La pubblicazione della prima enciclica di un Papa è sempre circondata di attesa, dentro e fuori la Chiesa. Prenderà posizione sui temi divisivi – migrazioni, diritti, sinodalità, liturgia preconciliare?
Sarà utilizzabile pastoralmente o troppo difficile? Ma, soprattutto, dalla prima enciclica ci si attende una “visione”: che visione di Chiesa ha questo Papa? Qual è il suo programma?
Va ricordato che la prima enciclica di un pontefice non sempre è quella programmatica: Lumen Fidei di Francesco era stata scritta da Benedetto XVI, il vero programma fu Evangelii Gaudium. Anche Dilexi te (ottobre 2025) era un testo di Francesco completato da Leone.
Magnifica Humanitas è invece – per data e architettura – un programma.
L’IA E LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
Il giorno della firma del documento, il 15 maggio, è un richiamo alla data dell’enciclica Rerum Novarum promulgata da Leone XIII nel 1891, il documento di base della Dottrina Sociale della Chiesa.
Il messaggio è chiaro: come nella Rerum Novarum Leone XIII ha affrontato la questione sociale a fine Ottocento, nel contesto della prima grande rivoluzione industriale, così oggi Leone XIV sente l’urgenza di affrontare nuovamente la questione sociale perché c’è un’altra rivoluzione in corso, quella dell’intelligenza artificiale.
Che il tema fosse al centro delle preoccupazioni del Papa si sapeva. Dal maggio 2025 Leone XIV è tornato sull’IA decine di volte e già nella prima allocuzione al Collegio dei Cardinali aveva collegato a essa la scelta del nome.
La novità dell’enciclica è che collega la questione dell’IA in modo organico alla Dottrina Sociale della Chiesa.
L’IA e le sue applicazioni sono le res novae da leggere alla luce della storia della Dottrina Sociale (cap. 1) e dei suoi principi (cap. 2), ma sono anche ciò che mette alla prova la Dottrina sociale stessa.
Lo dice il paragrafo 17, con una formulazione che vale la pena citare per intero: l’intelligenza artificiale «va compresa non come un’appendice tematica, o come un’emergenza da gestire, ma come una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale e ne domanda un ulteriore sviluppo».
L’UMANO E IL DISUMANO
In realtà, quindi, parlare di una enciclica sull’IA non è corretto. Il sottotitolo chiarisce il tema: è «la custodia dell’umano nel contesto dell’IA». Magnifica Humanitas si preoccupa di stabilire la cornice del discorso cattolico sull’IA.
L’approccio è, per certi versi, lo stesso che Francesco ha usato con la questione ecologica: la crisi ecologica non è un problema solo di inquinamento né un problema a sé stante, ma una delle gravi manifestazioni di una crisi generale dell’umano, che appare in diverse forme e richiede un’ecologia integrale.
Anche il discorso sull’IA viene ricondotto alla crisi dell’umano e considerato un acceleratore tanto nel bene quanto nel male.
Il Papa dice: ai cristiani interessa difendere l’umano, perché è questo il rischio, disumanizzarci. La diagnosi può apparire pessimista o allarmista, ma certamente rifugge dai due estremi che a volte appaiono nel dibattito sull’intelligenza artificiale, quello apocalittico e quello messianico, l’annuncio di una incombente tragedia e la promessa della soluzione a tutti i problemi dell’umanità.
Entrambe le letture, l’una specchio dell’altra, alimentano i riflettori sull’IA in un momento di enormi investimenti senza ritorno economico, e – qui sta uno dei punti dell’enciclica – distolgono l’attenzione dal presente, celando quelli che sono i problemi concreti e già pienamente attuali dell’IA: dall’impatto ecologico ai bias cognitivi, dall’oligopolio alla delega di responsabilità, fino alle armi totalmente automatizzate.
Se in astratto la tecnologia è neutrale, nel concreto essa «non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa» (MH 9).
Invece di alimentare l’hype sull’IA con prospettive future apocalittiche o messianiche, il Papa sceglie il terreno della chiamata al discernimento e alla responsabilità.
L’IA – si legge – va “disarmata” (ormai un termine chiave del pontificato), impedendole di dominare l’umano: «Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita»(MH 110).
Ma l’immagine guida del documento è un’altra: quella del costruire, cioè quella di un’attività pienamente umana, che ha un progetto e che impiega molte persone.
