Caro direttore,
non vorrei che anche questa volta il tuo ex collega Gian Marco Chiocci si lamentasse poi con te con messaggini privati, ma facendo la mia solita rassegna stampa ho letto un irsuto articolo di Francesco Malfetano per La Stampa che mi ha fatto andare di traverso il caffè. E pure all’Usigrai, pare, il caffè sia finito per terra.
Ti metto sotto al naso un goloso estratto: “Quando il direttore del Tg1 Chiocci ha raccontato pubblicamente di sentirsi «profondamente di destra» e di essere «grato» a Giorgia Meloni per il suo approdo alla guida del principale telegiornale del servizio pubblico, il malumore in Rai è esploso. Le dichiarazioni del direttore del Tg1, rilasciate domenica 14 giugno durante una lunga conversazione concessa all’emittente genovese Telenord, hanno riacceso un tema che accompagna da sempre la Rai: il rapporto tra informazione e politica. […] Il direttore racconta infatti di essersi sentito «come il marziano di Flaiano» al suo arrivo in viale Mazzini, «ma la fortuna di essere così diverso è stata quella di cambiare. Non vedevo la tv, non sapevo niente di televisione», mentre molti dei suoi colleghi in Rai sarebbero «figli della politica» e «fuori non avrebbero mercato».
Ohibò, mi sono detto.
Possibile che uno come Chiocci, che i più nemmeno conoscono perché è uno dei pochi giornalisti che ai palchi e alle moderazioni preferisce stare sulla notizia (e in passato, soprattutto quando consumava le scarpe al Giornale, ne ha aggredite di sostanziose, come tu stesso potrai confermare, dato l’alto numero di scoop che quotidianamente portava a casa fra giustizia, cronaca nera e bianca, da affittopoli a l’affaire della casa di Montecarlo di Fini, senza dimenticare le sue direzioni ad Adnkronos e Tempo) e di cui probabilmente nemmeno esiste una pagina Wikipedia (se c’è me ne scuso ma non l’ho trovata), si sia lasciato andare a queste roboanti dichiarazioni, per di più a favore di telecamera?
Senza nulla togliere al quotidiano di Torino, sono andato a cercarmi estratti della trasmissione di Telenord (mai sentita) in cui sarebbe apparso. Li ho trovati e lì ho scoperto non solo che le dichiarazioni tornavano, ma anche che dietro di lui, a quell’evento, campeggiava la scritta “Gian Marco Chiocci – Un rivoluzionario al TG1”. Sigh.
Per tacer la facile battuta sul “reazionario” al TG1, mi chiedo in cos’abbia rivoluzionato al telegiornale di Rai1.
Riavvolgiamo il film. Appena vi arrivò proclamò la fine dei pastoni politici (ti leggo il titolo del Foglio: Ecco il mio nuovo Tg1. Basta panini e pastone, voglio domande”. Il piano del direttore Chiocci), ma sono ancora al loro posto, appesantendo la visione con servizi indigesti ai telespettatori in cui parlano tutti, ma proprio tutti e il giornalista si limita a fare da asta che regge il microfono. Tant’è che, racconta Professione Reporter, lui stesso ha ammesso di aver perso la scommessa: “Ho avuto l’ambizione di abolire il famoso ‘pastone’, ma ho perso la scommessa. Ci ho provato, ma non era ‘aria”.
Allora dove sarebbe tutta questa decantata rivoluzione?
E dire che le premesse almeno questa volta parevano incoraggianti. Per alcuni persino esaltanti. Riporta infatti sempre il Foglio in un articolo agostano di tre anni fa: Direttore Gian Marco Chiocci, sembravi Al Pacino in Ogni maledetta domenica. Hai le basette pure uguali. Doveva presentare il suo piano editoriale, “ecco il mio nuovo Tg1”, ma il direttorone-allenatore ne ha fatto un discorso, intenso, come nel film di Oliver Stone: “Chi ha voglia troverà spazio, chi merita andrà avanti. Il Tg1 è, e sarà solo di chi ci guarda”. Vi diciamo solo che, in Cda Rai, la presidente Marinella Soldi, che è più schizzinosa di Alain Elkann sul treno Roma-Foggia, ha commentato: “Mi piace il piano. Bravo”. Chiocci Stone promette allo spettatore una vita al ristorante. Basta sbobba! E basta con i giornalisti reggi microfono: “Fate domande”. E’ convinto che c’è giornalismo oltre il “pastone” e il “panino”. Bicarbonato Rai, addio!”
