L’amministrazione Trump ha deciso di alzare nuovamente il tiro nei confronti del Brasile, annunciando l’imposizione di una tariffa del 25% su migliaia di prodotti brasiliani a partire dalla prossima settimana.
Come sottolinea il New York Times in un articolo che rilancia la notizia, la motivazione ufficiale del provvedimento ruota attorno a una serie di presunte pratiche commerciali sleali adottate da Brasilia ai danni degli Stati Uniti.
Si tratta di un nuovo capitolo di una tensione che si trascina da tempo, segnata da dazi precedenti, battaglie legali negli Stati Uniti e un sottofondo chiaramente politico.
Dietro le misure economiche emergono infatti accuse che toccano vari fronti, dalla tutela della proprietà intellettuale, alla gestione ambientale, fino ai sistemi di pagamento digitali, mentre sullo sfondo si staglia il sostegno americano alle forze di destra legate all’ex presidente Jair Bolsonaro e ai suoi figli.
Tutto questo arriva infatti mentre il Brasile si prepara alle elezioni presidenziali di ottobre, con l’attuale presidente Luiz Inácio Lula da Silva che cerca il secondo mandato sfidato proprio da uno dei figli di Bolsonaro.
Il precedente dei dazi del 2025
L’anno scorso l’amministrazione Trump aveva già optato per una linea dura, imponendo una tariffa del 40% su numerose esportazioni brasiliane.
Quella scelta era stata interpretata da molti osservatori come un tentativo esplicito di sostenere Jair Bolsonaro, allora alle prese con un processo che rischiava di portarlo in carcere per quasi trent’anni a causa del suo tentativo di contestare l’esito delle elezioni presidenziali del 2022.
Tuttavia, dopo un incontro diretto con Lula, Trump aveva fatto parzialmente marcia indietro attraverso un ordine esecutivo che nel novembre scorso ha alleggerito la pressione.
La situazione si è ulteriormente complicata a febbraio di quest’anno, quando la Corte Suprema americana ha stabilito che l’uso di una legge d’emergenza per giustificare quei dazi era illegittimo. Questo verdetto ha obbligato Washington a rimuovere le tariffe residue non soltanto sul Brasile, ma anche su altri Paesi coinvolti.
L’amministrazione Trump ha reagito con una soluzione temporanea, introducendo una tariffa generale del 10% sulle importazioni, misura che però è destinata a scadere proprio in queste settimane.
È proprio in questo quadro che l’amministrazione ha deciso di ricorrere alla Sezione 301 della normativa commerciale statunitense, uno strumento ritenuto più solido dal punto di vista giuridico, per giustificare la nuova ondata di dazi.
I dettagli della nuova tariffa del 25%
Secondo quanto annunciato ieri, la tariffa del 25% entrerà in vigore il prossimo mercoledì e interesserà un ampio spettro di prodotti brasiliani.
Per evitare di colpire settori strategici, Washington ha previsto diverse esenzioni: tra queste figurano petrolio e gas, carne bovina, caffè, arance e componenti per l’industria aeronautica. Rimarrà invece colpito, tra gli altri, l’etanolo brasiliano.
L’amministrazione ha fatto sapere che, sempre sotto l’ombrello della Sezione 301, sta preparando ulteriori pacchetti di tariffe destinati a decine di altri Paesi, con la possibilità concreta che anche il Brasile possa essere oggetto di nuove misure in futuro.
Rispetto ai dazi precedenti, gli effetti erano stati in parte attenuati proprio grazie alle numerose deroghe concesse alle voci più rilevanti dell’export brasiliano verso il mercato americano.
Le accuse americane
Gli Stati Uniti contestano al Brasile una serie di comportamenti ritenuti sleali.
In primo luogo, si accusa Brasilia di proteggere eccessivamente le proprie industrie nazionali, limitando l’accesso delle imprese americane. Vengono poi sollevate critiche riguardo alla scarsa efficacia nella lotta alla corruzione, nonché nella tutela della proprietà intellettuale.
Un capitolo particolarmente caldo riguarda il sistema di pagamenti digitali brasiliano, giudicato penalizzante per colossi statunitensi come Visa e Apple.
Non mancano poi riferimenti a presunte interferenze dei tribunali brasiliani, che avrebbero emesso ordini riservati per costringere le piattaforme social americane a rimuovere determinati contenuti politici.
Washington ha inoltre segnalato che il Brasile concede condizioni commerciali preferenziali a Paesi come Messico e India, negandole invece agli Stati Uniti.
Sul fronte ambientale, nonostante i dati ufficiali mostrino una drastica riduzione della deforestazione rispetto ai livelli record raggiunti sotto Bolsonaro, gli americani continuano a lamentare un impegno insufficiente nella protezione dell’Amazzonia.
Va comunque ricordato che, sul piano strettamente commerciale, gli Stati Uniti mantengono un saldo attivo: esportano cioè più di quanto importino dal Brasile, soprattutto petrolio, macchinari e parti di aeromobili. Questo rende le tariffe uno strumento di pressione più politico che strettamente economico.
La reazione del governo Lula
Il governo brasiliano non ha perso tempo nel rispondere alla nuova mossa trumpiana. In una dichiarazione al vetriolo, Brasilia ha definito le misure americane “unilaterali” e del tutto ingiustificate, ribadendo che non esiste alcuna base valida per colpire in questo modo un partner commerciale.
Il Brasile ha annunciato poi l’intenzione di adottare contromisure adeguate e di ricorrere all’Organizzazione Mondiale del Commercio per cercare una soluzione multilaterale alla controversia. Il tono utilizzato sottolinea la volontà di difendere la sovranità nazionale di fronte a quella che viene percepita come un’intromissione esterna.
Lo scontro in vista delle elezioni di ottobre
La nuova tariffa Usa è destinata a diventare uno dei temi centrali della campagna elettorale brasiliana in vista del voto di ottobre.
Lula, candidato alla riconferma, ha puntato il dito contro i Bolsonaro, sostenendo che le loro pressioni su Trump abbiano contribuito a provocare questa escalation. In effetti, uno dei figli dell’ex presidente, attualmente residente negli Stati Uniti, aveva attivamente esercitato l’anno scorso un’azione dí lobbying sull’amministrazione americana per ottenere sostegno nella causa giudiziaria del padre.
Flávio Bolsonaro, dal canto suo, ha compiuto diversi viaggi a Washington per rinsaldare i legami con l’ala conservatrice, anche se nelle ultime settimane, con i sondaggi che lo vedono in difficoltà, ha cercato di prendere le distanze dalle tariffe, arrivando a chiedere un rinvio dell’applicazione fino a dopo le elezioni.
Le tensioni con Trump sembrano peraltro aver prodotto un effetto contrario a quello sperato dagli avversari di Lula, che ha guadagnato consensi proprio presentando le misure americane come un attacco alla dignità e alla sovranità del Brasile.
Si delinea così un quadro polarizzato, in cui la partita commerciale si intreccia strettamente con la competizione politica interna.



