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I lefebvriani sono come Pupo e come i gay?

Considerazioni a margine sui lefebvriani e non solo. Il corsivo di Battista Falconi

I lefebvriani stanno al rito cattolico come Pupo sta all’esame di maturità, o comunque lo vogliamo chiamare. Il titolo di studio si deprezza, la laurea non basta a trovare un lavoro qualificato e retribuito in misura sufficiente a ripagare l’investimento di tempo e denaro, ma chi non ha nemmeno completato la scuola media superiore continua a inseguire quel pezzo di carta, nonostante i successi internazionali (profeta in patria e nella Russia putiniana). Gli ultrà tradizionalisti stanno alla pratica religiosa come i gay, e qui ciascuno usi l’acronimo che preferisce per indicarli, stanno ai matrimoni e ai figli: che interessano sempre meno chi può celebrarli e farli ma moltissimo coloro ai quali sono ancora interdetti o limitati. L’essere umano è fatto così, la pulsione del desiderio e del bisogno è contorta.

Il cosiddetto secondo scisma lefebvriani ha avuto un’eco mediatica molto ampia, quasi incomprensibile, per la quale si possono ipotizzare varie ragioni: dall’alternativa al caldo come tema di distrazione di massa estiva all’essere il primo che si consuma in epoca social. Contano e si contano i follower, insomma, e non i fedeli realmente praticanti. Così come si insiste quale fulcro della vicenda sulla Messa in latino, che è in realtà autorizzatissima. Si osserva la vicenda con la consueta superficialità.

Un paio di interventi utili per capire meglio sono l’intervista del Corsera a Padre Georg, ex segretario di Papa Ratzinger trattato non proprio paternamente dal successore Bergoglio, e il commento di Roberto de Mattei, forse la figura più lucida dell’arcipelago tradizionalista cattolico. Che è variegato quanto minuscolo. Per tornare ai numeri, i fedeli sono pochi, la porta è stretta come la cruna dell’ago (errori di traduzione biblica a parte). Ma anche quelli del rito conciliare ufficiale ed ecclesialmente corretto sono risicati e in calo drammatico, un crollo verticale epoca celebratissima della costituente repubblicana democratica e del voto alle donne.

Ottant’anni fa gli italiani dichiarati cattolici erano la quasi totalità e quelli che seguivano la celebrazione domenicale regolarmente una silenziosa ma amplissima maggioranza. Poi sono arrivati boom economico, materialismo, consumismo, bipolarismo DC-PCI, partito radicale di massa e l’Italia si è secolarizzata. Allora perché occuparci dei lefebvriani? Forse perché, come i fedeli dei riti cristiani orientali cattolici e ortodossi, o come i rarissimi anacoreti che comunicano al mondo via social la scelta di ritirarsi nel tal eremo, ci ricordano che il desiderio e il bisogno del sacro non si coltivano assecondando e seguendo il mondo. Come la fallimentare riforma conciliare ha provato a fare.

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