti quantità di gas di scisto su tutto il territorio cinese (Oil, Marzo 2014). Le potenzialità di cui appare certo il Governo di Pechino (circa 707 miliardi di metri cubi di gas di scisto) non saranno facili da attualizzare per ragioni diverse, non ultima l’ ubicazione di questo gas in aree con elevata densità abitativa o di luoghi difficilmente penetrabili.

La Cina ha però le risorse per affrontare anche questa sfida e non legare più la sua crescita al carbone. È anche per questo che la Russia, per restare protagonista al pari delle altre potenze globali, deve rafforzare le infrastrutture per l’estrazione di petrolio e di gas tramite massicci investimenti. Nel frattempo, Putin ha annunciato un aumento di capitale per Gazprom di ben 25 miliardi di dollari, finalizzato proprio a costruire il gasdotto che dalla Siberia pomperà gas verso la Cina. Un gasdotto lungo ben 4800 kilometri.

  

articolo tratto da www.abo.net

 

Per vedere l’infografica di StartMag sulle nuove vie del Gas in Europa cliccare qui

 

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