L’appello del Papa è: «non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo» (MH 16); «incoraggio tutti, in modo particolare i fedeli laici, a non aver paura di lasciarsi provocare dalla realtà, di mettersi in ascolto reciproco e di assumere con fermezza la propria responsabilità nella costruzione di una società più umana e fraterna» (MH 91).
DUE ICONE BIBLICHE E SANT’AGOSTINO
L’immagine della costruzione viene declinata secondo due icone bibliche presentate nell’introduzione, entrambe tratte dall’Antico Testamento: la torre di Babele (Gen 11, 1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme sotto Neemia (Ne 2-6). La prima è un progetto di dominio imperialista, uniformante, che disumanizza.
La seconda è un’opera artigianale di responsabilità condivisa: Gerusalemme è in rovina e il popolo tornato dall’esilio si mette al lavoro per ricostruirne le mura, sotto la guida del governatore Neemia, che assegna a ciascuna famiglia un tratto di muro.
Le due immagini servono per porre la domanda cruciale: a cosa stiamo lavorando? Come stiamo costruendo? Il progetto è per l’umanità o contro di essa?
Questa mi sembra un po’ la firma di un Papa agostiniano. Nell’enciclica non c’è molto sant’Agostino in termini di quantità di citazioni, ma appare in alcuni punti chiave: nell’introduzione (MH 11) a proposito del cuore inquieto, alla fine del capitolo terzo, cioè più o meno al centro del testo (MH 130), nel capitolo quinto a proposito della pace (MH 215) e nella conclusione, a proposito dell’eucaristia (MH 234).
La citazione più importante è quella centrale, che Leone usa per chiudere il capitolo sull’IA e la persona umana, riportando una famosa frase del libro XIV del De civitate Dei: «Due amori fecero due città: la città terrena dall’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste dall’amore di Dio fino al disprezzo di sé».
C’è un’architettura riconoscibile nell’enciclica: Babele e Gerusalemme nell’introduzione, le “due città” agostiniane nel capitolo 3, la “cultura della potenza” contro la “civiltà dell’amore” nel capitolo 5.
La rivoluzione digitale viene letta dentro la più antica filosofia cristiana della storia: la storia è il luogo della coesistenza e del conflitto tra due modi di vivere, che costruiscono due culture opposte (le duae civitates agostiniane), e ogni uomo e ogni società sono chiamati a scegliere da che parte stare: se con l’umano e per l’umano, o contro di esso.
LA CHIESA-CANTIERE
In questo quadro generale, che visione di Chiesa propone Leone XIV? La prima impressione, un’impressione a caldo, è che sia una Chiesa “cantiere di umanità”.
Se Francesco vedeva una Chiesa “ospedale da campo”, una Chiesa “in uscita”, impegnata nell’annuncio del Vangelo, Leone vede e vuole una Chiesa presente e attiva nel cantiere del mondo: cristiani che lavorano insieme a tutti coloro che costruiscono un mondo umano, e che lottano contro la disumanizzazione.
Citando Paolo VI, Leone invoca il progetto di una “civiltà dell’amore”: «il cantiere appare già avviato, soprattutto grazie a tante pietre vive saldamente unite a Cristo, pietra angolare (cfr 1Pt 2,4-6).
In quest’opera siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi: dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace» (MH 236).
La riformulazione dei classici principi della Dottrina sociale nel capitolo secondo – bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale (mentre la dignità umana non è tra i principi, ma il fondamento di tutto) – serve come bussola per valutare e governare gli sviluppi tecnologici e le loro applicazioni, che stanno trasformando il mondo in cui viviamo.
Ma alla fine del capitolo (MH 86-89) l’enciclica si volta verso la Chiesa stessa per usare gli stessi principi per una verifica interna: la sussidiarietà come «criterio di governo e di vita pastorale», la partecipazione dei battezzati «attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali», la trasparenza, il rendiconto, le «forme regolari di valutazione dell’esercizio delle responsabilità ministeriali», l’ascolto delle vittime di «abusi spirituali, economici, istituzionali, sessuali, di potere, di coscienza».
La Chiesa impegnata nel cantiere del mondo è prima di tutto un cantiere in se stessa. È anche, mi sembra, il passaggio in cui Leone XIV chiude più nettamente l’eventuale lettura di un suo pontificato come arretramento sulla sinodalità: il paragrafo 89 è in continuità forte con il cammino sinodale.
