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Spese militari, perché l’Italia tentenna sul prestito Safe?

"Lo psicodramma" sulle spese per la Difesa in Italia. L'approfondimento di Giovanni Martinelli

Il dibattito sulle spese per la difesa in Italia ha ormai assunto connotati che si potrebbero definire “carsici”; scompare per lunghi periodi (e già questo non è un bene, giacché un confronto continuo e maturo sul tema sarebbe quanto mai appropriato) per poi riapparire all’improvviso quando emergono fatti nuovi che accendono le polemiche politiche, attirano l’attenzione dei mezzi di informazione e dividono l’opinione pubblica.

E quanto accaduto proprio nei giorni scorsi ne è la perfetta dimostrazione; con il Ministro della Difesa che svela pubblicamente la corrispondenza con il suo collega di Governo e titolare del Dicastero dell’Economia e delle Finanze per sapere quali siano le sue intenzione rispetto ai fondi Safe vista l’imminenza di scadenze importanti. A cui si è aggiunto subito dopo la missiva del Presidente del Consiglio alla Commissione Ue, nella quale si reitera la richiesta di una maggiore flessibilità sul fronte della spesa; minacciando “ritorsioni” proprio sul fronte di quella per la difesa.

IL PUNTO DI PARTENZA

È il 4 marzo del 2025 quando il Presidente della Commissione Europea Von der Leyen presenta il piano “ReArm Europe” con il quale si intende offrire uno stimolo all’aumento delle spese militari dei Paesi membri. Di fatto, esso poggia su 2 meccanismi; il primo è il prestito Safe (Security Action For Europe), fondi cioè per 150 miliardi di € raccolti sul mercato dalla stessa Commissione Europea e poi distribuiti ai singoli Paesi che ne fanno richiesta per destinarli agli investimenti.

Il secondo è la possibilità offerta ai Paesi membri di attivare la cosiddetta “National Escape Clause” (Nec) o “Clausola di Salvaguardia”; per un periodo di 4 anni cioè, sarà consentito di spendere in deficit fino all’1,5 % del PIL senza che venga conteggiato ai fini del Patto di Stabilità e Crescita (e con margini più ampi del Safe).

Dopo un iniziale (e sorprendente) scetticismo da parte del Governo Italiano su entrambi gli strumenti, la posizione dell’Esecutivo è però gradualmente cambiata; tanto che alla fine del luglio scorso è arrivata la conferma ufficiale che anche l’Italia aveva inoltrato una richiesta per in fondi Safe e per un importo pari a 14,9 miliardi di €.

Il quadro poi si fa ancora più chiaro nell’ottobre scorso quando il Ministero dell’Economia e delle Finanze presenta il Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP), destinato a costituire le fondamenta sulle quali si sarebbe poggiata la successiva Legge di Bilancio 2026-2028, con annessa ipotesi di un importante percorso di crescita delle spese per la Difesa nello stesso triennio.

Nello specifico, si parla di un + 0,15% del Pil nel 2026, un ulteriore 0,15% nel 2027 (quindi, con un +0,3% complessivo) e infine, un altro 0,2% nel 2028 (per un totale finale di 0,5%). A regime cioè, nel 2028 la spesa per la difesa avrebbe dovuto essere più alta di mezzo percentuale sul Pil rispetto al 2025; un valore corrispondente a oltre 12,2 miliardi di €.

L’intero aumento era dunque previsto si poggiasse sui già ricordati fondi del prestito Safe (a quel momento non ancora approvati, passaggio poi avvenuto di lì a poco) e, ulteriore novità, sull’attivazione della “Clausola di Salvaguardia”; quest’ultima, a condizione però che nel corso del 2026 l’Italia uscisse dalla procedura per deficit eccessivo.

Una “costruzione” in qualche modo fragile, dato che gli aumenti ipotizzati poggiavano pressoché solo su eventi futuri non ancora certi. Non a caso, la Legge di Bilancio 2026-2028 presentata di li a poco non prevedeva incrementi di risorse per il comparto Difesa (eccezion fatta per alcuni aspetti prettamente “tecnici”), rimandando dunque tutto al ricorso ai passaggi indicati nel DPFP stesso.

LA PRIMA “DOCCIA FREDDA”

Il 21 aprile scorso Eurostat comunica i dati ufficiali del rapporto deficit/PIL nel 2025 dei Paesi dell’Ue; confermando quanto già anticipato dall’Istat, per l’Italia tale valore risulta essere al 3,1%, rimanendo dunque oltre quella soglia del 3% che porta un Paese a essere sotto procedura per deficit eccessivo. Il secondo dei 2 passaggi previsti, l’attivazione cioè della “Clausola di salvaguardia”, subisce così una brusca frenata; e una parte importante del processo di riarmo immaginato dal Documento di ottobre comincia perciò a vacillare pesantemente.

