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Pulp Podcast

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Ma quant’è vecchio Pulp Podcast di Fedez?

Fedez si considera un innovatore della comunicazione politica, ma il suo Pulp Podcast invita gli stessi ospiti dei talk show televisivi, di cui replica i format più usurati. Il commento di Enrico Vezzi tratto da Appunti di Stefano Feltri

 

Venerdì scorso la Doom Entertainment, l’agenzia di talent management di Fedez, annunciava trionfale che il podcast non è più solo un format editoriale, ma “uno degli spazi centrali del dibattito politico”, e che questa rivoluzione in Italia sarebbe trainata da Pulp Podcast, il progetto dello stesso Fedez e Mr. Marra di cui Doom Entertainment cura la produzione.

L’annuncio segue quello di qualche giorno prima, da parto dello stesso Pulp Podcast, che nella sua pagina Instragram si è lasciato andare a un lungo sbrodolamento su quanto Pulp sia seguito e influente.

Il carosello è una cornucopia di grafici e numeri; tutti positivi, tutti strabordanti.

Quattro milioni, ma no che dico, cinque milioni di interazioni!

Pulp spadroneggia, un successo su tutta la linea. Lo show di Fedez e Marra è un format talmente rivoluzionario da segnare un punto di svolta: la «podcastizzazione della politica». Si tratta di un traguardo importante, una tappa fondamentale delle magnifiche sorti e progressive; se solo fossimo in grado di rendercene conto.

Sì perché la cosiddetta podcastizzazione della politica ha un problema di inafferrabilità. Parafrasando Sant’Agostino, direi che so benissimo cos’è la podcastizzazione finché nessuno me lo chiede; ma se devo spiegarlo, non lo so più.

Pulp invece sembra sapere davvero cos’è, e soprattutto sembra sapere che la podcastizzazione della politica è una cosa buona, qualcosa per cui vale la pena investire energie.

D’altro canto perché dubitarne?

Lì nel carosello ci sono, spiattellati, i numeri di un’agenzia di comunicazione a dimostrarlo. Il podcast di Fedez e Marra viene visto, e anche tanto. Basta questo in fondo.

I dati non si possono ignorare, sono molesti. Per provare che Pulp ha torto si dovrebbe negare la realtà, e solo i pazzi o i dogmatici negano la realtà. Il loro carosello ti mette in una posizione scomoda: se la podcastizzazione della politica non ti piace non hai che da contestarne i numeri, che per definizione non si contestano.

Ma è proprio questo il grande abbaglio di Pulp Podcast: pensare che la bontà di un progetto editoriale – e non l’efficacia, cosa diversa – si misuri solo in termini quantitativi.

Se fosse così dovremmo dire che anche la famosa Bestia della Lega, l’imponente macchina di propaganda social messa in piedi anni fa da Luca Morisi, è una cosa buona, perché in qualche modo ha avuto successo, ha prodotto risultati. Non tutto si riduce a una questione di numeri, a maggior ragione se la finalità di un progetto editoriale è qualcosa di così vaporoso come la “podcastizzazione della politica”.

Di nuovo: che cosa si intende con questa espressione? È probabile che Fedez e Marra pensino a qualcosa di diverso dal suo significato tautologico, cioè il semplice trasferimento dei confronti fra politici dalla televisione ai podcast.

In quel caso il format di Pulp Podcast sarebbe in ritardo di qualche anno rispetto allo stesso trend lanciato negli Stati Uniti. La transumanza da un mezzo di comunicazione all’altro è già avvenuta. No, la podcastizzazione della politica deve essere qualcosa di diverso.

Potrebbe essere una questione di format, ma al di là dello stile un po’ cazzone e accomodante – molto accomodante, estremamente accomodante – quale sarebbe la grande novità di Pulp? Di certo non si guarda lo show di Fedez e Marra per assistere a un confronto serrato che mette in difficoltà gli ospiti. Il motivo è che, tolto qualche nobile sforzo di Marra, i due presentatori semplicemente non hanno le competenze per poter moderare un confronto sui grandi temi della politica.

Di base non sono preparati sui dossier, e se si preparano sono poco incisivi dialetticamente, lasciando molto spazio di manovra agli ospiti – abbiamo già detto che è un podcast accomodante? La podcastizzazione della politica, quindi, difficilmente segna la nascita di un format rivoluzionario. Ma allora che cos’è?

Indirettamente, sono gli stessi produttori di Pulp a suggerire l’interpretazione corretta. Nel loro carosello a un certo punto scrivono che «quando formato, linguaggio informale e ospiti forti si combinano, l’effetto è evidente: si raggiungono in poco tempo pubblici che altri contenuti non intercettano. È qui che nasce la podcastizzazione della politica».

E continua: «per i leader [politici] che puntano a intercettare pubblici ampi e trasversali, sempre più giovani e attivi online, [il podcast] diventa uno spazio difficilmente evitabile». È la visione del podcast come strumento nelle mani della politica per raggiungere nuove fette di pubblico. La più grande ambizione di Pulp Podcast è quella di diventare indispensabile, di essere il monopolista da cui tutti i team di comunicazione dei grandi partiti devono passare a lasciare la loro gabella.

È un’idea del podcast come forma di gatekeeping rovesciato: devi passare da me non perché faccio da filtro che migliora il contenuto (gatekeeping classico), ma perché sono l’unico che ti consente di raggiungere un certo pubblico. Concedimi l’obolo delle visualizzazioni e i cancelli verso nuovi segmenti di audience si spalancheranno davanti a te.

DIETRO I NUMERI

La podcastizzazione della politica, per come la concepisce Pulp Podcast, è semplicemente fare tanti numeri. Dietro non c’è nessun grande progetto editoriale, nessuna visione. La finalità del podcast è… generare molte interazioni, battere gli altri competitor e diventare i primi in quella fetta di mercato. Stop, nient’altro.

Non c’è nessuna volontà di migliorare in qualche modo il dibattito pubblico; perché se è vero che i tempi dilatati del podcast sono preferibili alla frenesia delle trasmissioni televisive – perché permettono di sviluppare a fondo un argomento – è anche vero che trattando di politica non si può rinunciare a qualsiasi forma di resistenza.

I moderatori non possono limitarsi a introdurre i topic della scaletta; per quello bastano i timestamp e le sezioni tematiche navigabili dei video di YouTube.

Quando gli ospiti sono politici e dirigenti di partito, il moderatore, se vuole fare bene il suo lavoro, deve usare la sua competenza (se ce l’ha) per generare qualche attrito: chiarire, ogni tanto interrompere, chiedere prove, tentare di smontare gli slogan.

Altrimenti il tempo lungo del podcast non è un vantaggio ma un moltiplicatore di retorica. Senza contraddittorio, la conversazione scivola lentamente nel comizio; e il formato, invece di correggere i limiti della televisione, li amplifica.

Pulp Podcast, invece, dà spesso l’idea di poter barattare la moderazione competente con il semplice confronto tra le parti: l’idea è che basti contrapporre due ospiti con posizioni opposte affinché emerga da sé una qualche forma di correzione reciproca.

Il generale Roberto Vannacci dice che la Costituzione italiana non è antifascista? Beh lasciamo pure che lo dica, al massimo sarà Matteo Renzi a correggerlo, se vuole guadagnarsi una clip sui social con un goal a porta vuota. In che modo questo dovrebbe giovare al pubblico? Non si sa.

Speriamo almeno che nel lungo periodo, parlando di politica, non si arrivi alla “pulpizzazione” dei podcast.

(Estratto da Appunti di Stefano Feltri)

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