Skip to content

trump

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Le ultime cose turche di Trump al vertice Nato in Turchia

Trump fra trumpate e putinate al vertice Nato di Ankara. Il corsivo di Cundari tratto dalla sua newsletter La Linea.

Se qualcuno avesse avuto ancora dei dubbi su cosa intendesse Vladimir Putin quando continuava a invocare lo spirito di Anchorage, dal nome della città dell’Alaska in cui Donald Trump gli ha letteralmente steso un tappeto rosso sotto i piedi, ieri ha avuto una risposta esauriente.

Al vertice Nato di Ankara, non Anchorage, il presidente americano è tornato infatti a minacciare l’Europa di ritirare del tutto i suoi soldati, lasciandola in balia di qualunque nemico, se non gli verrà consegnata la Groenlandia, obiettivo che comunque i dirigenti dell’amministrazione non hanno mai escluso di raggiungere manu militari. Proprio come Putin con il Donbas. Forse dovremmo chiamarlo lo spirito di Ankarage, un concentrato delle manie di grandezza, della frustrazione e della naturale inclinazione all’autoritarismo e all’imperialismo del titolare della Casa Bianca, che in Putin non vede una minaccia e tantomeno un mostro, ma un modello.

Se gli ucraini non avessero da far cose più serie, ora avrebbero ragione di chiedere a noi europei quali concessioni territoriali saremmo disposti a fare per raggiungere un accordo con Trump: se non la Groenlandia, magari Sicilia e Sardegna? Ce lo meriteremmo, visto il modo grottesco in cui continuiamo a discutere della guerra in Ucraina su giornali, talk show e persino nelle commissioni parlamentari, dove da quattro anni insistiamo a incalzare gli ucraini chiedendo loro di dichiarare pubblicamente, prima ancora che la presunta trattativa abbia inizio, a cosa siano pronti a rinunciare. Una domanda insensata, perché è ovvio che qualunque cosa rispondessero gli ucraini equivarrebbe semplicemente a una concessione unilaterale, senza contropartite, che susciterebbe la rivolta da parte dei territori interessati e metterebbe il governo in una posizione insostenibile tanto all’interno quanto nei confronti dell’avversario.

Una simile ingenuità, per usare un eufemismo, ci apparirebbe imperdonabile persino nella trattativa per l’acquisto di una casa – dove a nessuno verrebbe in mente di dichiararsi pronto a raddoppiare la propria offerta prima ancora di sedersi al tavolo – figuriamoci in una discussione da cui dipendono le vite di milioni di persone. Ma in fondo è esattamente quello che abbiamo fatto finora con Trump, sui dazi come sulla Nato, come su tutto il resto, anche per responsabilità di Giorgia Meloni, che nei vertici europei ha sempre spinto in questa direzione. Non sorprendentemente, le nostre continue dichiarazioni di disponibilità al sacrificio non hanno fatto altro che suscitare richieste sempre più esose da parte della Casa Bianca. E adesso è arrivato il conto, con le assurde pretese sulla Groenlandia e con la minaccia di staccare di fatto la spina a quell’Alleanza atlantica che ci ha garantito la pace per quasi ottant’anni. Per l’Europa è un grosso problema, il più grosso problema con cui abbia dovuto confrontarsi dalla caduta del comunismo in poi, perché i nemici non mancano, a cominciare proprio da Putin, ovviamente. Ed è un problema anche per l’Italia, come dimostra la notizia dei due agenti dei servizi segreti in pensione arrestati ieri per spionaggio a favore della Russia.

D’altra parte, proprio l’esempio dell’Ucraina dimostra che anche una piccola nazione, con una società sufficientemente coesa, una classe dirigente e una popolazione consapevoli di sé e dei propri valori, e decise a battersi fino all’ultimo per la libertà e la democrazia, può resistere contro tutti i nemici. In poche parole, siamo fottuti.

Torna su