Al netto delle polemiche seguite a all’annuncio di quel dati e sopratutto al fine di fornire un quadro comunque completo, si evidenzia che non esiste alcune regola che impedisca a un Paese sotto procedura di attivare la Nec. Quella del Governo di rinunciarvi è/sarebbe dunque una scelta squisitamente politica; anche comprensibile (alla luce di una situazione di finanza pubblica ancora molto delicata) ma pur sempre di una libera scelta si tratta.

MA NON FINISCE QUI

Perché come ricordato in precedenza, nei giorni scorsi a tenere banco ha poi provveduto prima la questione del “confronto” tra i 2 Ministri Crosetto e Giorgetti sui fondi Safe; e poi, per l’appunto, quello del Presidente del Consiglio con la Ue sempre sulla “Clausola di salvaguardia”.

Per quanto riguarda i primi, l’impasse appare a dir poco anomala, dato che tali fondi sono ormai da considerare come “acquisiti” e non utilizzarli appare dunque poco sensato; se non, addirittura, una sorta di “spreco”. Del resto, era stato lo stesso Ministro dell’Economia e delle Finanze a evidenziare i vantaggi di questo strumento una volta applicato al finanziamento di programmi di investimento in essere; e cioè tassi di interesse più bassi rispetto a quelli a cui dovrebbe ricorrere il nostro Paese per lo stesso scopo, più una serie di aspetti tecnici ugualmente favorevoli.

Ma a complicare ulteriormente la situazione ha poi provveduto anche la lettera del Presidente del Consiglio. In essa, come già ricordato, si torna per l’appunto a richiedere di estendere l’ambito di applicazione della Nec includendo il tema dell’energia. Se così non fosse, testualmente, sarebbe molto difficile per il Governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe.

Ora, per quanto “nobili” siano le intenzioni dietro a questa iniziativa, non si può fare a meno di rilevare che da una parte si registra il ricorso a un salto logico piuttosto ardito; quello cioè che porta a legare questioni così diverse tra loro e, dall’altra, una chiara abdicazione al ruolo fondamentale della politica; che significa prendere decisioni importanti ancorché impopolari, senza cedere necessariamente all’opinione pubblica.

Un quadro dunque complesso; all’interno del quale, almeno a oggi, come intenda muoversi l’Esecutivo non è ancora chiaro; se cioè si rinuncerà davvero ai fondi Safe e/o all’attivazione della Nec, rinviandola magari al prossimo anno nella speranza che nel frattempo il nostro Paese possa uscire per l’appunto dalla procedura per deficit eccessivo. Oppure, se alla fine si troverà il “coraggio” di utilizzare tutti e 2 gli strumenti disponibili a seguito delle interlocuzioni con la Ue.

In tutto ciò non si può fare a meno di evidenziare un paradosso, legato al fatto che in passato più di un esponente del Governo avevano incalzato con la Commissione Ue affinché desse il via libera allo scorporo delle spese per la difesa dal Patto di Stabilità e Crescita. Ecco dunque che desta un certo stupore il fatto che, una volta accordata tale misura grazie all’introduzione della Nec, proprio il nostro Paese si dimostri oggi particolarmente “scettico”.

UN PAESE PROFONDAMENTE IMMATURO SUI TEMI DELLA DIFESA

In attesa dunque di sapere quale sarà l’esito finale di entrambe le vicende (Safe e Nec), un esito peraltro non banale dato che da esso dipenderà non solo la quantità di risorse disponibili per le Forze Armate nei prossimi anni ma anche la possibilità di varare riforme importanti, resta la sgradevole sensazione di una Italia costantemente alle prese con una sorta di “psicodramma collettivo” sui temi della difesa.

Un Paese cioè ancora incapace di affrontare in maniera lucida le sfide provenienti da un contesto internazionale sempre più complicato, caratterizzato da crisi sempre più violente e da una costante evoluzione delle minacce; e che invece di rispondere responsabilmente a tali sfide finisce con il cedere al meccanismo della ricerca del facile consenso. In tutto questo, non si può non evidenziare  come la stessa credibilità internazionale dell’Italia finisca, per effetto di scelte erratiche e confuse, con il risultare incrinata; alimentando così l’immagine (purtroppo non nuova) di un Paese non particolarmente affidabile.

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