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Cosa combina la flotta russa nel mar Baltico

Nel Mar Baltico imperversa la flotta fantasma delle petroliere russe che la Germania, a differenza della Svezia, osserva ma non ferma.

Al largo dell’isola di Fehmarn, alla fine di giugno, alcuni gommoni di Greenpeace si sono avvicinati a una petroliera sotto sanzioni, la “Kira K”, battente bandiera panamense e carica di quasi centomila tonnellate di greggio russo. Una spedizione bipartisan. A bordo di uno dei gommoni di una delle più radicali associazioni ambientaliste si trovava anche Thomas Röwekamp, esponente della conservatrice Cdu e presidente della commissione per la difesa del Bundestag.

Dietro l’imbarcazione vigilava la nave “Bayreuth” della polizia federale tedesca. Poco dopo, però, è stata una nave da guerra russa a intromettersi via radio, intimando l’interruzione dell’operazione e promettendo fedeltà ai propri “piani speciali”. L’episodio è stato raccontato da Röwekamp al quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung (Nzz), e restituisce drammaticamente la tensione crescente attorno alle rotte che la cosiddetta flotta ombra russa percorre sempre più spesso lungo le coste tedesche.

UNA ROTTA CHE PASSA TROPPO VICINO ALLA GERMANIA

Secondo le rilevazioni di Greenpeace, dal mese di marzo 42 delle 136 petroliere monitorate hanno deviato attraverso le acque tedesche, e 31 di esse sono entrate nella cosiddetta zona delle dodici miglia, quella in cui si applica pienamente il diritto nazionale. Il biologo marino di Greenpeace Thilo Maack ha spiegato ai cronisti del quotidiano svizzero che l’indagine si è basata su “servizi di tracciamento navale pubblicamente accessibili”, come Vesselfinder, “incrociati con i registri navali e con le banche dati sulle sanzioni”.

Per Maack non si tratta di una coincidenza: mentre la Svezia ha inasprito da mesi i controlli, fermando cinque petroliere sospette da marzo, la flotta ombra sembra percepire le acque tedesche come più sicure, nonostante l’allungamento della rotta comporti costi aggiuntivi in un settore dove il tempo, di norma, equivale a denaro.

MOLTE PAROLE POCHI FATTI

Le dichiarazioni da parte del mondo politico tedesco non sono mancate. Lo stesso cancelliere Friedrich Merz aveva assicurato a giugno che il governo sta “aumentando la pressione sulla Russia” e agendo “con maggiore fermezza” contro la flotta fantasma. Nei fatti, però, i casi concreti di interventi tedeschi restano isolati.

A gennaio – ricorda la Nzz – la polizia federale ha negato il transito alla petroliera “Taivan”, “sospettata di bandiera di comodo e codice identificativo contraffatto”, costringendola a invertire la rotta senza però sequestrarla. Ancora più emblematica la vicenda della “Eventin”, rimasta alla deriva al largo di Rügen a inizio 2025 dopo un guasto totale ai sistemi di bordo: il tentativo della dogana di sequestrare nave e carico, circa 99 mila tonnellate di greggio, è stato bloccato in via cautelare, mentre proseguono i ricorsi davanti al tribunale fiscale di Amburgo e un’azione legale dinanzi al tribunale dell’Unione europea contro l’inserimento della nave nella lista nera. La petroliera giace ancora oggi al largo dell’isola, e Greenpeace non esclude il rischio di una marea nera in caso di rottura dello scafo, con conseguenze durature per coste, pesca, turismo ed ecosistema del Baltico.

SOSPETTI ANCHE SU CAVI E DRONI

Alle preoccupazioni ambientali si aggiungono quelle legate alla sicurezza: alcune unità della flotta ombra sono sospettate di trascinare deliberatamente le ancore per danneggiare cavi sottomarini e altre infrastrutture critiche, mentre da altre petroliere sarebbero decollati droni utilizzati per sorvegliare caserme e aziende del comparto della difesa tedesco. Azioni da sabotaggio e spionaggio che si sono ripetute nelle acque del Baltico e nei cieli della Germania negli ultimi anni.

È proprio questo scenario che, secondo Röwekamp, starebbe dietro all’intervento della nave da guerra russa durante l’azione di Greenpeace: Mosca tratterebbe le petroliere come parte integrante della propria economia bellica, meritevole di protezione diretta.

UN QUADRO GIURIDICO FRAMMENTATO

Ci sono ovviamente problemi in punta di diritto. Dal punto di vista legale, la Germania non può fermare una nave solo perché vecchia o carica di petrolio russo: anche le petroliere straniere godono del diritto di transito pacifico nelle acque territoriali.

Le autorità possono però agire in presenza di indizi concreti, come bandiere false o dati manipolati, soprattutto entro le dodici miglia: oltre quella soglia, nella zona economica esclusiva, i poteri tedeschi si riducono e servono sospetti ancora più solidi. Gli esperti di difesa criticano la frammentazione delle competenze tra ministero degli Esteri, ministero dell’Interno, ministero dei Trasporti, ministero della Difesa, polizia federale, dogana e amministrazione marittima: un frastagliato arcipelago di responsabilità che sempre più spesso produce confusione e inefficienza nelle risposte difensive. È capitato più volte, in occasione del monitoraggio di potenziali attentatori, che macchinosità o errori nella comunicazione fra le istituzioni competenti portasse al fallimento delle operazioni: e qualche volta l’attentato è stata l’inevitabile conseguenza.

Sul mare il problema è simile. Il ministero dell’Interno, interpellato dalla Nzz, ha richiamato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, precisando che il governo valuta costantemente come integrare l’azione nazionale con quella dei paesi partner, senza fornire dettagli operativi. Nessuna risposta invece sulla già nociva macchinosità del sistema di controllo tedesco. Da aprile è intanto all’esame del Bundestag una mozione dei Verdi che chiede controlli più severi e fermi mirati. Il voto, tuttavia, non è atteso prima di settembre.

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