LA LEADERSHIP DI NEEMIA
Per indicare lo stile del cantiere, Leone insiste sull’immagine di Neemia, che torna anche nella conclusione, dove si legge che è stato scelto «come compagno e figura-guida». La scelta mi sembra molto interessante: l’esempio di Neemia è stato usato tradizionalmente dai pastori americani per esortare i governanti, perché è un leader forte, devoto, resiliente, pieno di zelo per la Legge divina.
Verso la fine del secolo scorso, alcuni Repubblicani americani hanno preso Neemia come ideale di ricostruzione di una società sana, contro la distruttiva ideologia liberale e progressista. L’immagine delle mura da ricostruire evocava il bisogno di sicurezza e di stabilità.
Alcuni anni fa, il pastore texano Robert Jeffress ha pubblicamente definito Trump “il nuovo Neemia americano”, destinato a ricostruire gli USA: per tutti costoro Neemia è l’icona biblica del Make America Great Again.
MA CHI È NEEMIA PER LEONE XIV?
È uno che «non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni» (MH 8). È un leader nel senso di uno che sa responsabilizzare tutto il popolo. Non è un nazionalista, ma il custode di un popolo debole e smarrito.
Spiega il Papa: «In lui riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto» (MH 241).
Il Papa ha ripetuto questa lettura di Neemia anche nel suo intervento durante la presentazione, quasi a ribadire di volersi riappropriare di una figura biblica per sottrarla a interpretazioni inadeguate.
IL DIALOGO CON ANTHROPIC
Vorrei chiudere queste prime impressioni parlando di un elemento esterno al testo di Magnifica Humanitas: la presenza, al tavolo della presentazione ufficiale in Vaticano, di Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (menzionata anche dal Papa nel suo discorso).
Olah è responsabile della ricerca sull’interpretability, la disciplina che indaga cosa accade dentro un sistema di intelligenza artificiale quando funziona.
La scelta di invitare Anthropic ha attirato attenzioni. Mi sembra che abbia alcuni pregi e potenziali rischi.
Il primo pregio è il realismo. Proprio all’inizio dell’enciclica il Papa riconosce che se si vuole capire l’IA bisogna tenere in conto il suo carattere “privato”: «Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune» (MH 5).
Invitare Olah al panel è il segno che, con Magnifica Humanitas, il Papa vuole davvero dialogare con chi l’IA la sviluppa.
Il secondo pregio è il riconoscimento. Anthropic ha un evidente impegno etico che manca ad altre aziende concorrenti e i contatti con il mondo cristiano sono già una realtà. Olah stesso ha cercato, da gennaio 2026, una serie di interlocutori cristiani.
Inoltre, tra le grandi aziende del settore, Anthropic è l’unica ad aver pubblicamente rifiutato – al costo di contratti – l’uso dei propri modelli per armi autonome e sorveglianza di massa. Dario Amodei, suo CEO, ha proposto in Machines of Loving Grace (2024) una “entente strategy” tra democrazie contro il rischio che l’IA avvantaggi strutturalmente i regimi autoritari. Posizioni non sovrapponibili al magistero, ma compatibili con esso.
Se si vuole dialogare con una delle major dell’IA, la scelta è comprensibile.
Ma restano alcuni rischi. Anzitutto, ospitare un’azienda di frontiera al panel di un’enciclica la legittima: se Anthropic tornerà sui suoi passi col Pentagono, l’invito apparirà avventato.
C’è poi un’asimmetria del tavolo, ben equilibrato sul versante teologico (Czerny, Fernández, Lushombo, Rowlands) ma con un’unica voce dal mondo tecnologico, nessun critico indipendente, nessun policymaker. Infine, per Anthropic è anche posizionamento di mercato: è la major più dialogante perché ha bisogno di legittimità, e il rischio per la Santa Sede è prestarsi a una operazione di marketing.
L’enciclica si chiude su quattro voci che disegnano un programma di vita cristiana per il tempo dell’IA: fede, carità, speranza, preghiera (MH 243). Sarà materia di un secondo articolo.
Per ora basti notare che nel guscio più tradizionale possibile della spiritualità cristiana – le tre virtù teologali più la preghiera – Leone XIV ha deciso di collocare la sfida che considera più attuale per i cattolici, quella di un potere tecnologico privato, transnazionale e non eletto, che sta cambiando il volto della convivenza umana.
(Estratto da Appunti di Stefano Feltri)




