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Come va l’economia in Europa centro e sud-orientale (con Ucraina e Russia)

Il quadro sulla congiuntura economica nei paesi dell'Europa centro e sud-orientale, comprese Ucraina e Russia, nelle ultime stime per 2026 e 2027 del Wiiw, l’Istituto di Vienna per gli studi economici internazionali.

L’eco della guerra tra Usa (e Israele) e Iran è giunta ormai anche nelle aree industriali dell’Europa centro-orientale. Nelle fabbriche tra Polonia, Slovacchia e Ungheria il caro energia è tornato a pesare sui costi di produzione: i governi devono fare i conti con margini di bilancio più stretti, mentre le imprese rallentano gli investimenti in attesa di capire quanto durerà la crisi in Medio Oriente.

Per ora la regione tiene, almeno secondo le ultime previsioni periodiche dell’Istituto di Vienna per gli studi economici internazionali (Wiener Institut für Internationale Wirtschaftsvergleiche, Wiiw), uno dei think tank più autorevoli per le analisi economiche dell’area. Ma i primi segnali di un rallentamento non sono affatto rassicuranti per una regione che sta cercando strade industriali più mature, dopo aver abbandonato il modello trentennale di piattaforma manifatturiera a basso costo per le aziende occidentali.

LA SCOSSA ENERGETICA RALLENTA LA CRESCITA

Le economie dell’Europa centrale e orientale continuano a correre più dell’Eurozona, ma hanno perso slancio. Il Wiiw prevede per i paesi orientali dell’Ue una crescita media del 2,3% sia nel 2026 sia nel 2027, limando però le stime rispetto a qualche mese fa. L’Eurozona, nello stesso periodo, dovrebbe fermarsi sotto l’1%.

Richard Grieveson, vicedirettore del Wiiw, sostiene che l’impatto immediato della crisi resti ancora “gestibile”. Il problema, però, è che diversi indicatori si stanno muovendo nella stessa direzione: “Inflazione energetica, domanda estera più debole, filiere meno stabili e investimenti stranieri in calo”. In paesi fortemente “dipendenti dall’industria esportatrice, basta poco per rallentare la macchina”.

Negli ultimi anni, inoltre, i salari sono aumentati molto più rapidamente della produttività in diverse economie dell’Europa orientale. Intanto la concorrenza cinese si è fatta più aggressiva, soprattutto nei comparti dell’auto elettrica e delle batterie, proprio quelli su cui molti governi dell’area avevano puntato. Così il modello costruito dagli anni Novanta in poi – grandi impianti produttivi finanziati da capitali tedeschi, austriaci o francesi (più raramente italiani) grazie a manodopera meno costosa – oggi mostra chiaramente i suoi limiti.

C’è poi un dato che a Vienna viene letto con attenzione crescente: in alcuni paesi della regione la spesa militare pesa ormai quanto, o più, degli investimenti diretti esteri. Fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginarlo.

POLONIA AVANTI, BUDAPEST CERCA UNA NUOVA ROTTA

Tra le economie dell’Est, la Polonia resta il motore più solido. Secondo il Wiiw, Varsavia crescerà del 3,6% nel 2026, sostenuta ancora dai consumi interni e dagli investimenti infrastrutturali. Nel 2027 dovrebbe però essere l’Estonia a registrare il ritmo più veloce, dopo anni complicati per l’economia baltica.

Più accidentato appare invece il percorso dell’Ungheria. Dopo sedici anni di governo Orbán, il paese entra in una fase di transizione politica ed economica che difficilmente produrrà effetti rapidi. La vittoria di Péter Magyar e del partito Tisza ha aperto aspettative elevate, soprattutto nei rapporti con Bruxelles, ma i problemi accumulati restano pesanti.

Inflazione elevata, deficit pubblico ampio, fondi europei congelati e forte dipendenza dal settore automobilistico hanno reso l’economia ungherese più fragile rispetto ai vicini centro-europei. Negli ultimi anni Budapest ha attirato grandi investimenti nelle batterie elettriche, soprattutto cinesi e sudcoreani, ma il rallentamento della domanda europea nel settore automotive ha complicato i piani del governo. Secondo Sándor Richter, l’esperto del Wiiw dei processi di integrazione economica tra Est e Ovest, il nuovo esecutivo punta a rilanciare il percorso verso l’euro e a normalizzare i rapporti con l’Ue. Ma lo spazio fiscale resta limitato e la ripresa sarà lenta. Le previsioni indicano una crescita dell’1,6% nel 2026 e dell’1,8% nel 2027, entrambe riviste al ribasso dopo il nuovo shock energetico.

UCRAINA, ECONOMIA IN BILICO

Per l’Ucraina il quadro è ancora più pesante. La guerra con la Russia continua a distruggere infrastrutture, centrali elettriche e capacità produttiva, mentre il conflitto in Medio Oriente rende più costose importazioni essenziali come carburanti e fertilizzanti.

Durante l’ultimo inverno i bombardamenti russi contro la rete energetica hanno provocato blackout prolungati in diverse città e rallentato ulteriormente la produzione industriale. In molte aree le aziende hanno lavorato a intermittenza, spesso affidandosi ai generatori.

Il Wiiw prevede per Kiev una crescita limitata all’1% nel 2026, con un possibile recupero al 2,5% l’anno successivo solo in condizioni favorevoli. Olga Pindyuk, analista dell’istituto, avverte che alcuni paesi confinanti stanno già introducendo restrizioni all’export di carburante verso l’Ucraina. Se i prezzi energetici dovessero restare elevati a lungo, il rischio di recessione tornerebbe concreto.

A pesare è anche la mancanza di lavoratori. Tra emigrazione, mobilitazione militare e difficoltà demografiche, molte imprese non riescono a trovare personale qualificato. È uno dei problemi meno visibili della guerra, ma anche uno dei più difficili da risolvere nel breve periodo.

MOSCA INCASSA MA NON RIPARTE

Per Mosca, al contrario, la crisi iraniana ha portato entrate inattese grazie all’aumento dei prezzi del petrolio e del gas. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha spinto verso l’alto le quotazioni energetiche proprio mentre il bilancio russo era sotto pressione.

Secondo Vasily Astrov, esperto del Wiiw per l’intero ex blocco sovietico, ogni dollaro aggiuntivo del prezzo del greggio porta decine di centesimi direttamente nelle casse dello Stato russo. Questo aiuta il Cremlino a finanziare la spesa pubblica e a sostenere l’apparato militare senza tagli immediati.

Ma dietro il sollievo finanziario resta un’economia quasi ferma. L’istituto viennese stima una crescita dello 0,9% nel 2026 e dell’1,5% nel 2027. Pesano i tassi d’interesse elevati, la scarsità di manodopera e gli investimenti insufficienti fuori dal settore energetico e militare. E i sussurri di crisi politica che arrivano dall’interno, associati all’impasse delle truppe russe sul terreno ucraino, aggiungono incertezza sulla tenuta economica di medio-lungo periodo.

 

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