Persino l’Ansa, che di norma preserva con maggiore attenzione il proprio equilibrismo, nel raccontare le gesta di Chiocci quasi si commuove: “A pochi mesi dalla nomina, il 1 novembre, Chiocci mette a segno un’intervista esclusiva a papa Francesco, che spazia dalla guerra in Medio Oriente al conflitto in Ucraina, dal bilancio del Sinodo al ruolo delle donne nella Chiesa. In primo piano anche la questione migranti e l’emergenza climatica, senza dimenticare il privato del pontefice: risultato, 4,5 milioni di telespettatori, con uno share del 21.7%. Ma l’intervista più citata in queste ore febbrili di indiscrezioni resta quella del 4 settembre scorso all’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, nel pieno dell’affaire Boccia: un ricco lancio nei titoli dell’edizione serale, poi a seguire quindici minuti di colloquio, anche in questo caso con il benestare di Palazzo Chigi”.
C’è pure chi, con buona dose di malizia, fece notare che Chiocci sfugge (o meglio, sfuggiva) persino alle manganellate mediatiche di Dagospia, ne sai nulla direttore?
Quando Dagospia avrà il sommo piacere di assistere a un'intervista di Michele Arnese al Sommo Pontefice, allora potremo anche sbertucciare Gianmarco Chiocci
— Dagospia (@_DAGOSPIA_) November 17, 2023
Queste invece proprio le sue parole che pure Start Magazine aveva raccolto (anche se manifestando maggiore scetticismo): “Mi sono posto il tema di come approcciarsi alla politica. A detta di tutti la politica del Tg non è accattivante. Mi sono chiesto se ha senso raccontare la politica come la raccontiamo oggi, forse possiamo tentare nuove strade per dare una mano alla politica e all’offerta del Tg1. Si può andare oltre il politichese, oltre alla vecchia narrazione fatta di pastoni con i vocali di maggioranza e opposizione, si può pensare a una alternativa al cosiddetto ‘panino’, magari facendo domande in presenza, leggendo la politica ‘di traverso’, spulciando le proposte di legge o curiosando nei dibattiti dei partiti”, aveva detto Chiocci in audizione davanti alla commissione di Vigilanza Rai.
Insomma, Chiocci piace a tutti. Forse troppo. Quel che è peggio è che piace pure ai politici. A Telenord Chiocci s’autoappunta al petto la medaglietta che sotto la sua direzione né Meloni né altri politici “mettono becco” sui servizi del telegiornale della rete ammiraglia.
Ora, io non faccio il vostro lavoro, ma almeno i film statunitensi sul giornalismo, al netto dell’esaltazione classica degli americani, mi hanno insegnato che il giornalista che fa bene il suo lavoro rompe le palle a destra e a manca: fa domande scomode, tira fuori indiscrezioni, pone l’accento su ciò che non va e tende a dar per scontato ciò che va, perché giustamente quello che funziona non fa notizia.
Se fossi nel direttore del Tg1 non mi siederei troppo sugli allori e mai proclamerei pubblicamente che le telefonate dei politici da quando ci sono io le lamentele politiche sono cessate, perché è un attimo che poi prenda il sopravvento il dubbio che Chiocci sia talmente allineato col mondo politico che gli uffici stampa smettono di fare pressioni, non avendo più nulla da recriminargli.
Intendiamoci direttore, io – come tu, che oltre tutto hai lavorato con lui al Giornale e quindi lo conosci di persona a differenza mia – ho davvero stima di Chiocci. E credo che a ‘sto giro gli sia stato teso un bel tranello: lui avrà accettato l’invito di una emittente locale pensando che tanto tutto sarebbe rimasto confinato in Liguria – dove ha sede Telenord – e s’è lasciato andare, magari inorgoglito da quelle parole (“rivoluzionario” sigh) che campeggiavano alle sue spalle. Il fatto che non sia abituato alla televisione ma a lavorare per davvero gli è stato fatale e adesso si trova in un vespaio di polemiche per dichiarazioni oggettivamente infelici.
Non che rischi nulla, sia chiaro, ma gli sia da lezione: meglio se continua a evitare palchi e riflettori. Perché macchiare una bella carriera con simili autogol?
(A riprova che chi è davvero bravo nel giornalismo è un pessimo comunicatore ed è meglio che non vada a fare da pr a nessuno…)
Un saluto,
Francis Walshingam







