Niente da fare, appena si tratta di farsi prestare dei soldi dalla Ue, aumentando il tanto vituperato debito pubblico, in Italia si scatena un partito trasversale, ben rappresentato dai continui articoli sulle colonne del Foglio. In questi giorni sono tornati tema Luciano Capone sul Foglio e Federico Fubini sul Corriere della sera, che fanno i conti sulla presunta (non) convenienza dei prestiti Ue (Safe, quello per la difesa, in questo caso). Tutti temi ampiamente spiegati più in dettaglio qui e qui.
In sintesi, al Foglio e al Corsera non entra proprio in testa che aver accettato di indebitarsi con la Ue per il NextGenEU e il PNRR non è affatto un motivo valido per farlo anche con il Safe. Il NextGenUe è stata una scelta praticamente obbligata per il governo Meloni arrivato quando il treno era già partito e solo oggi, con il conto degli interessi in arrivo da Bruxelles, sta realizzando di aver fatto un cattivo affare. Inoltre, nello specifico, il prestito Safe dovrebbe avere un tasso sostanzialmente variabile e, accettando quelle condizioni, l’Italia potrebbe avere due tipi di problemi. Il primo è quello del tasso (ovviamente sconosciuto) applicabile nei successivi quinquenni (o più probabilmente periodo più lungo, dato dalla scadenza media del debito emesso dalla UE che ci viene ribaltato) esponendoci così a un rischio tasso. Il secondo è quello della sostanziale uguaglianza dei tassi tra un Btp e il prestito Ue almeno fino alla scadenza dei 5 anni. Quindi, se proprio dobbiamo correre un rischio tasso, rinnovando il tasso mediamente ogni 5 anni per un prestito a 45 anni, almeno lo facciamo emettendo Btp e siamo liberi di spendere come vogliamo, senza il carico burocratico e le condizioni connesse ai prestiti della Commissione. Non è difficile. Anche al Foglio ce la possono fare.
Ma poi venerdì sul Corriere è stata la volta di Fubini e qui si sono attinte vette inesplorate.
Dopo averci adeguatamente spaventato con le minacce militari degli Houthi nel mar Rosso, dell’Iran nel golfo Persico e della Russia lungo il fianco est della Nato, la “logica” conseguenza è quella di correre al riarmo e come si fa a rinunciare a 15 miliardi a tasso “agevolato” offerti dalla Commissione, pensando di rivolgersi al mercato emettendo quei brutti e costosi Btp? È la domanda “retorica” di Fubini. Soprattutto quando la Ue consente di risparmiare “fino a 6,5 miliardi” sul costo degli interessi. Mancava solo l’offerta di un set di pentole in omaggio alle prime tre telefonate, ma siamo fiduciosi che a Bruxelles proveranno anche quest’ultimo incentivo.
Quel numero è privo di fondamento. All’Italia – anche solo sotto il profilo meramente finanziario, trascurando i pesanti condizionamenti politici e burocratici – non conviene indebitarsi con la Ue.
Infatti, da quando è partito il cosiddetto “metodo di raccolta unificato”, i prestiti Safe saranno erogati attingendo ai cosiddetti comparti temporali che la Commissione crea quando si indebita col mercato per poi prestare agli Stati membri. Una sorta di “cassetto contabile” in cui versa i proventi delle emissioni e preleva i prestiti erogati agli Stati, il cui costo viene determinato giorno per giorno in relazione ai titoli ivi contenuti ed alla loro durata media.
Per intenderci il secondo semestre del 2025, appena pubblicato, ha un costo medio del 3,32%, tasso che sarà applicato ai prestiti (soprattutto del NextGenUE in questo caso) erogati ai Paesi membri in quel semestre.
Il problema è che quel comparto temporale vedrà variare il relativo tasso man mano che i titoli scadranno e saranno rinnovati e quindi il relativo rischio tasso si trasferisce al malcapitato Paese debitore. È già accaduto con i prestiti erogati nel 2021-2022 partiti con tassi medi molto bassi e ora in rialzo perché entrano titoli a tassi più alti e scadono titoli a tassi più bassi.
Anche solo pensare di dimostrare la convenienza dei prestiti Ue confrontando un tasso fisso del Btp a 30 anni (4,80% il rendimento di venerdì 31 luglio) con quel tasso variabile (seppure con la scadenza media spiegata in precedenza), è un errore che non fanno nemmeno gli studenti del terzo anno di Ragioneria.
Eppure il Corriere della Sera ci ha fatto un titolo.






