Dopo tre mesi e mezzo di guerra alternata che ha sconvolto il Medio Oriente, interrotto le rotte petrolifere e fatto schizzare i prezzi dell’energia, Stati Uniti e Iran sembrano finalmente vicini a un’intesa concreta.
Un memorandum of understanding preliminare potrebbe essere firmato nei prossimi giorni, aprendo la strada non solo alla fine dei combattimenti diretti, ma anche alla riapertura dello Stretto di Hormuz, al progressivo alleggerimento delle sanzioni e a negoziati più complessi sul programma nucleare iraniano.
La mediazione pakistana, sostenuta dal Qatar e da altri attori regionali, ha giocato un ruolo di primo piano nel superare lo stallo delle ultime settimane.
Rimangono tuttavia numerose ombre: divergenze sui tempi e sulle modalità dei benefici economici per l’Iran, il destino del Libano e una sfiducia reciproca radicata. Come spesso accade in queste trattative, messaggi ottimistici si alternano a smentite secche e avvertimenti pubblici.
La mediazione pakistana
La mediazione pakistana si sta rivelando particolarmente efficace e forse decisiva in questa fase.
Come riporta il Financial Times, il premier Shehbaz Sharif ha annunciato ieri che è stato raggiunto un testo finale concordato. Sharif ha sottolineato su X che, nonostante le campagne di disinformazione orchestrate da chi vuole sabotare l’accordo, la pace non è mai stata così vicina come in questo momento.
Fonti regionali citate dall’Associated Press descrivono un ruolo centrale dell’esercito pakistano, guidato dal feldmaresciallo Asim Munir, con il sostegno attivo di Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Qatar.
Questo sforzo collettivo ha permesso di mantenere aperti i canali di comunicazione anche nei momenti più tesi degli ultimi giorni, quando scambi di fuoco e minacce rischiavano di far saltare tutto.
Anche la BBC e Al Jazeera mettono in luce come la diplomazia pakistana abbia contribuito a portare le due parti a un testo condiviso, superando le reciproche accuse e le fughe di notizie che hanno complicato il percorso.
L’efficacia di questa mediazione sarà però misurata nei prossimi giorni, quando si passerà dalla dichiarazione di intenti alla firma e soprattutto all’attuazione sul campo.
Verso la firma del MoU
Stati Uniti e Iran sono vicini alla firma di un memorandum of understanding. Lo confermano in maniera convergente sia fonti americane che iraniane.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato apertamente che l’accordo non è mai stato così vicino, invitando al tempo stesso i media a evitare speculazioni sul contenuto per non compromettere le ultime fasi.
Donald Trump ha ripostato sul suo social Truth il messaggio di Araghchi, definendolo molto positivo, come riferito da Axios.
Un alto funzionario dell’amministrazione statunitense citato dal New York Times ha espresso ieri un ottimismo in crescita, passando da una probabilità stimata di accordo raggiunto del 75% al mattino a circa l’80-85% nel pomeriggio. Ha tuttavia precisato che non si è ancora al traguardo definitivo.
La firma potrebbe avvenire nei prossimi giorni, forse a Ginevra, con il vicepresidente JD Vance a guidare la delegazione americana e il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf per la parte iraniana. Secondo Axios Trump ha ventilato la possibilità di una firma già nel fine settimana o al più tardi lunedì.
I termini dell’accordo
L’accordo preliminare prevede diversi elementi chiave su alcuni dei quali però si registrano ancora significative divergenze.
Come sintetizza il New York Times sulla base di fonti informate, il memorandum d’intesa porterà alla riapertura immediata dello Stretto di Hormuz e alla rimozione del blocco navale americano imposto ai porti iraniani.
L’Iran si impegna a garantire il passaggio sicuro alle navi commerciali. Come riporta la BBC, Teheran tuttavia rivendica il diritto di introdurre un compenso per i servizi resi, una posizione che rimane oggetto di discussione con Washington.
L’intesa prevede l’estensione del cessate-il-fuoco per 60 giorni, periodo durante il quale si svolgeranno negoziati tecnici sul programma nucleare.
In questo quadro l’Iran rinnoverà il proprio impegno a non sviluppare armi atomiche e procederà alla distruzione o alla consegna dell’uranio arricchito in suo possesso, che verrà rimosso dal Paese sotto un regime di verifiche. I dettagli operativi, inclusi i meccanismi di rimozione del materiale e il futuro degli impianti nucleari, saranno definiti proprio durante i 60 giorni di negoziato tecnico.
Sul piano economico, i benefici per Teheran saranno graduali e strettamente legati al rispetto degli impegni assunti. Non sono previsti rilasci immediati di fondi congelati: gli alleggerimenti delle sanzioni e lo sblocco di asset arriveranno per fasi, solo quando sarà verificato il progresso concreto sul nucleare e sugli altri obblighi. In questo modo l’amministrazione americana intende garantire che l’intesa sia basata sui risultati e non sulle promesse.
Cosa dicono Trump e i leader iraniani
Le reazioni delle due parti riflettono sia la cautela sia la volontà di presentare l’intesa come un successo.
Donald Trump ha alternato toni duri e segnali positivi: ieri ha accusato Teheran di aver diffuso termini distorti ai media, affermando che non corrispondevano a quanto concordato per iscritto, e ha invitato i suoi interlocutori a mettersi rapidamente in riga. Poco dopo, però, ha rilanciato il messaggio ottimista di Araghchi.
Il vicepresidente JD Vance ha sottolineato che l’accordo è strutturato in modo da tutelare prioritariamente gli interessi americani e degli alleati, con benefici economici che arriveranno solo in cambio di azioni concrete da parte iraniana.
Dal lato iraniano, il ministro Araghchi si è mostrato fiducioso ma fermo sulle posizioni di Teheran. Ha affermato che l’intesa porrà fine alla guerra su tutti i fronti, incluso il Libano. Ha confermato che il memorandum d’intesa è nella fase finale di approvazione interna, con riunioni in corso tra le varie istituzioni e il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha parlato di un consenso raggiunto su gran parte delle questioni.
Questioni irrisolte
Anche la questione libanese sarebbe stata inserita nel quadro dell’accordo, almeno sulla carta.
Araghchi ha dichiarato che Teheran ha trasmesso a Washington la richiesta di un ritiro israeliano dal Libano e della cessazione degli attacchi contro Hezbollah.
L’Associated Press evidenzia tuttavia che Israele non è parte diretta delle trattative e che ha ribadito con forza la propria posizione: non intende ritirarsi dalle zone occupate in Libano, Siria e Gaza, mantenendo piena libertà d’azione per tutelare i propri interessi di sicurezza.
Fonti americane parlano invece di un più ampio quadro di pace regionale che dovrebbe includere anche Israele, ma il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Katz hanno espresso cautela, insistendo sul fatto che l’Iran non dovrà mai acquisire armi nucleari.
Come rimarca di nuovo l’Associated Press, Katz ha dichiarato in una nota separata che Israele si aspetta anche che l’accordo includa l’indebolimento del programma missilistico iraniano e della sua rete di gruppi proxy.




