Anche la Consob dà la sua benedizione. L’Opas di Poste Italiane su Tim entra nella fase decisiva: con il via libera dell’autorità di vigilanza si apre ufficialmente la fase operativa dell’offerta, mentre il mercato resta in attesa del prossimo passaggio cruciale, il consiglio di amministrazione di Tim chiamato a esprimere il proprio parere sulla congruità del prezzo. A Piazza Affari la seduta è improntata alla prudenza, con Tim in calo dello 0,96% e Poste dell’1,3%, dopo mesi in cui i due titoli si sono progressivamente allineati ai valori impliciti del concambio.
Con la delibera approvata il 15 luglio, la Consob ha autorizzato il documento di offerta dell’Opas totalitaria volontaria lanciata da Poste su Tim. Il periodo di adesione prenderà il via il 20 luglio e si concluderà l’11 settembre, per complessivi 40 giorni di Borsa aperta, mentre il pagamento del corrispettivo è previsto, salvo proroghe, il 18 settembre. Se scatteranno le condizioni previste dalla normativa, i termini potranno essere riaperti per altri cinque giorni di Borsa.
L’offerta combina contanti e azioni. Per ogni titolo Tim portato in adesione, Poste riconoscerà 1,67 euro in denaro e 0,218 nuove azioni Poste Italiane. Il rapporto tiene conto del raggruppamento azionario effettuato da Tim a giugno e lascia invariata la sostanza economica dell’operazione. Nel complesso, l’Opas vale circa 10,8 miliardi di euro e punta al delisting dell’ex monopolista delle telecomunicazioni, con l’obiettivo di portare Tim all’interno del perimetro di Poste.
Prima che gli azionisti decidano se aderire, toccherà però al consiglio di amministrazione di Tim esprimersi. Già nelle prossime ore è previsto un primo confronto tra i consiglieri, seguito da un cda chiamato ad approvare la fairness opinion, cioè il giudizio di congruità dell’offerta elaborato con il supporto degli advisor indipendenti. E proprio l’avvio dell’Opas potrebbe inoltre far slittare la presentazione del nuovo piano industriale di Tim, inizialmente prevista per il 29 luglio.
CHE COSA PREVEDE L’OPAS E COSA CAMBIA PER TIM
L’operazione rappresenta il tassello più ambizioso della strategia costruita negli ultimi anni da Matteo Del Fante. L’obiettivo è dare vita a un gruppo integrato che unisca telecomunicazioni, servizi finanziari, assicurazioni, logistica, pagamenti digitali e cloud, arrivando a sfiorare 27 miliardi di euro di ricavi e circa 4,8 miliardi di risultato operativo, con oltre 150mila dipendenti. Le sinergie sono stimate in circa 700 milioni di euro l’anno a regime, di cui 500 milioni da risparmi di costo e oltre 200 milioni da maggiori ricavi.
Per Tim questo significherebbe molto più di un semplice cambio di azionista. Il gruppo telefonico diventerebbe uno dei pilastri industriali della nuova realtà guidata da Poste, potendo contare su una rete distributiva molto più ampia, maggiori opportunità di vendita incrociata e una base di clienti più estesa. Nelle intenzioni di Del Fante, Tim resterà il punto di riferimento del gruppo nelle telecomunicazioni, mentre i servizi finanziari e assicurativi continueranno a rappresentarne il principale motore di redditività.
IL NODO DEL PREZZO E LA SCOMMESSA DI DEL FANTE
Proprio sulle prospettive industriali Del Fante ha insistito più volte negli ultimi mesi. Presentando i risultati del primo trimestre di Poste aveva definito Tim “l’evoluzione naturale del nostro modello di piattaforma”, spiegando che dall’integrazione nascerà “l’operatore mobile numero uno in Italia”, pur precisando che servizi finanziari e assicurativi continueranno a rappresentare il principale motore degli utili del nuovo gruppo.
Uno dei temi più dibattuti resta però il prezzo. Se la maggior parte degli analisti ha accolto favorevolmente l’operazione, non sono mancate alcune riserve sulla valutazione proposta. Barclays, ad esempio, ha parlato di una valutazione poco generosa, mentre altri osservatori hanno sottolineato come il valore implicito non riflettesse pienamente le prospettive di crescita di Tim. Del Fante ha sempre respinto queste obiezioni. Durante la conference call con gli analisti successiva ai conti trimestrali di maggio ha sostenuto che Poste è stata “dalla parte dei soci Tim” e che, considerando il valore della partecipazione nella futura società e le sinergie dell’integrazione, il premio effettivo arriva al 17%, con benefici destinati a crescere negli anni successivi.
I CONTI CHE HANNO RESO POSSIBILE L’OPERAZIONE
Per comprendere la portata dell’operazione bisogna guardare anche ai numeri delle due società. Poste arriva all’appuntamento dopo un primo trimestre chiuso con ricavi record di 3,5 miliardi di euro (+8%), un utile netto di 617 milioni (+3%) e un risultato operativo rettificato di 905 milioni (+14%), tanto da aver rivisto al rialzo la guidance 2026. Tim, dal canto suo, ha archiviato il 2025 con ricavi per 13,7 miliardi di euro ed è tornata in utile con 519 milioni dopo anni difficili, grazie anche alla cessione della rete e alla riduzione del debito, condizioni che hanno reso il gruppo molto più appetibile rispetto al passato.
È proprio questo il contesto che rende possibile un’operazione impensabile fino a pochi anni fa. Come ha ricordato lo stesso Del Fante, Poste guardava da tempo al dossier Tim, ma il peso dell’indebitamento aveva sempre rappresentato un ostacolo. Dopo la separazione della rete e il riassetto del gruppo guidato da Pietro Labriola, la situazione è cambiata radicalmente e l’integrazione è diventata praticabile.
DALLE PRIVATIZZAZIONI AL RITORNO DELLO STATO
Ma questa operazione racconta anche un’altra storia: quella del ritorno, sia pure indiretto, dello Stato nel cuore delle telecomunicazioni italiane, come già evidenziato da Startmag. Nel 1997 lo Stato esce da Telecom Italia con la stagione delle privatizzazioni. Due anni dopo arriva l’Opa di Olivetti guidata da Roberto Colaninno, finanziata in larga parte a debito, una scelta che segnerà a lungo i conti del gruppo. Negli anni successivi si susseguono i cambi di controllo, da Marco Tronchetti Provera a Telefonica, fino all’ingresso di Vivendi, mentre la società deve fare i conti con una concorrenza sempre più intensa e con un debito che limita gli investimenti. Oggi, attraverso Poste Italiane, controllata dal Tesoro e da Cassa Depositi e Prestiti, il settore pubblico tornerebbe ad avere un ruolo nella principale società italiana delle telecomunicazioni, anche se in una forma diversa rispetto al passato.



