L’Istat pubblica i dati sull’occupazione nel mese di maggio che, com’è ormai d’abitudine a partire dal dopo-Covid, sono moderatamente positivi (+3,8% dal dicembre ’21) e confermano una tendenza modesta ma sostanzialmente consolidata alla crescita: negli ultimi 12 mesi si registra un +1,1%, prodotto di un’altalena costante di segni + e – tra un mese e l’altro.
Analogo l’andamento del tasso di disoccupazione (-3,9% da dicembre ’21) con un -1% tendenziale. Meno significativo il dato del tasso di inattività, calato di 1,4% rispetto al periodo della pandemia ma sostanzialmente immutato negli ultimi anni (dato tendenziale = 0).
Nulla di nuovo, dunque: un quadro sostanzialmente immobile, del resto perfettamente descritto dalla speculare variazione tendente a 0 dei tassi di attività e inattività.
Sarebbe però opportuno evitare la beata contemplazione di questi dati illudendosi di essere entrati a sorpresa in una inaspettata età dell’oro: i dati vanno letti in relazione con altri indicatori per avere un quadro realistico e non “artistico” della situazione.
Un primo dato cui prestare attenzione è quello delle ore lavorate per dipendente: fatto 100 l’indice del 2021, siamo ora al 101,9 per il complesso delle imprese, quindi un aumento dell’1,9% a fronte di un + 3,9% dell’occupazione; l’incremento dell’input di forza lavoro dipende principalmente dall’aumento delle posizioni lavorative piuttosto che dall’aumento delle ore lavorate pro capite. L’indice della produzione industriale scende di ½ punto negli ultimi due anni e il fatturato in volume è tornato ai livelli del 2021; quello dei servizi è sostanzialmente fermo dal 2023. Come naturale in una situazione simile soffre la produttività del lavoro, che infatti negli ultimi 10 anni è rimasta al palo: +0,2% contro l’1,2% della media UE.
L’indicatore negativo che più richiama l’attenzione (anche al di là del dato reale) è quello relativo alle retribuzioni: a partire dal 1991 ad oggi hanno perso mediamente il 3% del potere d’acquisto, e l’8% dal 2019. Il rialzo registrato tra la fine del ’25 e i primi mesi del ’26 è modesto e distribuito in modo non uniforme, e mediamente non basta a recuperare il potere d’acquisto rosicchiato dall’inflazione. La forte perdita registrata negli ultimi anni di inflazione è dovuta soprattutto al malfunzionamento del sistema contrattuale, che non rinnova i CCNL alla scadenza naturale e non prevede recuperi per gli adeguamenti ritardati; ma il trend pluridecennale di sostanziale crescita zero dei salari reali ha le radici in una produttività del lavoro che, come visto, non cresce e in buona parte anche in scale retributive contrattuali dove i livelli alti sono molto schiacciati su quelli bassi (ma questo aspetto merita un esame e una riflessione ad hoc).
Nonostante queste prestazioni imbarazzanti sul piano retributivo, tuttavia, cresce il reddito e la spesa delle famiglie, per la gioia di chi si è entusiasmato per la crescita occupazionale: nel 2025 il reddito lordo delle famiglie è cresciuto del 2,45% rispetto al 2024, e il potere d’acquisto dello 0,9%; la spesa è cresciuta del 2,5 (da notare che però nel 1°trimestre 2026 questi numeri sono leggermente peggiorati). Paradosso generato da due eventi concomitanti. In primo luogo, l’aumento dell’occupazione ha portato in molti casi ad aumentare il numero dei lavoratori all’interno della famiglia, e per quanto si possa trattare di un salario basso aumenta significativamente il reddito famigliare. In secondo (e determinante) luogo dal 2021 abbiamo avuto una serie di interventi di politica fiscale che hanno significativamente ridotto la pressione fiscale e contributiva sui redditi da 10.000 € a 32.000 € (tanto da annullare il fiscal drag); inoltre le famiglie con redditi inferiori a 35mila hanno ottenuto benefici netti per 18,6 miliardi nel triennio, esclusi gli interventi Irpef (dati dal Rapporto CNEL maggio 2026).
Ed ecco l’equilibrio (precario, verosimilmente) su cui si regge la nostra economia: scarsa partecipazione al lavoro, bassi salari, alta spesa pubblica assistenziale, rendono sostenibile un modello di produzione a basso costo che spinge l’export e permette alla baracca di stare in piedi.
Nel decennio 2018-2027, secondo il Fmi, il pil reale pro capite italiano cresce in media dell’1,1 per cento annuo: poco, ma più di Francia (0,7), Germania (0,3) e Spagna (0,9). L’area euro fa +1,0 per cento. Il dato sorprende perché ribalta il racconto abituale: l’Italia resta fragile su produttività e salari ma sul pil pro capite del decennio, tra i grandi d’Europa, è il paese che se la passa meglio.
Un miracolo? No: un Paese che si sta ritirando in se stesso, non cresce, vive delle scorte. L’immobilità è la sua sicurezza, la conservazione del presente il suo scopo, l’evaporazione del futuro il suo conforto. Finché dura…




