Delle due l’una: o Federmanager si è associata al club degli acchiappatori di nuvole oppure ha deciso di candidarsi per l’Oscar dell’ipocrisia. È questa seconda l’ipotesi più credibile, perché non è concepibile che un’associazione di persone di mondo, professionalmente dedicata a gestire aziende, risorse umane e materiali si adatti a scrivere in un comunicato sulle ultime vicende dell’ex Ilva che “la decisione della Corte d’Appello di Milano di disporre la sospensione delle attività dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto entro 90 giorni, subordinandone la riapertura alla completa bonifica dell’amianto e alla riduzione delle emissioni inquinanti, non chiude la vicenda dell’ex Ilva. Al contrario, apre una fase nuova e decisiva per il futuro di Acciaierie d’Italia e dell’intera siderurgia nazionale”.
Di nuove fasi ce ne può essere solo una: la chiusura totale. In fondo, anche per le fabbriche la morte è un episodio dell’esistenza. Ma quella che fu la più grande acciaieria europea non chiuderà i cancelli perché espulsa dal mercato per ragioni economiche e produttive. L’ex Ilva è stata assassinata da una pervicace congiura proseguita inesorabilmente per decenni da un’organizzazione a delinquere composta dal terrorismo ambientale, da una magistratura golpista, da una politica ora connivente ora imbelle, da sindacati intimoriti dalla sacralità delle procure e succubi delle mode green.
“Le pronunce della magistratura si rispettano – scrive Federmanager presieduta da Walter Quercioli (nella foto) – Così come è inderogabile il principio secondo cui la tutela della salute, della sicurezza delle persone e dell’ambiente non possa essere subordinata ad alcuna esigenza produttiva”. Bingo! Anche le sentenze che applicavano le leggi razziali del 1938 corrispondevano – a loro modo – ad un criterio di legittimità ovvero di conformità alla legge, ma violavano il principio fondamentale della giustizia.
Nel caso dell’ex Ilva è sempre stato palese il disegno della magistratura in particolare tarantina di costringere l’ex Ilva a chiudere in combutta con forze politiche locali e nazionali. La considerazione è provata da circostanze inequivocabili: si è fatto di tutto per far fallire ogni ipotesi di vendita e per impedire qualsiasi progetto di risanamento che avrebbe richiesto i tempi e gli interventi necessari. Si prenda l’ultima prodezza della Corte di Appello di Milano: chiedere di affrontare e risolvere entro 90 giorni il problema dell’amianto è una provocazione che viola un principio del diritto: ad impossibilia nemo tenetur, ovvero a nessuno può essere chiesto l’impossibile.
“La sentenza – scrive ancora Federmanager – obbliga ora il Paese a una scelta che non può più essere rinviata: definire una strategia industriale capace di rendere compatibili salute, sostenibilità ambientale e continuità produttiva”, perché “la vicenda dell’ex Ilva non riguarda più soltanto il destino di uno dei principali siti siderurgici europei. Riguarda la capacità dell’Italia di definire quale politica industriale intenda perseguire in un settore fondamentale per la competitività del sistema produttivo, la sicurezza geopolitica delle filiere strategiche e l’autonomia industriale europea”.
Come è brava lei! Quale politica industriale si può attuare con i rottami, con le aree industriali (Bagnoli, Marghera, Termini Imerese, e tante altre) che hanno fatto la storia del paese, ormai divenute lande desolate da decenni, abbandonate senza speranza. Lo Stabilimento di Taranto non arriva a produrre un milione di tonnellate di acciaio rispetto ai sei milioni preventivate. Inoltre, anche il dramma ambientale è un’invenzione propagandistica. Come ha ricordato Marco Bentivogli in un articolo su Italypost, l’aria di Milano è più inquinata di quella di Taranto. Milano è nella top ten del peggio ovunque e deve tagliare tra il 29% e il 50% per i limiti 2030; Taranto è già in regola su PM10 e NO2 perfino coi limiti futuri.
Se poi si è interessati a valutare gli effetti cancerogeni dell’ex Iva, si prenda nota che Taranto non rientra tra le prima dieci città italiane che annoverano queste patologie. Al primo posto c’è Lodi che non ha stabilimenti che lavorano l’acciaio.
Nei mesi scorsi dal tribunale civile di Milano era arrivata un’altra tegola: la parziale disapplicazione del provvedimento che autorizzava l’attività produttiva dello stabilimento siderurgico di Taranto (Aia 2025) e l’ordine di sospendere l’attività dell’area a caldo a decorrere dal 24 agosto 2026. In realtà, veniva indicato che entro il termine del 24 agosto “le parti resistenti potranno adoperarsi per ottenere un’integrazione dell’Aia 2025 che abbia ad oggetto l’indicazione di tempi certi e ragionevolmente brevi entro i quali gli studi di fattibilità, i piani ed i cronoprogrammi menzionati nelle prescrizioni ritenute illegittime dovranno trovare effettiva attuazione ed impegnandosi a tale tempestiva attuazione”. Se ne deduceva, quindi, che il 24 agosto consisteva in un termine per una riprogrammazione degli interventi di miglioramento delle emissioni dell’ultimo altoforno che ancora costituisce l’area a caldo (essenziale per uno stabilimento siderurgico che si rispetti) sopravvissuta alle purghe. Ma le opere necessarie potevano essere completate anche successivamente a quella date purché i termini fossero definiti e rispettati alle diverse scadenze.
C’era modo di tirare il fiato. Poi è arrivata la botta finale. Non si uccidono così anche i cavalli?



