Marzia Maccaferri è una storica delle idee e della politica che insegna alla Queen Mary University di Londra, firma di Appunti.
Il mandato di Keir Starmer è stato pieno di problemi fin dall’inizio. Che cosa è andato storto? Il Labour sapeva che avrebbe vinto nel 2024 e ha avuto molto tempo per prepararsi.
Il fallimento della leadership di Keir Starmer — perché possiamo certamente dire oggi che si tratta di un fallimento — credo sia dovuto a un mix di cose.
Innanzitutto Starmer è stato sfortunato, questo bisogna considerarlo. Ha ereditato una situazione particolarmente grave e danneggiata: Brexit, crisi economica, guerra in Ucraina, problemi che comunque condivideva, a parte la Brexit, con il resto dei paesi europei.
Poi è arrivato Trump. E poi non va dimenticato che, a poche settimane dal suo insediamento, cioè nell’estate 2024, c’è stata la prima marcia di Tommy Robinson. Ne abbiamo vista una qualche giorno fa e il primo attacco al governo Starmer è arrivato a poche settimane, appunto, dal suo insediamento.
Ma se dobbiamo seguire quello che diceva Machiavelli, un 50 per cento è dovuto alla fortuna, e quella, ok, non l’ha avuta. Ma l’altro 50 per cento è dovuto, secondo Machiavelli, a una buona leadership, a un buon principe, alla virtù umana che deve contenere i danni della sfortuna. E lì Starmer proprio non ci ha azzeccato.
Inesperienza, accentramento nel suo stile di leadership — tutto deve passare per un accentratore — certamente incompetenza nelle decisioni politiche, uno stile comunicativo pessimo, placido e burocratico, che ha funzionato contro i conservatori, quindi Boris Johnson e tutti gli altri, ma che si è rivelato inefficace quando appunto la leadership è al governo.
In più, da un punto di vista puramente politico, il suo governo fa una politica principalmente di reazione e non proattiva.
Allo stesso tempo, credo che ci sia anche un problema profondo dentro il partito, logorato naturalmente da anni, se non forse da decenni, di lotte interne.
E questo, al di là del fatto che non è mai un bello spettacolo, da un punto di vista puramente concettuale e politico non ha prodotto idee, sostanzialmente, ma ha prodotto soltanto tifoserie — dal mio punto di vista, hooligan — da una posizione all’altra. E quindi ha sostanzialmente bloccato qualsiasi capacità innovativa del partito una volta al governo.
Il sistema dei partiti quasi bipolare è andato in crisi anche a parità di legge elettorale. Ormai la politica della Gran Bretagna si è italianizzata. Come è successo?
Quando c’è una crisi di governabilità, o di qualsiasi altra natura, la stampa inglese riprende normalmente sempre questo paragone: il Regno Unito si sta italianizzando.
Anche il Financial Times ha fatto di recente un articolo con questo titolo. Da un certo punto di vista sì, è un processo di italianizzazione, nel senso che il pluripartitismo sembra ormai consolidato.
Se da un lato, alle ultime elezioni politiche, appunto quelle che hanno incoronato Starmer, si poteva pensare che ci fosse un riallineamento nel tradizionale bipartitismo, con queste ultime elezioni locali invece si ritorna a quello che tutti gli analisti concordano essere un processo cominciato anni, decenni fa.
Il sistema politico-partitico inglese è formato da quattro partiti a livello nazionale: tre storici, ai quali si è aggiunto Reform; due partiti nazionalisti, che hanno ottenuto maggioranze relative alle ultime locali; e un partito emergente, i Verdi.
Il problema, in questo quadro, naturalmente è la legge elettorale maggioritaria. Non mi dilungo su quello, però c’è una forte discrasia e quindi il first past the post rischia di essere ulteriormente disrappresentativo, esattamente come rischia di non produrre maggioranze in grado di governare.
Che cosa è successo? Credo che sia stato un incontro fatale tra il residuo del thatcherismo — quindi deindustrializzazione, abbandono della politica delle idee, limitandosi alla politica come gestione del conto in banca, senza immaginare altro che tutta la politica si risolva nell’economia — e poi ovviamente la Brexit.
La Brexit si è inserita trasversalmente in entrambi i partiti tradizionali, spaccandoli entrambi, facendo quello che nella storia della politica inglese e britannica fecero la Corn Law e la questione irlandese: di fatto crearono una frattura nel sistema bipartitico e aprirono lo spazio per nuovi partiti, che furono il Partito liberale e poi il Partito laburista all’inizio del Novecento.
Siamo quindi di fronte a questa situazione? Vedremo. Da un certo punto di vista sì: Reform ha preso, almeno stando ai numeri, il posto del Partito conservatore. Cosa farà il Partito verde? Si vedrà.
Il Partito dei Verdi è la risposta da sinistra a Nigel Farage e al suo Reform? Si va verso un nuovo “bipopulismo”?
Certamente la crescita dei Verdi è stata la novità di queste ultime elezioni locali. Ed è chiaro che i Verdi hanno raccolto lo scontento a sinistra, soprattutto nei centri urbani come Londra e soprattutto tra i giovani, tra le nuove generazioni. È una cosa importante da tenere presente.
Tuttavia non sono ancora un partito nazionale, cosa che invece è ormai chiara dai dati di queste elezioni. Quindi i Verdi rimangono all’inizio della loro maturazione, dovranno essere giudicati politicamente fra un po’. Anche da questo punto di vista è troppo presto.
Però mi sento di dire che i segnali non sono dei migliori, non sono per nulla incoraggianti. Al di là della polemica sul fatto che il leader dei Verdi, Zack Polanski, non ha pagato le tasse comunali — che è una pochezza — da un punto di vista politico secondo me è molto più bizzarro il fatto che non sia andato a votare.
Zack Polanski ha chiesto agli elettori di andare a votare per il suo partito, ma lui non ci è andato. Credo che questo sia un unicum nella storia sicuramente di questo paese, forse anche della politica moderna, contemporanea, di massa, occidentale ed europea.
Il Regno Unito è quindi un laboratorio di nuovo bipopulismo? È una bella espressione, mi piace, magari ci si può riflettere in futuro. Però credo sia ancora un po’ troppo presto. E il Labour è un partito strutturato: al di là del nuovo leader impettito che sta arrivando, il sindaco di Manchester, c’è tempo e spazio per riprendersi.
Da questo punto di vista, non va neanche dimenticato che si tratta di elezioni locali. Le elezioni politiche possono andare diversamente; storicamente, in questo paese, sono sempre andate diversamente.
Vorrei concludere con una prospettiva diversa. Diciamo che alle ultime elezioni locali hanno vinto i partiti nazionalisti: sono tre, Scozia, Galles — seppure con maggioranze relative — e Reform, un partito ultranazionalista se non reazionario.
Insomma, più che bipopulismo potrebbe sembrare — finisco con questa battuta — un ritorno alla politica ottocentesca.
(Estratto da Appunti)




