Per la prima volta nella storia della Repubblica Federale, la Germania non è riuscita ad aggiudicarsi un seggio di membro non permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. A New York, l’Assemblea generale ha preferito il Portogallo e l’Austria per i posti riservati al gruppo degli Stati dell’Europa occidentale, destinati rispettivamente al 2027 e al 2028.
Una sconfitta senza precedenti, che colpisce duramente la linea di politica estera del cancelliere Friedrich Merz proprio nel momento in cui Berlino si stava candidando apertamente a un ruolo di primo piano sulla scena internazionale.
Per Merz un nuovo colpo, e proprio su uno dei settori – quello della politica estera – in cui il suo operato ai minimi storici era meno criticato. Per la Germania un ulteriore danno d’immagine in una fase di prolungata crisi politico-economica che rimarca quanto, nell’arco di un decennio, questo paese sia passato dall’essere il perno essenziale di ogni equilibrio europeo ad attore secondario sullo scacchiere internazionale.
AMBIZIONI E REALTÀ A CONFRONTO
Merz aveva avviato il suo mandato con la promessa esplicita di riportare la Germania al centro del dibattito mondiale, trasformandola in un attore capace di mediare nei conflitti e di farsi sentire nelle sedi che contano. La disfatta alle urne dell’Assemblea Onu mette a nudo, con brutale chiarezza, la distanza che separa queste intenzioni dalla percezione che gli altri Stati hanno di Berlino.
Secondo diversi osservatori diplomatici, citati con malcelato masochismo dalla stampa tedesca, la Germania non gode, al momento, del carisma necessario per esercitare quella funzione di leadership a cui aspira con crescente insistenza. Anzi: molti paesi non la considerano il partner affidabile che essa stessa si auto-rappresenta.
Ciò risulta tanto più stridente se si considera il peso finanziario che la Germania sopporta all’interno del sistema del Palazzo di Vetro. Sommando i contributi alle varie agenzie e organizzazioni dell’Onu, Berlino è il secondo maggiore contributore netto al mondo, dopo gli Stati Uniti. Tuttavia, i miliardi versati ogni anno non hanno prodotto il capitale di simpatia e fiducia che i vertici dell’Auswärtiges Amt (il ministero degli Esteri tedesco) si aspettavano. La reazione stizzita di un parlamentare della Cdu, che propone ora di tagliare i contributi tedeschi all’Onu, appare come il gesto infantile di un cattivo perdente.
UNO SFORZO DIPLOMATICO SENZA ESITO
La candidatura aveva mobilitato energie considerevoli. Per anni, i funzionari del ministero degli Esteri si sono adoperati per raccogliere consensi nelle anticamere di New York e in numerose capitali del mondo. L’attuale Johann Wadephul si era recato personalmente a New York giovedì scorso, nel tentativo di strappare voti all’ultimo momento utile. Un gesto che, al di là del valore simbolico, non ha prodotto i risultati sperati. Wadephul, che nel suo ruolo è apparso finora una figura sbiadita, talvolta in distonia con il suo stesso cancelliere salvo dover precipitosamente recuperare posizioni, ha già dichiarato di non avere alcuna intenzione di trarre conseguenze personali da questa debacle.
D’altronde, osserva la Neue Zürcher Zeitung in un suo editoriale, il fallimento della candidatura va letto, secondo molti analisti, come un segnale strutturale e non come un mero incidente procedurale. L’epoca unipolare, in cui una potenza media come la Germania poteva permettersi di agire in modo sostanzialmente passivo – contribuendo diligentemente alle istituzioni multilaterali e affidando agli Stati Uniti la tutela dei propri interessi strategici – si è definitivamente chiusa. Il mondo multipolare che va emergendo, caratterizzato dal confronto tra grandi potenze rivali, richiede attori capaci di proiettare forza, credibilità e capacità di iniziativa autonoma. Non è (ancora) il caso della Germania. Semmai è un paradosso che per anni la diplomazia tedesca abbia esaltato le virtù di un mondo multipolare sottovalutando i vantaggi di posizione che il vecchio assetto geopolitico le conferiva.
UN PROMEMORIA PER LA POLITICA ESTERA TEDESCA
Sullo sfondo si staglia però anche la crisi di credibilità dell’Onu come istituzione. L’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio 2022, ha dimostrato l’impotenza del Consiglio di sicurezza: né le sessioni di emergenza né le risoluzioni di condanna hanno potuto fermare Vladimir Putin. Il diritto di veto dei cinque membri permanenti – tra cui la stessa Russia – rende di fatto paralizzato l’organo nei momenti di crisi più acuta.
Anche Washington non nasconde il proprio disincanto: l’amministrazione Trump ha da tempo conseguentemente costruito canali alternativi per la gestione dei conflitti, estranei alla cornice multilaterale tradizionale.
Ma Berlino non è Washington e ha interesse strategico, e non solo ideale, a che le Nazioni Unite continuino a funzionare nella loro essenza. In un ordine internazionale fondato esclusivamente sul rapporto di forza, un paese privo di proiezione militare autonoma come la Germania si troverebbe in una posizione di grave vulnerabilità. E querl che vale per la Germania vale per qualsiasi altro paese europeo, compresi i piccoli Austria e Portogallo che oggi festeggiano un successo prestigioso all’Onu.
La lezione che Berlino deve trarre dalla sconfitta al Consiglio di sicurezza riguarda dunque qualcosa di più profondo di una candidatura mancata: le serve riconquistare una capacità di potere autonomo e riconoscere i contorni del nuovo brutale mondo che si va affermando. Solo agendo di conseguenza per ricostruire le proprie capacità di difesa, potrà convincere gli altri attori ad affidarle le responsabilità a cui ambisce.







