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La Siria come alternativa allo Stretto di Hormuz

La Siria si propone come corridoio alternativo allo Stretto di Hormuz, trasformando i suoi porti mediterranei e le rotte terrestri in un ponte energetico tra Golfo, Iraq ed Europa, nonostante le gravi sfide infrastrutturali e di stabilità.

Mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz continua a sconvolgere le rotte energetiche mondiali, la Siria post-Assad si candida con decisione a diventare un corridoio alternativo per il trasporto di petrolio e merci.

Grazie ai suoi porti sul Mediterraneo, ai confini strategici e a una rinnovata apertura internazionale, Damasco sta trasformando una crisi regionale in un’opportunità concreta di ripresa economica.

Tuttavia, le infrastrutture devastate dalla guerra civile e le fragilità politiche interne rappresentano ostacoli non indifferenti. Tra speranze di ricostruzione e rischi reali, la Siria tenta di passare da teatro di conflitti a hub logistico regionale di rilievo.

L’opportunità nata dalla crisi

Quando gli attacchi americani e israeliani contro l’Iran hanno portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, la Siria ha subito intravisto una possibilità storica.

Come scrive il New York Times, il Paese, dotato di diversi porti mediterranei e di confini con Turchia, Iraq, Giordania e Libano, si è rapidamente posizionato come una valida via alternativa.

L’Iraq e alcuni Stati del Golfo hanno iniziato a spostare petrolio e altre merci via terra per poi imbarcarle dai terminal siriani. “Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, praticamente tutti i Paesi vicini hanno bussato alla nostra porta per accedere ai porti siriani” ha dichiarato al New York Times Mazen Alloush, direttore delle relazioni locali e internazionali dell’autorità siriana per confini e dogane.

“Stanno preparando un Piano B nel caso la crisi si prolungasse”, ha aggiunto Alloush.

Le prime spedizioni

L’Iraq, che ricava circa il 90% delle proprie entrate dal petrolio, è stato tra i primi a muoversi concretamente. Come riportato dal Times of Israel, il ministero del Petrolio iracheno ha avviato già ad aprile le esportazioni via camion cisterna attraverso la Siria, dirette soprattutto al porto di Baniyas.

In alcune giornate oltre 400 camion attraversano il confine, anche se la capacità limitata dei depositi a Baniyas costringe talvolta a ridurre i volumi.

OZ Arab Media conferma l’arrivo di centinaia di questi camion, sottolineando come questa rotta, pur costosa, rappresenti al momento un’alternativa indispensabile per garantire le forniture energetiche all’Europa.

La riapertura del valico di al-Tanf, rimasto inattivo per anni, è stata realizzata in tempi rapidi: le autorità siriane hanno inviato sul posto personale, attrezzature e alloggi temporanei, nonostante il pieno ripristino richieda tempo e circa 25 milioni di dollari.

Il ritorno della Siria come ponte commerciale

La vocazione di Damasco come crocevia non è nuova. Come sottolinea il New York Times, citando Hazem Alsabtee dell’Autorità siriana per le Zone Franche, la Siria era un nodo fondamentale dell’antica Via della Seta e, alla fine degli anni Sessanta, attirò l’interesse dell’Unione Sovietica proprio per il controllo dei suoi porti mediterranei.

Oggi, dopo la caduta di Bashar al-Assad nel 2024, il governo di transizione guidato dal presidente Ahmed al-Sharaa sta cercando di rivitalizzare questa tradizione.

Al-Sharaa ha già incontrato leader europei e regionali, presentando loro la Siria come “corridoio sicuro e strategico” tra Asia Centrale, Golfo Arabo ed Europa.

Il ruolo chiave della Turchia

Ankara sta giocando una partita decisiva in questo scenario. Secondo il Daily Sabah, la Turchia ha rilanciato insieme alla Siria il cosiddetto “Four Seas Project”, un’iniziativa del 2009 che punta a collegare Mediterraneo, Mar Nero, Caspio e Golfo Persico attraverso reti di ferrovie, strade e oleodotti. Nel mese di aprile 2026, i ministri degli Esteri dei due Paesi hanno formalizzato la ripresa della cooperazione strategica.

Tra gli altri progetti figura anche la rivitalizzazione della storica ferrovia Hejaz, in coordinamento con Giordania e Arabia Saudita, che potrebbe creare un corridoio terrestre diretto tra Golfo ed Europa, aggirando sia Hormuz sia il Mar Rosso.

Il Daily Sabah parla esplicitamente di un “Syria corridor” destinato a diventare centrale nella più ampia strategia turca di connettività regionale.

Prospettive di investimento

L’interesse da parte di attori internazionali è tangibile. Gli Emirati Arabi Uniti hanno già inviato il primo carico di veicoli via Giordania, imbarcandoli poi dal porto di Latakia verso l’Europa.

Imprenditori come Mohamed Alabbar stanno valutando investimenti fino a 7 miliardi di dollari sulla costa siriana e 12 miliardi a Damasco, come riferito dal New York Times.

Deutsche Welle evidenzia inoltre il sostegno americano: Tom Barrack, inviato speciale Usa per la Siria, ha spinto per la realizzazione di un “ponte terrestre” fatto di oleodotti che colleghi il Golfo all’Europa.

L’Unione Europea sta ripristinando accordi di cooperazione storici e diversi Paesi del Golfo guardano con favore a questa nuova configurazione regionale.

Le sfide infrastrutturali e di governance

Nonostante l’entusiasmo, le difficoltà restano enormi. La guerra civile durata quasi 14 anni ha lasciato il Paese in condizioni disastrose: reti elettriche, acquedotti, strade e porti necessitano di interventi urgenti. La Banca Mondiale stima costi di ricostruzione superiori ai 200 miliardi di dollari, di cui oltre 80 miliardi solo per le infrastrutture di base.

Come ammette lo stesso Alsabtee, “se un investitore arriva e non trova elettricità, acqua o acciaio, difficilmente potrà avviare attività”. L’economista Karam Shaar avverte che molti progetti annunciati rischiano di rimanere sulla carta a causa dell’instabilità governativa e della mancanza di un Parlamento pienamente funzionante.

Deutsche Welle aggiunge che la distinzione tra semplice Paese di transito e vero hub strategico è ancora tutta da costruire.

Un futuro da costruire

La Siria si trova oggi davanti a una finestra di opportunità probabilmente irripetibile. Se riuscirà a garantire stabilità politica, attrarre investimenti seri e ricostruire almeno le infrastrutture essenziali, potrebbe davvero trasformarsi in un anello vitale delle catene di approvvigionamento globali.

Tuttavia, senza riforme profonde, garanzie di sicurezza e un quadro regolatorio chiaro, questo ruolo rischia di restare temporaneo e limitato.

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